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Full text of "Giornale storico della letteratura italiana. Supplemento"

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GIORNALE STORICO 


DELLA 


LETTERATURA ITALIANA 


SUPPLEMENTO 
N. 26 


n° --— 


GIORNALE STORICO 


DELLA 


LETTERATURA ITALIANA 


DIRETTO DA 


VITTORIO CIAN 


SUPPLEMENTO 
IN. 25 


TORINO 


Caea Editrice 


GIOVANNI COHIANTORE 
Successore ERMANNO LOESCHER 


1934 - Anno XII 


PROPRIETÀ LETTERARIA 


Torino - Via Ospedale, 8- Vincenzo Bona, Tip. di S. M. e de' RR. Prineipi. 


LE “RIME, 


DI 


LUDOVICO ARIOSTO 


INTRODUZIONE 


AUa raccolta delle liriche ariostee apparsa fino dal 1924 
nella Collezione laterziana degli Scrittori d’Italia (L. Ariosto, 
Lirica, a cura di (xiuseppe Fatini, Bari), non ha fatto seguito, 
contro ogni aspettativa, alcuno studio complessivo su di esse. 
Se per le poesie latine il saggio del Carducci su La gioventù latina 
di L. Ariosto (Opere, v. XV) conserva anche oggi, almeno nelle 
linee generali, il pregevole valore che gli fu riconosciuto fino 
dalla prima edizione (1), per le rime dobbiamo ancora conten- 
tarci di pochi articoli riguardanti uno o più componimenti; ché 
quei due o tre studî d’'indole generale che erano gia stati fatti 
su le poesie italiane, giudicati insufficienti fin dal loro apparire, 
oggi, dopo î resultati della recente critica ariostea, hanno perduto 
anche quel qualsiasi pregio che potevano avere. 

Perciò riprendendo in esame il copioso materiale che mi 
servì per apprestare V’edizione laterziana e per isvolgere la que- 
stione dell’autenticità dei singoli componimenti (2) e integrandolo 


(1) Lo studio, cui dette occasione il centenario della nascita del- 
l'Ariosto, comparve nel 1875 col titolo Delle poesie latine edite ed 
inedite di L. A. - Studi e ricerche di GiostÈ CaRrDpUCCI, Bologna, 

Zanichelli. 

(2) Quest’ultimo studio apparve nel Supplemento 22-23 del Gior- 
nale storico col titolo Su lu fortuna e l'autenticità delle liriche di L. A., 
Pp. 133-296. 


Giornale storico — Suppl. n° 25. 1 


2 G. FATINI 


con quello che la recente bibliografia ha additato o preso a stu- 
diare, ho voluto consacrare questo volume alle Rime del grande 
Ferrarese per delinearne, dopo una conveniente illustrazione 
storica, î caratteri e tentarne la valutazione artistica. 

Le pagine su le Rime sono precedute da due capitoli e seguite 
da uno, che a prima vista potrebbero apparire come estranei 
all’argomento e, però, non strettamente collegati col titolo. Ma 
l’ultimo, La genesi del « Furioso », illustra con una certa ampiezza 
il capitolo II della edizione barese, cioè il ternario su Obi: 
d’Este, che è un tentativo di poema o, meglio, cantare storico, dal 
quale l’ Ariosto, dopo un fervido periodo di fermentazione epica. 
s’incamminò risolutamente per il mondo cavalleresco del Boiardo, 
creando l’Orlando Furioso. 

Degli altri due, il primo è un rapido «excursus » storico del 
volgare in Ferrara nel secolo XV, dalle scarse manifestazioni 
con Niccolò III a quelle via via più copiose e importanti sotto 
Leonello, Borso ed Ercole. avute fra gli eruditi e în mezzo al popolo, 
sempre col favore dei Principi; il secondo, a complemento del- 
l’« excursus » del primo, traccia il progressivo svolgersi del culto 
del popolo e degli studiosi per l’ Alighieri (Dante presso gli 
Estensi nel sec. XV). Con questi due capitoli è possibile seguire 
la lenta trasformazione dell'ambiente umanistico guariniano in 
un ambiente dagli spiriti classici intimamente fusì con quelli 
italiani, nel quale il giovane Ludovico formò la sua educazione 
intellettuale aperta all'amore dei grandi scrittori romani e italiani. 

Dai carmi latini e volgari del periodo giovanile — questi 
ultimi quasi tutti perduti —, che rappresentano come il noviziato 
del Poeta in cerca ancora della via che lo conduca alla conquista 
dell’arte, egli muove i suoi passi verso la meta del sogno caval- 
leresco che presto viene a tormentarlo e ad inebriarlo. 

Pertanto anche i due primi capitoli, mentre interessano la 
storia della cultura ferrarese, preparano a spiegare meglio l’orien- 
tamento spirituale dell’Ariosto verso quel volgare che gli dette 
modo di battere con le Rime gli umili sentieri dell’arte, mentre 
spiccava il volo col Furioso verso il cielo della vera Poesia (1). 


GIUSEPPE FATINI. 


(1) Questo lavoro era già steso quando l’amico Mario Chini mi ha 
annunziato un suo volume su le Rime, di prossima pubblicazione. 


CAPITOLO I. 


IL VOLGARE PREARIOSTEO A FERRARA 


La tradizione del volgare in Ferrara. — Tracce di letteratura popo- 
lare e aulica sotto Niccolò III. — La Politia litteraria di A. ]1)e- 
cembrio e Leonello. — Leonello e l’Alberti. -— Rimatori e cante- 
rini alla Corte di Leonello. --, Due sonetti del Marchese. — 
Favore di Borso per le versioni italiane e la Biblioteca. — Una 
schiera di scrittori in lode di Borso. — Poesia popolare. — Rac- 
coglitori di poesie. — Traduttori e prosatori sotto Ercole I. 
— Rimatori oscuri e noti. — M. M. Boiardo. -— ll teatro volgare 
sotto Ercole I. — Conclusione. 


Si racconta che Niccolò III, desiderando avere da un po- 
destà uno sparviere, glielo facesse richiedere dalla Corte. Il 
podestà, ricevuto l’ordine con le parole: « Mittatis accipitrem 
tbene ligatum in sacculo », prese, ignorando la lingua latina, 
«accipitrem » per « arcipretem » e mandò legato in un sacco 
il povero prete del paese. Niccolò III, sorpreso dello strano 
equivoco, ordinò senz’altro che in Corte non si adoperasse più 
la lingua latina. Così nel marchesato di Ferrara al latino sarebbe 
subentrato il volgare anche negli atti pubblici. 

L’aneddoto, tutt’altro che nuovo, ha il suo significato: la 
lingua italiana si sostituì alla latina per necessità pratiche, 
perchè non era più familiare neppure alle persone preposte 
al popolo, non escluso lo stesso Marchese (1). Con le necessità 


(1) Su la cultura a Ferrara nel sec. XV vedansi G. CARDUCCI, 
La gioventù di L. A. e la poesia latina in Ferrara, in Opere, XV (Bo- 
logna, Zanichelli); G. BERTONI, La biblioteca estense e la coltura ferra- 
rese ai tempi del duca Ercole I (1471-1505), Torino, 1903; Z° «Orlando 
Furioso » e la Rinascenza a Ferrara, Modena, Orlandini, 1919, e Gua- 
rino da Verona fra letterati e cortigiani a Ferrara, Ginevra, Olschki, 
1921; M. Catacano, Vita di L. Ariosto, (renève, Olsehki, 1931: nel 


4 G. FATINI 


pratiche agiva di conserva anche la forza della tradizione, che 
ricollegandosi al favore incontrato da giullari e trovatori presso 
gli Estensi vantava nel secolo XIV la protezione di Aldobran- 
dino III a Niccolò da Casola, che gli dedicò il poema La guerra 
d’Attila (1358), e a Niccolò da Verona, che per lui compose la 
Farsaglia; le accoglienze «oneste e liete » fatte al Petrarca 
da Niccolò II e da Ugo d'Este, e, infine, la discreta fioritura 
| poetica, che pur nella loro città svolsero e promossero Antonio 
e Niccolò da Ferrara, insieme con altri rimatori, assai più 
modesti e meno fecondi di loro, come quel mezzo istrione e 
poeta di Pietro Montanari che tenzonò con Vannozzo (1). 

D'altronde, lo stesso Marchese aveva appreso l’amore delle 
lettere, insieme con l’ammirazione per il Petrarca, da uno 
dei più cari amici del cantore di Laura, l’umanista casenti- 
nese Donato degli Albanzani; che per il suo illustre discepolo 
tradusse dei due grandi Trecentisti il De viris illustribus e il 
De claris mulieribus, mentre intorno a lui, nella Corte, bazzi- 
cavano, forse con la mente scossa dalle tragiche scene dell’In- 
ferno dantesco o esaltata dalla luminosa visione del Paradiso, 
quei giovani che al culto dell’Alighieri aveva educati Ben- 
venuto da Imola, dal 1377 maestro di grammatica in Ferrara, 
e probabilmente lettore della Comedia nello Studio, che Nic- 
colò II aveva tentato di richiamare in vita. 

Niccolò III, orgoglioso di far godere ai sudditi i beneficì 
della pace anche per il tramite d’un risveglio intellettuale, 


volumi del Bertoni e del Catalano trovasi la bibliografia su l’argo- 
mento, alla quale rimandasi. Ricordando i codici ferraresi, mi rife- 
risco a quelli della Biblioteca Civica di Ferrara, Classe I, descritti da 
(. ANTONELLI, Indice dei mss. della civica biblioteca, ecc., Ferrara, 1884. 
e Fondo Antonelli; coi codici estensi al fondo della Estense di Modena, 
per il quale oltre La biblioteca estense del BERTONI, vedi D. FAVA, 
La biblioteca estense nel suo sviluppo storico, Modena, 1925. 

(1) Vedi E. LEvI, Francesco di Vannozzo e la lirica nelle corti 
lombarde durante la seconda metà del sec. XIV, Firenze, 1903, cap. IV, 
e dello stesso, Maestro Antonio da Ferrara, Roma, 1920 e negli Att 
Deputaz. ferr. storia patria, XIX, 1910. 


lai 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 5 


dopo avere impresso alla Università un nuovo impulso, affi- 
dando l'insegnamento a rinomati docenti, chiamò a Ferrara 
(1429) Guarino Veronese, il quale, secondando il desiderio del 
Principe, seppe in breve trasformare la città in un promettente 
centro umanistico accendendo una nobile gara nell'amore degli 
antichi e della poesia latina, che parve precludere al volgare 
ogni manifestazione che non fosse di puro carattere pratico. 

Ma non fu così: mentre sotto la guida di Guarino l'’Umane- 
simo ferrarese fioriva sempre più rigoglioso, il popolo conti- 
nuava a cantare in chiesa e per le vie le ingenue laudi che gli 
offrivano oscuri laudesi, come quella che nel 1399 la Compagnia 
dei Bianchi, tra i quali lo stesso Marchese, fece sentire in una 
lunga processione (1): 


Chi vole servire a Jhesu Christo 


renda l’uxura e il malo aquisto; 


o altre, di cui un rude esempio può essere offerto dalle poesie 
religiose di Pietro Maria da Ferrara (2). La folla in chiesa ascol- 
tava le prediche, che con la loro lingua rozza e scolorita scen- 
devano al cuore del credente, come le Prediche per le feste 
dell’anno, attribuite ad Antonio Bonafini (cod. ferr. 181, cl. I) 
e scritte in un volgare ferrarese non spregevole — a cui si acconi- 
pagnano due biografie dello stesso tempo e nella stessa lingua 
dialettale; — o le altre, che con maggiore commozione accolse 
dalla parola arguta, pittoresca e dinamica di Bernardino da 
Siena nel 1423-24. Di cittadini ferraresi potrebbero essere tutti 
o in parte quei componimenti anonimi religiosi, che sì trovano 
raccolti in una miscellanea sacra e profana di questo secolo 
(cod. est. it. 381), tra i quali un gruppo di ottave sul Giudizio 
universale, del 1432, appartenenti, pare, ad un Cieco de Rosano, 
che chiude la serie con questa stanza ingenuamente popolare: 


(1) Archivum romanicum, 1V, 426-27. 
(2) Rime scelte de’ poeti ferraresi antichi e moderni (a cura di G. Ba- 
RUFFALDI), Ferrara, 1713, p. 15. 


6 G. FATINI 


Questo dito fiecij lo cieco de Rosano 

loldando Christo con Santa Maria, 

per luy pregati a l’alto Dio soprano, 
puoy che trapassa, soa requia ly dia, 
e a quello che lo scrisse con so’ mano 
sanitade e prosperitade tutavia 

e tuty quilli che l’àno ascoltato 

Dio si lly guardi da mortal pecato. 


Naturalmente meno rare si fanno via via le manifestazioni 
d’omaggio al Marchese da parte di persone colte: un ano- 
nimo nel 1409, esultando in versi rapidi e disadorni per l’ucci- 
sione di Ottobuono Terzi, signore di Parma (1), inneggia a lui 
che diverrà « nostro signore »; Luchino dal Campo, cancelliere 
marchionale, descrive, in volgare, il viaggio (2) fatto in Terra- 
santa da Niccolò nel 1413; Fiore dei Liberi di Primariacco 
raccoglie nel 1410, per incarico dell’Estense, le regole che aveva 
seguite nell’insegnargli, giovanetto, l’arte dell’armeggiare, nel 
libro Il Fior di battaglia, illustrandolo con figure e chiose in 
versi latini e volgari (3); il riminese Branchino de Branchinis 
elogia con un sonetto Beatrice, figlia di Niccolò; il senese 
Serdini rivolge poesie a lei e a Polidoro, altro figlio del Marchese, 
che lo stesso Serdini pianse, alla morte, con una canzone (4); 
a lui indirizza il lungo componimento « Spirto gentile da quel 
« gremio sciolto » il bolognese Niccolò Malpigli per confortarlo 
di un amore sfortunato, e Pier Andrea Bassi, amico del 


(1) Vedi V. Cran, Satira (collezione Vallardi), pp. 290-91. 

(2) Edito in Miscellanea di opuscoli inediti o rari dei secc. XIV 
e XV, a cura di G. Girrnassi, Prose, I (1881), pp. 99-160: è indicato 
nel n. 147 dell’Inventario del 1467 della Libreria estense, dato dal 
BerToNI, Biblioteca, pp. 213-235. 

(3) Vedi F. NovatI, Il Fior di battaglia di m. Fiore dei Liberi di 
Primariacco, Bergamo, 1904; è il n. 253 dell’Inventario del 1436, 
riportato da A. CAPPELLI in (Giornale storico, 14, 1-30. 

(4) Vedi G. Ferraro, Alcune poesie inedite del Saviozzo e di altri 
autori, in Scelta di curiosità letter., 168, Bologna, Romagnoli, 1879. 
e Giorn. Stor., 17, 425; del riminese de Branchinis vedi tre sonetti 
nel cod. ferrar. 521 (Fondo Antonelli). 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 7 


Guarino, offre un prolisso racconto in prosa su Le fatiche d’ Ercole, 
in cui pretende di ravvisare le imprese di Niccolò stesso, e 
con annotazioni pesanti d’erudizione la Teseide del Certaldese, 
preceduta da una dedica, dalla quale s'impara che fu Niccolò III 
a desiderare quel commento: 

« E per lo amore el quale a poesia portati, avendo vuy de la lectura 
del Theseo sommo piacere ritrovandosi alcuni quali le historie poetiche 
non sono cussì note come a vuy, vi ha piazuto comandare a mi Piero 
Andrea de i Bassi vostro antiquo e fidele famiglio dechiari lo obscuro 
texto del ditto Theseo facendo a quello giose per le quale li lecturi 
possano cavare sugo de la loro lectura... Io quantunque accusi la 
ruvidezza mia per piacere a la signoria vostra, come meno male mi 
responderà il mio poco sapere mi sforzarò ad ubedire». 


Tanto il commento piacque all’Estense, che insieme con 
la compilazione Le fatiche d'Ercole e la canzone del Malpigli, 
pur essa ampiamente illustrata dal Bassi, lo fece raccogliere 
in un codice ornato di finissime miniature (1). 

Un altro commentatore, molto apprezzato dal Principe, 
fu Guglielmo Capello, il masstro di Leonello, che lungo tempo 
e grande amore consacrò al Dittamondo dell’Uberti (2); tra- 
duttori invece furono l’umanista Giovanni Aurispa, precet- 
tore di Meliaduse, che volse in volgare la declamazione latina 
Della nobiltà di Bonaccorso da Montemagno, e forse è l’au- 
tore, se non della versione d’un dialogo lucianesco, d'un epi- 
gramma latino elogiativo della lingua toscana (3); Tommaso 
Cambiatore, che ad un Principe d’Este dedicò la sua tradu- 
zione dell’Eneide in terza rima, e, autore di versi latini e ita- 
liani petrarcheggianti, nel 1432 ebbe boriosamente la corona 
di poeta (4). 


(1) È il cod. D. 524 infer. dell’Ambrosiana; v. C. Frati, in Giorn. 
stor., 22, 316, E. LEvI, in Giorn. stor., dò, 241 sgg. 

(2) Vedi BERTONI, in Archiv. roman., I, 58; vedi pure Giorn. stor., 
45, 374. i 

(3) Vedi G. SaBBADINI, in Supplem. 6 del Giorn. stor., 83-84. 

(4) Vedi Guasco, Storia letteraria di Reggio, Reggio, 1711, pp. 13-14 
e BERTONI, Guarino, pp. 44-5. 


8 G. FATINI 


Niccolò III fu in relazione anche con altri umanisti e 
studiosi, amanti del volgare: con Antonio Luschi, vicentino, 
schiccheratore di rime amorose e burlesche (cod. ferr. 397, cl. 1), 
noto particolarmente per l’orazione latina diretta al Marchese 
dopo l’uccisione del tiranno Terzi (cod. est. lat. 27); con Bar- 
tolomeo Caseoti, che seguì a Ferrara Guarino, pur rimanendo 
fedele al volgare (1); con Alessandro del Carretto, che fece 
sentire la sua timida voce (2) durante il concilio tenuto a Fer- 
rara nel 1438. 

Ma la prova più viva della simpatia che Niccolò III nutrì 
per la lingua italiana è data dalla presenza delle opere di 
Dante, Petrarca, Boccaccio, Marco Polo, Cecco d’Ascoli, Fazio 
degli Uberti, e di alcune versioni dal latino, dal greco e dal fran- 
cese nella Libreria, che, iniziata da Donato degli Albanzani 
col consenso o per iniziativa di lui, fu messa insieme soprattutto 
coi consigli di Guarino, certo non troppo tenero per gli scrit- 
tori moderni. Quei libri — lo lascia capire anche il Bassi 
nel commento alla Teseide — come le belle miniature e i 
bei codici si debbono particolarmente al Marchese. Così Nic- 
colò III, dal suo illuminato mecenatismo indotto a chiamare a 
Ferrara artisti e studiosi, che coi frutti della loro opera didat- 
tica e del loro ingegno ingentilissero la città /educando i gio- 
vani nel culto del sapere e del bello, gettò i semi che anche 
nel campo del volgare presero a fiorire durante il marchesato 
di Leonello, nonostante che il clima intellettuale, per merito 
di Guarino, fosse dominato da sconfinata ammirazione del 
pensiero e dell’arte classica. 


* 
* 3% 
Angelo Decembrio ci ha dato nella Politia litteraria — scritta 


però parecchi anni dopo la morte di Leonello — un quadro 
assai colorito dell'ambiente guariniano, troppo colorito perchè 


(1) BERTONI, Guarino, p. 47. 
(2) Cod. sessoriano n. 413, c. 60 della Vittorio Eman. di Roma. 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO . 9 


si debba giudicarlo in tutto corrispondente alla verità storica; 
egli nel suo fanatismo umanistico ritrae Leonello capo di un 
circolo di letterati, pei quali il volgare è soltanto un umile 
strumento della vita pratica e gli scritti nella lingua del popolo 
non meritano alcuna degnazione; onde chi si affidi a quel libro 
è tratto a confondere il gentile Marchese con quel gruppetto 
di pettoruti eruditi, che solo per innata antipatia verso l’ita- 
liano ricoprivano di scherno gli scrittori in volgare; come capitò 
a quell’Ugolino Pisani, che ebbe l’ingenuità di presentare, in 
veste esteriore assai elegante, a quei letterati, riuniti a discu- 
tere, un suo scritto, De coquinaria confabulatione, forse uno 
scherzo comico in volgare; quegli intemperanti si guardarono 
bene dal gettare l’occhio su quel rude tentativo, pur troppo 
non pervenutoci, per vedere se, per caso, non fosse un primo 
passo della nostra drammatica (1). 

Figlio di una senese, dal cui labbro forse imparò la dolcezza 
musicale dell’idioma italiano, Leonello trovò modo, nel suo 
squisito buon gusto, di contemperare il culto dei classici, 
appreso alla scuola e nella consuetudine di Guarino, con la 
simpatia del volgare, instillatagli nell'animo, per il tramite dei 
grandi Trecentisti, dal suo precettore Capello, e rafforzata 
dalla familiarità che ebbe con uno dei più tenaci e fervidi asser- 
tori della nostra lingua, Leon Battista Alberti. 

L’Alberti, che nel 1436 gli aveva dedicato il Filodosso per 
la buona amicizia che lo legava a Meliaduse, suo fratello, ha 
Il merito di avere contribuito a conciliare l’amore per le due 
lingue e le due letterature anche nella Ferrara guariniana; 
dove durante il soggiorno del 1438 partecipò senza dubbio alle 
discussioni sul volgare, a cui forse dette luogo la venuta di 
tanti dotti per il concilio. Ai primi del 1442 gli fece omaggio del 
Teogenio (est. it. 26) con una dedica, che rivela la fiducia di 
avere nel colto Principe un difensore contro i nemici del vol- 


a 


(1) Vedi A. DELLA (Uarpia, La « Politia litteraria » di A. Decembrio, 
Modena, 1910, pp. 63-65; I. SANESI, La Commedia (collez. Vallardi), 
Pp. 91-92. 


10 G. FATINI 


gare, che in quel periodo di sconforto, seguito al fallimento del 
«certame coronario », lo travagliarono di maligne insinuazioni. 
«E fummi caro — scrive — sì ’1 far cosa fusse a te grata, sì 
«et anche avere te, principe e litteratissimo, non inculpatore 
«di quello che molti m’ascrivono a biasimo, et dichono che 
«io offesi la maestà letteraria non scrivendo materia sì elo- 
«quente in lingua piuttosto latina ». Portatosi a Ferrara poco 
dopo la dedica del Teogenio, l’Alberti fu richiesto del suo 
parere su la statua che i Ferraresi avevano deliberato di innal- 
zare a Niccolò III: ciò gli offrì l'occasione a scrivere il tratta- 
tello De equo animante, nel quale, rivolgendosi a Leonello, 
insiste su la capacità e l’attitudine del toscano a uguagliare 
in pregi artistici il latino, potendo anch’esso assumere una 
forma « per lo studio e vigilia dei dotti e limata e pulita ». 
Ormai tra i due nobili spiriti s'era stabilita una mutua fi- 
ducia, per la quale, se l’Alberti era incoraggiato a perseverare 
nella sua opera di scrittore — e per consiglio di Leonello darà 
l'importante trattato sull’architettura —, l’Estense riceveva 
incitamento a proteggere la lingua italiana (1). Così Leonello, 
alieno per natura da ogni intemperanza, era portato e dall’edu- 
cazione ricevuta e dall’esempio dell'amico ad apprezzare ed 
amare la lingua del popolo; stimò, seguendo il padre, il Cam- 
biatore, che gli fece dono di alcuni versi (est. it. 427); il Bassi, 
che merita menzione, più che per i commenti ricordati, per 
quella canzone « Resurga da la tomba avara e lorda », che 
a causa di certa analogia col canto stecchettiano dell’odio fu 
rivelata con clamorosa curiosità (2) alcuni decenni or sono; 
Iacopo Sanguinacci, improvvisatore apprezzato dallo stesso 
Guarino, che gli diresse, pare nel 1443, nella imminenza cioè 


(1) Su le relazioni di Leonello con l’Alberti v. G. MAnciNI, Fita 
di L. B. Alberti, Firenze, 1911, pp. 54, 139, 171, 352 ecc.; e CIAN, 
Contro il volgare in Studi letterari e linguistici, dedicati a P. Rajna 
nel quarantesimo anno del suo insegnamento, Firenze, 1911, pp. 261-63. 

(2) Vedila anche in Primavera e Fiore della Lirica italiana (a cura 
di G. Carpucet), Firenze, Sansoni, I, pp. 128-32. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 11 


delle sue seconde nozze, la canzone: « Non perch'’io sia bastante 
«a dechiararte » (qualche codice però, come l’est. it. 262, 
c. 204, la riporta dedicata a Borso), enumerando con rozza 
intonazione petrarchesca le gioie e i dolori derivanti dall’a- 
more (1), e dalla quale si ricava che a Leonello erano cari e 
Dante e il Boccaccio (verso 94). 

Senza dubbio la schiera degli umanisti, e col canto modu- 
lato su le orme e nella lingua dei romani e con le discussioni 
e lo studio sul pensiero e l’arte latina, attirava l’attenzione 
di Leonello più dei pochi cultori del volgare; ma anche da 
questi egli riceveva volentieri l'omaggio del loro ingegno nelle 
circostanze in cui il suo cuore o quello dei suoi congiunti gioiva 
o dolorava. Così nella ricorrenza delle sue prime nozze — 
vivente ancora il padre — nel 1435, comparve un trattato su 
l’arte del ballo che un codice estense (it. 82) riferisce ad un 
anonimo ferrarese, mentre uno parigino lo dice di Domenico 
Piacentino (2): è preceduto da un sonetto caudato, che s’in- 
tona delicatamente alla gentile natura del ballo: 


Da suave harmonia del dolce canto, 
che per l’audito passa dentro al core, 
di gran dolceza nasce un vivo ardore 
da cui el danzar vien poy che piace tanto. 
Però ch'in tal scientia vuole il vanto 
convien che sei partite senza errore 
nel suo concepto apprenda e mostri fore 


sì come io qui descrivo insegno e canto. 

(1) Vedi B. CEsTaro, Rimutori palovani del sec. XV, Padova, 
1904, pp. 21-24, 174-79; per la bibliografia vedi Giorn. stor., 9, 211 sgg., 
39, 37, e Propugnatore, N. S., VI, 151-55. 

(2) Il cod. della Nazionale di Parigi è il n. 972; il 973 contiene il 
Trattato dell’arte del ballo di Guglielmo ebreo pesarese, stampato 
in Scelta di curiosità letterarie della collezione Romagnoli, n. 131; 
dove, a pp. xv-xVI si ricorda un Domenico da Ferrara, autore d’un 
ampio trattato sulla danza, il quale Domenico potrebbe essere Dome- 
nico piacentino; nel codice estense l’autore loda Leonello per avere 
favorito l’arte del ballo e dichiara di essere stato in Ferrara durante 
le sue nozze. 


12 G. FATINI 


Misura è prima e seco vuol memoria, 
partir poy di terren con aer bella, 
dolce maniera e movemento e poi 

queste ne dànno nel danzar la gloria 
cun dolce gratia a chì l’ardente stella 
più favoregia con li raggi suoi. 

Ancor li passi toi 
sian ben composti e destra toa persona 


cum l’intellecto attento a quel che suona. 
o) 


Un altro garbato sonetto chiude il trattatello, nel cui proemio 
il nome del Principe è ricordato con lode e simpatia. 

Allo stesso Leonello un tale, di cui s’ignora il nome, dedicò 
nel 1437 un «libreto d’amore », che è andato perduto, e lo 
studente Giovanni Francesco Suardi diresse un sonetto semi- 
burlesco per indurlo — era già a capo del marchesato — a 
permettere che gli studenti animassero con le loro maschere 
il carnevale (1). Alla principessa Isotta offrì nel 1444 un gra- 
zioso componimento in versi italiani, tenzonando con un 
Ludovico Petroni e col ricordato Suardi, il giurista Francesco 
Accolti, che, insegnante nello Studio ferrarese, s’era fatto, da 
buon toscano, paladino del volgare scrivendo versi (2) e par- 
tecipando al «certame coronario »; per la stessa Isotta, in 
procinto di lasciare Ferrara, sì duole con versi non disadornì 


un Girolamo Nigrisoli (3) e un anonimo col capitolo « Io gemo, 


«suspiro et de lacrime bagno », finge che Ferrara pianga la 
sua partenza, che la renderà priva d’ogni pace e allegria 
(cod. ferr. 521, Fondo Antonelli, cc. 28-29). 

Non va dimenticato il veneziano Ulisse de Aleotis, che con 
l’antiquario Feliciano e Filippo Nuvolone partecipò, verso 
il 1442, con alcuni versi alla contesa artistica sorta fra il Man- 


(1) CaraLano, Vite, I, 98-99. 

(2) Vedi I. SANEsI, Sonetti inediti di F. A., Pisa, 1893; e F. FLA- 
MINI, Lu lirica toscana del Rinascimento anteriore ai tempi del Magni- 
fico, Pisa, 1891, pp. 270-75 e 619-21. 

(3) Vedi FerRrAaRO, op. cit., pp. 67-70. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 13 


tegna, il Bellini e il Pisanello: quell’Ulisse che alternando rime 
burlesche con rime amorose seppe dare alla sua poesia qualche 
accento sincero (1); nè Feltrino Boiardo, che tradusse L’asino 
d’oro apuleiano per aver modo di ridersela coi suoi (2); nè quel- 
l'anonimo che lasciò una descrizione in volgare del viaggio 
in Terrasanta fatto nel 1444 da Meliaduse (cod. est. it. 249). 

Probabilmente a Leonello non dispiacque neppure la musa 
popolare di quel Giovanni Peregrini, che, autore di rime reli- 
giose e profane (3), da tempo s'era fatto conoscere particolar- 
mente per due risentiti sonetti contro il Vannozzo, il quale, in 
seguito al rifiuto del Principe d’aiutarlo, aveva osato diffa- 
mare Ferrara e i Ferraresi. 

Su l’esempio del padre, anche Leonello si dilettava di pro- 
teggere e ascoltare buffoni e canterini, come quel Prando da 
Verona, che egli beneficò nel 1450, e Lodovico da Padova 
« facetissimo pronunciatore in lingua volgare » (4); e non è 
improbabile che l'entusiasmo donde fu travolto il popolo nel 
sentire la parola di Alberto da Sarteano, infuocata di fede e ag- 
gressiva contro la depravazione morale, abbia spinto anche lui 
ad accorrere nel 1447 alle sue prediche: al pari di Guarino, che 
per potere ascoltare il suo vecchio discepolo s'indusse a diffe- 
rire l’ora della lezione nello Studio; ma, quando nel 1450 il 
frate, predicando nuovamente a Ferrara, rampognò i poeti pa- 
gani e i loro ammiratori, Guarino sì sentì personalmente colpito 


(1) Vedi Giorn. stor., 47, 41 sgg. e la bibliografia in SEGARIZZI, 
A. Baratella, Venezia, 1916, p. 75; sul De Aleotis vedi G. Tauro, 
Dieci sonetti d’un poeta padovano del ’400, Roma, 1898, e Crans, in 
Giorn. stor., 84, 308. 

(2) Vedi DELLA GUARDIA, op. cit., p. 48 e G. REFICUENBACIE, 
M. M. Boiardo, Bologna, Zanichelli, 1929, pp. 155 sgg. 

(3) Vedi FERRARO, op. cit., pp. 39-47, 62-66; e Ruccolta di sacre 
poesie popolari fatta da G. PEREGRINI nel 1446, in Scelta di curiosità 
letter., n. 152 (1877); FLAMINI, Un codice del Collegio S. Carlo di 
Modena, in Propugn., N. S., I, 287 sgg. e A. PAVANELLO, I codici fer- 
raresi 307 e 409, Ferrara, 1895. 

(4) Vedi BERTONI, in Giorn. stor., 94, 271. 


14 G. FATINI 


dall’acre parola dello scolaro e rispose probabilmente con la 
stessa baldanza con la quale fu rintuzzato il minorita Agostino, 
che, intervenuto casualmente in una riunione dei guariniani — 
il fatto è ricordato nella Politia litteraria del Decembrio (v. 63) 
— ebbe pur lui aspre parole per la poesia latina. 

Colto dunque, protettore e amico di umanisti, anche al di 
fuori della cerchia ferrarese, amante dei libri e del bel libro, 
che desiderava vedere o nella Biblioteca, sempre più ricca, 
o nelle mani dei lettori, sempre più numerosi, ben rilegato, 
elegantemente miniato e trascritto, egli continuò l'opera pa- 
terna sia nella conoscenza delle opere antiche sia nella pro- 
tezione dei letterati, favorendo, come il padre, anche gli umili 
scrittori in volgare e i lettori di opere volgari; cosicchè per 
merito suo il circolo guariniano, che tanta parte ebbe nella 
diffusione della cultura umanistica in Ferrara, se non favorì 
l'italiano, lasciò che questo seguisse il suo lento cammino anche 
in mezzo alle persone colte; le quali dall’esempio di Leonello 
rimatore, più che da ogni altra manifestazione in favore della 
lingua italiana, erano tratte a guardare ad essa con benevola 
disposizione. 

Egli infatti era solito affidare al ritmo del verso italiano 
l'espressione dei suoi sentimenti, non solo, ma, se dobbiamo 
credere al cronista Fra Giovanni (R.F. II. SS., XIV, col. 467) 
si dilettava di dire « versus ex tempore », cioè d’improvvisare. 
Peccato che il tempo abbia involato quel gruppo di poesie che 
nel Settecento erano ancora conservate dalla famiglia Canani! 
I due sonetti però che ci rimangono sono tali per robustezza 
di pensiero e per nobiltà e vivacità di rappresentazione da 
far dimenticare il motivo petrarchesco donde muovono. Il 
sonetto che il Foscolo, forse con eccessivo entusiasmo, giudicò 
«una gemma » della lirica italiana e il Carducci disse « grazio- 
sissimo », è così noto che non credo opportuno riprodurlo; meno 
conosciuto il secondo, che con una energica mossa iniziale 
invita il lettore a seguirlo nello svolgersi agile e solenne della 
scena, senza che l’immagine del bevitore perda, nella sua lun- 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 15 


ghezza, vigoria e colore. Fer noi poi questo sonetto ha anche 
un certo valore storico, perchè quell’espressione dell’« acco- 
«starsi spesso alla divina acqua prodigiosa » dell’Elicona con- 
ferma la familiarità di Leonello con la Musa, che per lui non 


era esclusivamente latina: i 


Batte el Cavallo su la balza alpina 
e scaturir fa d’Helicona (il) fonte, 
dove chi le man bagna e chi la fronte, 
secondo che più honore o Amor lo enchina. 
Anch’eo m’accosto spesso alla divina 
acqua prodigiosa de quel monte: 
Amor ne ride, che ’1 sta li con prompte 
le soe sagipte en forma pellegrina; 
e mentre el labro a ber se avanza e stende, 
Ello con el venen della pontura 
macola l’onda e venenosa rende. 
sì che quell’acqua, che de soa natura 
renfrescar me dovrebbe, più m’accende, 
e più che bagno più crexse l’arsura. 


I due sonetti palesano sensibilità e abilità di poeta, effetto 
quella di animo gentile e aperto al bello, questa di amorosa 
consuetudine coi nostri scrittori: due qualità che ravvicinano 
Leonello al Magnifico, del quale potrebbe dirsi precorritore 
nell'avere, ma senza esser mosso da alcun fine politico, dispen- 
sato ai suoi concittadini i beneficî d’un sano risveglio intel- 
lettuale. Che, se non fu tanto rigoglioso nel campo del volgare 
quanto in quello umanistico e artistico, più che a penuria di 
uomini devesi imputare alla brevità del suo regno; il quale 
durò solo otto anni e cessò quando egli ne aveva appena 
quarantuno. 


* 
* * 


L'eredità di questo risveglio fu assunta da Borso, con l’inten- 
dimento certo di rendere più splendido il marchesato, cui con- 
tinuava ad arridere la fortuna della pace, insieme forse con 


16 G. FATINI 


quello di appagare l'intimo bisogno del suo spirito, portato 
a inebriarsi di lusso e di sfarzo. Dico forse, perchè Borso, pur 
essendo in grado di apprezzare i frutti dell’ingegno, scarso 
giovamento trasse dall’educazione ricevuta dai precettori; anche 
se intendeva il latino, lo leggeva faticosamente, senza poter 
penetrare nel pensiero dello scrittore. Più d’un traduttore, 
dopo aver dichiarato, per complimento, la propria ignoranza, 
afferma che le versioni e gli scritti in volgare erano desiderati 
e voluti dal Duca. — Così il Polismagna — uno pseudonimo 
usato volentieri da Carlo di San Giorgio, letterato, amanuense, 
miniatore e custode della Biblioteca — nella prefazione alla ver- 
sione della Vita di Filippo M. Visconti di P. Candido Decembrio 
dice che si è dato «a lo exercitio de tradure libri se non da 
«poco tempo in qua » e solo per «amore » del Principe; che 
se usa un linguaggio che non garberà ai dotti, voglia scusare 
— lo prega nel proemio d’un’altra versione — «la mia igno- 
«rantia cum quelli che mi biasemarano et specialmente de gli 
« vucabuli in questa traductione usati. Io scio che tu sei Ferra- 
«rese et io Ferrarese et Ferrara, inclita cità de Italia, ne ha 
«producti, alevati et acresciuti et però non saperia io adriciare 
«la lingua se non al ferrarese idioma. Il quale, secundo il 
«mio parere, non ha manco elegantia che alcuno altro italiano 
«parlare. Se cussì a te piace parmi che ogni homo sia sati. 
« sfatto » (1). 

Entro la vampa d'orgoglio che spinge il Polismagna a contrap- 
porre il ferrarese a quell’italiano che non sa adoperare, è facile 
sorprendere la vera causa della preferenza data da Borso al 
volgare: quella causa che lo stesso Carlo apertamente adduce, 
dopo una bella strapazzata ricevuta da Teofilo Calcagnini 
per avere stesa in latino la storia della congiura dei Pio 
contro l’Estense, di cui gli aveva dato l’incarico (est. it. 1004): 
«... Furiosamente e aspramente represo et quasi calonniato 


(1) Vedi BERTONI, Guarino, pp. 106-110, Bibl. est., p. 123 e Arch. 
roman., II, 38, n. 5. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 17 


«fui, come di quasi uno grandissimo errore commesso havesse 
«a scrivere cotale faccenda in latino e non nel nostro volgare 
«idioma », egli perciò ridusse la storia in italiano, comprendendo 
che «la fortuna inimica de ogni virtuoso huomo non ha voluto 
«a li altri tuoi — parla a Borso — singulari ornamenti adiun- 
i gere l’ornamento de le littere... » (1). 

Con tale disposizione culturale del Duca si spiega facilmente 
perchè tutte le sue simpatie andassero all’italiano, pur senza 
dare l’ostracismo al latino. Così il nucleo dei libri volgari che 
entrano nella Libreria aumenta, e il gruppo degli scrittori che 
per Borso preparano traduzioni si fa numeroso. Ecco il Polis- 
magna con le versioni di alcuni scritti di Pier Candido De- 
cembrio (est. it. 99), della storia della congiura già ricordata e, 
forse, della vita di S. Antonio (2), tutte compiute «a piacere 
«et contento » del suo Signore; Bartolomeo della Fonte con 
quella dei Settanta interpreti di Aristea, preceduta da due sonetti 
dedicatori d’elogio per Borso (3); Antonio Cornazzano, che 
traduce il suo poemetto De excellentium virorum principibus 
ab origine mundi per aetates (est. it. 101); Gian Mario Filelfo, 
che riduce in terzine l’Officio divino della Vergine (est. it. 934), 
da prima per Maddalena del Carretto, poi per Borso rinnovan- 
dolo con una enfatica e scolorita esaltazione del suo Signore (4); 
Averardo Troilo, pare, con la versione poetica dell'Arte ama- 
toria di Ovidio (5); un anonimo con quella della Quadriga 
spirituale di Niccolò da Osimo, dedicandola a Ercole non ancora 
Duca (est. it. 1332); un altro con una Deca liviana per Alberto 


(1) Vedi il testo della Congiura, dato da A. CappeLLi, in Atti e 
Memorie Deputaz. Storia Patria di Modena e Parma, 11,373 sgg. (1864). 

(2) Archiv. roman., II, 38. 

(3) C. MARCHESI, Bartolomeo della Fonte, Catania, 1908; v. L. FRATI, 
Rime inedite di B. F. in Giorn. stor., 47, 287 seg. 

(4) Vedi DE Roswxixi, Vita e disciplina di Guarino Veron., III, 
106 n. : i 

(5) Vedi N. CITTADELLA, Notizie relative a Ferrara, Ferrara, 1864, 
p. 194. 


to 


Giornale storico — Suppl. n° 25. 


18 O. FATINI 


d’Este (1); un terzo con lo Stimulo di S. Bonaventura (est. it. 1); 
e perfino Tito Vespasiano Strozzi con la versione della Vita 
solitaria del Petrarca per il fratello Lorenzo, al quale dichiara 
apertamente di non volere « essere posto nel numero di coloro 
«che contro ogni ragione dispregiano e biasimano il vivere 
«lontano dal vulgo » (2). 

Superiore a tutti e di tutti il più noto è il ferrarese Ludovico 
Carbone, che per Alberto d’Este tradusse Sallustio e per Borso 
un’orazione latina del cardinale Niceno, intesa a spingere gli 
Italiani a muover guerra contro il Turco; quel Carbone che, 
pur sapendo adoperare il latino con feconda e retorica facilità 
in orazioni e in versi, lui, insegnante dello Studio e non spre- 
gevole umanista, ebbe l’ardire di proclamare in un discorso 
davanti a un pubblico colto contro i denigratori del volgare: 
« Parmi de poter affirmare cum veritate che lo hornato vulgare 
«accresca dignitate alla scientia gramaticale », e di ripetere, in 
altra circostanza: «Si Deus in terra habitaret nullo quam flo- 
«rentino modo loqueretur »; e, infine, di fare un caldo elogio della 
lingua nostra in una orazione nuziale, perchè, essendo ormai 
pochi quelli che intendono il latino, ne seguita « per forza che 
« più utile et accepto debba esser quel parlar che da tutti unice 
«et solamente intender sì possa ». Inoltre — soggiunge con ma- 
lizioso sorrisetto — occorre parlare e scrivere in volgare anche 
per « contentar le donne, alle quale tanto siamo obligati. Se 
«non fussero le donne non sì andaria in maschera; se non fus- 
«sero le donne non sì andarla a messa; se non fussero le donne 
«non si meteria li piedi in giesa... » (3). 


(1) BertoNI, Bibl. est., pp. 258-59. 

(2) Pubblicata da A. CERUTI, in Scelta di curiosità letter., n. 170. 
Bologna, 1879. 

(3) Cod. Campori y, N. 8, 6, 24, in Bibl. estense; vedi sul C. oltre 
il Carducci e il Bertoni, G. ZANNONI, Un viaggio per VItalia di L. C.. 
in Rendiconti dell'Accademia dei Lincei, Classe di Scienze morali ecc. 
s. V. vv. VIT, fase. IV, pp. IS2 sgg., e a cura di G. BERTONI, il Matri- 
monium Vulgare italicum. Modena, 1906. 


Le “RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 19 

Con l’amore delle traduzioni Borso ebbe cura di dare incre- 
mento e ordine alla Biblioteca, arricchehdola di libri volgari 
e corredandola nel 1467 di un nuovo inventario; favorì la 
lettura fra gli studiosi, che con simpatia ognora crescente cor- 
revano a dissetarsi alle fonti di Dante, Petrarca e Boccaccio, 
senza trascurare alcuni scrittori minori del Trecento, e soprat- 
tutto alla grande fontana cavalleresca, attraverso anche le 
versioni, che, per impulso del Principe, incominciano a so- 
stituire i testi originali. La predilezione di Borso per il libro 
copiato elegantemente e miniato con finissimo gusto — chi 
non va col pensiero alla Bibbia di Borso e alle Tabulae astro- 
nomicae coelestium motuum del Bianchini con le miniature di 
Cosmè Tura? — concorre a disperdere la diffidenza degli 
eruditi, che si lasciano allettare dall’esteriorità del codice, 
mentre, per agevolare l’uso meno scorretto della lingua italiana, 
un Bartolomeo da Ferrara nel 1461 preparava un Formulario 
di lettere volgari (1) e un oscuro serittore dava «le rubriche in 
«vulgare del divino offitio per quelli che non sano gramatica » 
(est. it. 102). 

Questo movimento, che s’impernia intorno all’Estense, ha 
inevitabilmente carattere cortigiano, accomunando rimatori 
e prosatori nell'intento di esaltare Borso: onde un coro di lodi 
che spiacciono perchè eccessive e mosse prevalentemente dal 
desiderio di trarne un vantaggio. Gli accenti danteschi, che 
non sempre a proposito vi risuonano, gli echi petrareheschi, che 
vi sono sparsi a profusione, non attenuano quel carattere, nè 
contribuiscono a elevare in una sfera meno umile questi seritti. 

Così Filippo de Vadis piatisce con una tronfia esaltazione 
poetica un posto dal Principe, ricordando di essere stato gover- 
natore di Reggio sotto Leonello, e scrive sonetti rudi ma non 
sciatti (2); il ricordato Della Fonte o Fonzio dedica a Borso 


n° — 


(1) È citato da A. SorseLLi nel vol. XVII degli [rvcentari, p. II, 
n. 293 (226). 
(2) Vedi FERRARO, Alewne poesie, pp. 56 sgg. 


20 G. FATINI 


e ad Ercole una silloge di sonetti e canzoni, raccolti sotto il 
pomposo titolo di Poema, stucchevolmente petrarcheschi e 
adulatorii; Filippo Nuvolone dà prova della sua meschinità ar- 
tistica in rime oscure e contorte, indirizzandone una raccoltina 
ad Alberto d'Este, che, lettore assiduo del Petrarca e del Boc- 
caccio, doveva sentire la povertà di quel modesto imitatore 
dell’Aretino (1); Ludovico Pittori di Bigio, autore di versi 
nelle due lingue, tra i quali un lugubre « carmen di morte », 
non privo d’una certa schiettezza (2); il Sanguinacci, quegli 
che mandò versi a Leonello, diresse a Borso una canzone « ut 
«a cupidineis insidiis omnino se cohibeat » (3). 

Da tutti costoro si distacca per una certa impronta rea 
listica, che talvolta scivola nell’oscenità, quel curioso anti- 
quario Felice Feliciano, che tenzonò in rima col Nuvolone (4) 
e il Suardi (con quest’ultimo in sonetti «calmoneschi »), e 
compose non brutte « disperate »; per facilità di verso, aggra- 
ziata d'una nota ora arieggiante al «dolce stil nuovo », ora 
alla lirica borghese, va ricordato il Suardi, che non mancò di 
lodare la magnanimità di Borso e di cantare d’amore per una 
insensibile ferrarese (5). 

Ecco un sonetto, scritto nel 1453 da Massa Lombarda, dove 
Borso lo aveva mandato podestà, costringendolo a star lon- 
tano dalla sua stella: 

Io ho cangiato una città gentile 
in una vilaciola dolorosa, | 
e la mia casa, ch'era sì gioiosa, 


è divenuta un tristo pecorile. 


(1) FE. GarpNxER pubblicò da un codice britannico poesie dedicate 
ad Alberto d'Este, in Dukes and Poets in Ferrara, London, 1906, 
pp. 532 sgg.; vedi Giorn. stor., 45, 383. 

(2) Vedi A. PAVANELLO, ZL. B. P., Luqubre carmen de morte, Ferrara, 
1895, e Dei codd. ferraresi 307 e 409, cit. 

(3, Propugnatore, N. S., VI, 152. 

(4) Vedi BertoNI, Bibliot. est., pp. 182 sgg.; poesie del F. anche 
nel codice 1029 della Nazionale di Parigi, 

(5) A. BeLLonti, Un lirico del Quattrocento a torto inedito e dimen- 
ticato, G. F.S., in Giorn. stor., 51, 147-206. 


i 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 21 


Et ho lasciato lo fiorito aprile 
per la vernata frigida e ventosa, 
tal che ogni cruda morte e rabiosa 
mi sia più grata che viver sì vile. 
Perché non si può aver magior dolore 
che ricordarsi esser stato felice 
ne la miseria fuor d’ogni speranza. 
Però vorrei che l’alma peccatrice, 
con quel mortal che di me stesso avanza, 
fosse già posta nello eterno ardore. 


Dante offriva non di rado intieri versi a questi rimatori, quasi 
a gara col Petrarca, specialmente in quei componimenti a 
più largo respiro, di soggetto storico, nei quali il ternario fiacco 
e arido voleva irrobustirsi con l’enfasi retorica presa in pre- 
stito dalla robusta e incisiva terzina dantesca; così nella ver- 
sione di quel poemetto, già ricordato, del Cornazzano, che ha 
una introduzione laudativa, in cui l’eco della Comedia s’immi- 
serisce in una smaccata apoteosi di Borso; e in un ternario per 
Ippolita Sforza, ove il Piacentino canta l'ingresso di Borso (1) 
in Reggio nel 1466. 

La stessa superficiale imitazione si trova nelle terzine della 
già rammentata Congiura dei Pio, dove Carlo di S. Giorgio 
se ne vale per sorreggere l’umile tono della sua poesia e rendere 
meno volgare l’adulazione cortigiana, che lo spinge a offen- 
dere l’arte e la verità storica. Sotto quest’aspetto è più soppor- 
tabile la Cronica della Casa d'Este che il notaro Ugo Caleflini 
imbastì nel 1462 in ‘una curiosa varietà di strofe (ottave, 
sestine, strofe di undici e di cinque versi), perchè nel tessere 
la storia degli Estensi alla loro esaltazione apologetica — 
Borso è pronosticato perfino re d'Italia — dà un sapore 
d'ingenuità narrativa che non può essere effetto di sola adu- 
lazione. 


(1) Archie. roman., HI, 278-79. 


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22 G. FATINI 
Ecco l'elogio di Leonello: 


Le sue parole delectava(n) quanto fiore: 
o le sapeva in tal forma dire, 
contenti da lui tutti s'avea a partire. 

Se luì se metea in canto, o sonare, 
piacer ne prendea chi l’ascoltava: 
tuta gente se havea a maraviare. 


Costui parea l'arco che in cielo zase, 
sì era bello, biondo e colorito. 
Sempre parea el sole che ridesse; 


quanto li piaceva li vespri con le messe! 


Il tono popolare dei suoi versi (1) lo ravvicina a quei canta- 
storie che Borso dalle piazze chiamava in Corte o in villa per 
rallegrarsi ai loro saggi d’improvvisazione o alle loro scorri- 
bande cavalleresche, come un Branyza da Firenze, un Giovanni 
da Verona «maestro delli mexi, li quali li canta in proxa », 
cantore cioè, probabilmente, di qualche filastrocca sui mesi, 
un Zoanne da Brescia, «che canta — pur lui — li mesi », 
un Michele Spagnolo, un Cazes, e con altri sconosciuti quel 
Giovanni Cieco che per « dire in rima a la improvvisa» — era 
anche un fecondo rimatore — fu generosamente ricompensato 
dal Duca (2). 

Non è a dire con quale scandalo dell'austero Michele Savo- 
narola, lo zio di Girola:no, che in una operetta ZI confessionale 
consiglia il eonfessore di am nonire severamente il penitente 
«se delecstato se è d» au lire inutili canti e suoni amorosi...; se 
«grande tempo consumato ha in cantare e sonare, se le feste 


(1) Sono pubblicati da A. CxppeLti, in Affi e Memorie della Depnt. 
di Storia Patria di Modena e Parma, II, 273 sgyg. 

(2) BertoNI, Gricrrino, pp. 182-183, e Giorn. stor., 94, 272-74; vedi 
pure Giorn. stor., 11, 294. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 23 


«stato è più voluntiera aldire cantare di romanzo che in giesa 
«cantare il vespro » (1). 

Il Savonarola mette in un fascio e condanna tutta la poesia 
popolare amorosa e cavalleresca, che, come quelle due canzo- 
nette Rosabella e Trionfo, ricordate in una egloga latina dello 
Strozzi (2), fioriva in mezzo al popolo, incantandolo forse 
più dei versi religiosi che gli venivano offerti da pii rimatori: 
tra queste canzonette ricordo quella anonima contro una fan- 
ciulla che s'è mostrata così rigida col suo innamorato, mentre 
lo tradiva con altri (cod. ferrar. 393, Fondo Anton., pp. 57-58): 


Losenglliera, barattiera, 
c'hai la lingua pronta e sciolta, 


‘stu m’inganni un’altra volta 
te ne avanzi ad ogni fiera, 
o losenghiera. 


L'altra, pur anonima, in ottave, piene di freschezza, in cui 
una fanciulla si lagna di non avere ancora marito (cod. ferr. 
393, Fondo Anton., pp. 94-98): | 


Misera mi, ch’io ho sedeci anni 
e non ho ancor marito, 
inanti voria haver men panni, 
pur ch'io havesse lanello in dito, 
al mio padre assai l’ho dito 
con le lacrime in su li ochi, 
el mi pasce pur di finochi 


e dice ch'io non mi lagni. 


(1) BERTONI, Bibliot. estense, pp. 75-76; Guarino, pp. 84-85: Fu- 
rwso, p. 31 e A. SEGARIZZI, M. S., Padova, 1900). 
(2) Il pastore Tribalo consiglia Albico a coniinnare la sua strada 
cantando; questi risponde: 
Sic faciam: sed nec Rosabella nec ille Triumphus 
nunc mihi carmen erit. 
Vedi A. DeLLA Guarpia, 7. V. Strozzi, Poesie latine tratte dall'Aldina 
e confrontate coi codici, Modena, 1916, pp. 215-16 e CARRARA, /’oesia 
pastorale (collez. Vallardi), p. 254. 


24 G. FATINI 


Tra le poesie religiose, con quelle che il Pittori e Giovanni 
Peregrini raccolsero in codici ferraresi (1), meritano speciale 
menzione le rime che lo stesso Peregrini (codd. ferr. 307 e 409 
cl. I), compose con viva impronta dialettale a conforto del 
suo cuore amareggiato dalla improvvisa perdita della moglie, 
abbandonando la poesia profana, che fino allora gli aveva ispi- 
rata, affettuosa e sincera, l’amore per una Cecilia; e quelle 
della ferrarese Caterina dei Vegri, che aprì il misticismo del suo 
animo con schietto abbandono in Dio e con ingenua ricchezza 
di sentimento (2). 

Scarsi sono questi documenti di poesia popolare, ma signi- 
ficativi perchè indice sicuro di una corrente che si svolgeva 
indipendentemente da quella cortigiana, i cui frutti, certo, 
potrebbero apparire più copiosi a chi esaminasse attentamente 
alcuni codici della Civica di Ferrara e dell’Estense di Modena 
(p. es. il cod. ferr. 521 del Fondo Antonelli e l’est. it. 381), quello 
del Collegio S. Carlo di Modena illustrato dal Flamini ed altri. 

Intorno al Peregrini, vissuto lontano dalla Corte, altri 
rimatori e profani e religiosi non debbono esser mancati, come 
Giovanni Marco Pio, che dalla prigione invoca con accenti di 
disperata commozione la libertà e il perdono: certe quartine 
della Supplicatione (3), rozze e sciatte, rivelano di quando 
in quando il poeta nell’orrore del temuto supplizio, anche in 
mezzo alle lodi sperticate che rivolge al Duca con la speranza 
del perdono; ma il Duca non si lasciò intenerire neppure dal 
pensiero dei figli che con la condanna capitale del padre sta- 
vano per diventare orfani. 


(1) G. FERRARO, Due poesie popolari religiose del sec. XV, Correggio, 
1894, e PavanELLO, Dei codd. ferr. 307 e 409, cit. 

(2) Il BAROTTI, in Memorie di letter. ferrar., 1, 18, le attribuisce più 
libretti in prosa e in poesia di contenuto religioso. 

(3) Edita dal Cappelli con altre poesie sue e del congiunto Marsilio, 
a corredo della stampa della C'ongiura dei Pio, in Atti cit. (1864). 
Il, 493-502; vedi pure F. RAVvAGLI, Rime di G. M. Pio di Sawvia. 
Carpi, 1909. 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 25 


Rendi conforto a l’alma, ché m'’accora, 
illustre Sir, de’ picciol miei figlioli, 
che gli ochi a pianger soli 
mi sforzan più quand’ho di lor ricordo. 
Non ti mostrar, ti prego, omai più sordo, 
che sì presto diventino orfanelli, 
però che tapinelli 


sarien ogn’ora mentre avesser vita! 


La voce schietta e ingenua di questi rudi rimatori varrebbe 
più che quella dei tanti cortigiani, che difettano quasi sempre 
di sincerità per scarsa attitudine a cogliere dal fondo del cuore 
gli accenti puri e semplici del sentimento, e più spesso, per la 
mania adulatrice che ogni sentimento faceva obliare nel desi- 
derio di entrare nelle grazie del Principe. 

Il quale si mostrava, il più delle volte, ben generoso; così 
dieci ducati dette ad Alessandro Toscano, che gli offrì, mentre 
era a Copparo, un libro di sonetti; cinquanta al perugino 
Lorenzo Spirito, che nel 1467 gli dedicò il poemetto in terza 
rima L’altro Marte; non so quanti ad un altro perugino, un 
certo da Gualazzi, che nello stesso anno gli presentò un’opera 
poetica dal titolo pomposo De gestis quorundam Capitanco- 
rum (1) ecc. Nel 1469-70 Candido de’ Bontempi, anch'egli di 
Perugia, lusingò l’amor proprio del Duca col poema Il Salva- 
tore, che oggi si ammira solo per le belle miniature, essendo 
un freddo e prosaico epigono della Comedia (2). Tentò la gene- 
rosità di Borso anche Leonardo Montagna, un umanista vero- 
nese, che, se riuscì ad esprimere con freschezza di sentimento 
affetti coniugali e paterni in versi latini e volgari, nel poemetto 
in terzine in lode di Borso non varcò l'umile cerchia degli 


(1) BERTONI, Guarino, p. 128; un elenco di beneficati da Borso è 
nella Cronica in rima del Caleffini. 
(2) Vedi innanzi il cap. II. 


26 G. FATINI 


adulatori (1); come Gambino d’Arezzo, che nel 1471 diresse 
a Borso un prolisso e arido ternario Delle genti idiote di Arezzo (2); 
Cleofe de’ Gabrielli, che festeggiò con un Trionfo il suo passaggio 
per Gubbio, quando nel 1471 andò, a Roma, a ricevere da 
Sisto IV la nomina ducale (3); ser Facino da Fabriano col 
libretto De deificatione ducis Borsii (4), ed altri ancora che ci 
saranno sfuggiti o che il tempo meritamente ha sottratti alle 
nostre indagini. 

La poesia esula da queste bolse apologie, ma Borso se ne 
compiaceva e mostrandosi generoso stimolava altri a seguire 
l’esempio dei suoi adulatori, che poetavano perfino a sua richiesta 
su argomenti da lui assegnati. Ricordo l'anonimo autore d'una 
canzone scritta in risposta al curioso quesito « quale hora meglio 
«esser inamorato » (5). 

Poveri sono anche i saggi di prosa che ci rimangono di questo 
periodo; a solo titolo di curiosità ricordo la compilazione 
(est. it. 464) « Praticha dei morbì naturali e accidentali, segni e 
«cure de cavalli tratta dai libri de Ippocrate e de Damasceno »; 
il trattatello Della palestra (est. it. 34), che parrebbe d’un fer- 
rarese. Accanto alle prefazioni del: Polismagna, che vogliono 
essere rammentate perchè più d'ogni altro saggio riproducono 
la prosa ferrarese, leggermente infrenata nel suo lessico dal 
desiderio dell’autore di sollevare la prosa del popolo, merita 
particolare menzione Michele Savonarola, che compose il Con- 
fessionale (est. it. 117) per i monaci della Certosa di Ferrara, 
il trattatello religioso Della penitenza (est. it. 107), il curioso 


(1) Vedi G. Farini, ZL. M., in Giorn. stor., 74, 241; il poemetto, 
anonimo nel cod. Capponi 219 della Vaticana e in parte pubblicato 
dal Gardner in Appendice I allo studio citato, è del Montagna; era 
già edito in Lropugnatore, N. S., v. VI, 82-105. 

(2) Vedi GC. FatINI, Dante in Arezzo, Arezzo, 1922, pp. 144 sgg. 

(3) Vedi V. Rossi, IZ Quattrocento (collez. Vallardi), p. 179. 

(4) BertoxI, Bibliot. est., p. 238 e MAzzZaTINTI, in Giorn. stor., 
1, 55. 

(5) Vedi Porro, Catalogo dei codici trivulziani, Torino, 1884, 
n. XXVIII, pp. 2714-72. : 


LE “RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 27 


libretto De tutte le cose che se manzano comunamente, che si 
chiude con una ricetta che dovrebbe servire a prolungare la 
vita al Duca, e un’operetta satirica De nuptiis Batibecho et 
Strabocha (est. it. 105), dedicata al medico Varo: una produ- 
zione varia, che varrebbe la pena di esaminare accuratamente 
per la conoscenza dei costumi e dell’intimità familiare; Saba- 
dino degli Arienti con una Consolatoria (est. it. 256) a messer 
Engadino Lambertini, non infelicemente congegnata (1) e in- 
farcita di elogi a Borso e ad Ercole (1469); Battista Guarino 
con l’orazione in morte del referendario di Borso Ludovico 
Casella; Giovan Battista Canali minorita con operette ascetico- 
morali (2); F. Nuvolone col Polisofo, grave e noiosa disquisi- 
zione su questioni d’amore, intramezzata da componimenti 
poetici, dove trova modo di spargere lodi per la Corte estense (3); 
il Fonzio con un contorto commento dei Trionfi petrarcheschi, 
inferiore a quello ponderoso (est. it. 397) che l’Illicino, inse- 
gnante nello Studio, dedicò a Borso come espressione della 
sua devota fedeltà; il Carbone con le Facezie. 

Quest'ultimo ha lasciato pure un Dialogo tra Ferrara e 
Bologna, che si contendono l’onore di averlo come insegnante, 
nel quale non sai se sia più meschina l'ostentazione di meriti 
non posseduti o la trovata per farsi richiamare da Borso allo 
Studio di Ferrara, che egli aveva abbandonato per - quello 
di Bologna; più importanti le Facezie, le quali, anche se sono 
rimestichi di aneddoti, motti di spirito e fattarelli raccolti da 
altri libri, rappresentano una delle prime sillogi del genere, che 
il vanesio letterato volle mettere insieme per mostrare la sua 
«natura tuta zoiosa e iocunda » e, ad un tempo, offrire materia 
di svago allo stesso Estense (4). 


(1) Vedi U. Darnari, in Atti e Memorie Deputaz. Romagna, s. III, 
VI, pp. 178-201; vedi pure Ateneo Veueto, NXIV, 1. 

(2) Gr. Parpi, Borso d'Este, Pisa, 1907, p. 123 n. (estr. dagli Studi 
storici, NV e XVI). 

(3) Vedi G. Zoxta, F. N. e un suo dialogo d'amore, Modena, 1905 
e BerkroxI, in Giorn. stor., 46, 437-40. i 

(4) Le Facezie furono pubblicate da A. Salza (Livorno, 1900). 


28 G. FATINI 


Al Carbone, il cui profilo nella medaglia di Sperandio da 
Mantova è contornato dai versi danteschi 


Or settù quel Carbone e quella fonte 
che spande di parlar sì largo fiume ? 


probabilmente appartiene anche l’Esortazione allo studio della 
Divina Commedia, rivolta a Borso nel 1459, col lodevole inten- 
dimento di dare maggiore diffusione alla lettura del poema, che, 
col favore del Duca, era pubblicamente commentato. 

Sotto Borso dunque, che ne è riconosciuto, a buon diritto, 
il promotore, il volgare ha una copiosa e varia fioritura, cuì 
partecipano in numero maggiore del passato anche gli umanisti 
| e perfino una gentile figura di donna, la sorella del Duca, Bianca 
Maria (1), che scriveva elegantemente in rima e in prosa, 
in latino e in greco. Di questa produzione c'è già chi, deside- 
rando che non vada dispersa, mostra di farne conto; perciò 
quegli che mise insieme il codice del Collegio S. Carlo nel 1455, 
mischiando a rime di Dante e del Petrarca versi di An- 
tonio da Ferrara e di ferraresi della prima metà del Quattro- 
cento, in parte popolari, come ballate, sonetti, ecc.; il men- 
zionato Feliciano Feliciani, che riunì in due codici (est. it. 1159 
e marciano ital. IX, 257) versi suoi e di amici; Giovanni Pere- 
grini coi cit. codici ferr. 307 e 409 con rime, in parte sue e di 
altri, forse ferraresi, e gli anonimi raccoglitori dei cod. ferr. 393, 
521 Fondo Ant. e degli estensi ital. 381 e 262 — quest’ultimo 
risale al 1447 — dimostrano il loro attaccamento alla poesia, che 
dalla Corte e dal popolo usciva sempre più gradita e copiosa. 

Da quelle raccolte e da altre posteriori non sarebbe diffi- 
cile ricavare un gruppo di poesie italiane, che per la Ferrara 
di Borso testimonierebbero — se non con la larghezza della 
raccolta fiaminiana per la Firenze anteriore al Magnifico — 
un rigoglioso fiorire della letteratura volgare, non in contrasto, 


(1) Vedi F. CERETTI, B. M. d'Este, in Atti e Mem. Dep. Storia Patria 
per le provincie mod. e par., N. S., v. III, pp. 119-67. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 29 


ma parallelamente a quella latina, con la partecipazione sempre 
più larga dell’elemento colto. 

Certo, le rime e le prose di questa fioritura raramente ema- 
nano un profumo d'arte, ma in cambio presentano un inne- 
gabile valore storico, perchè il Duca favorendo senza riserve 
lo sviluppo del volgare e col proteggere gli autori e col dare 
incremento alla Biblioteca e a tutte le arti minori che mirano 
alla conservazione e all’abbellimento del libro, ha fatto sì 
che un’umile schiera di scrittori spianassero la via che il Boiardo 
e l’Ariosto batteranno di lì a poco, l’uno con tutta libertà, 
l’altro con libertà e signorilità. 


+ 

La schiera di questi umili lavoratori s’infittisce con Ercole I, 
che al difetto comune col fratello di aver poco familiare la 
lingua latina, aggiungeva il vivo desiderio di conoscere il 
mondo classico per il ‘tramite soprattutto degli storici e dei 
politici, e forse, se dobbiamo credere ai suoi adulatori, anche 
la capacità di poetare. Perciò, mentre gli sprezzatori del vol- 
gare, vinti dalla forza della realtà, tacevano o, convertiti, 
confondevano la loro voce con quella dei vecchi avversari, 
Ercole, spinto forse anche dalla moglie Eleonora, ignara della 
lingua romana, «quod latinam linguam non decere — seri- 
veva un suo elogiatore — pudicam mulierem putavit » (1), 
apriva la Biblioteca ai libri volgari originali e tradotti, con 
tanta liberalità, che il reparto dell'inventario loro destinato 
raggiunse il cospicuo numero di circa 200 sul complesso di 
550 opere o poco più. Accanto alle lettere di S. Caterina com- 
paiono i sonetti del Burchiello, alle prediche di S. Bernardino 
l’Acerba dell’Ascolano, ai Fioretti di S. Francesco le Cronache 
del Villani, ecc. 

Gli scrittori antichi vi figurano nella loro e nella nostra 
lingua, in copie le più di bella calligrafia, molte adorne di 


(1) FAVA, op. cit., p. 118. 


30 G. FATINI 


ammirabili miniature. Ad esse ricorrono con frequenza i lettori, 
che ormai desiderano, su l’esempio del Duca, di intendere i 
testi senza sforzo, e Peregrino Prisciano, che dal 1488 è pre- 
posto, come bibliotecario, alla introduzione, distribuzione e 
al prestito dei libri, ne favorisce la lettura, senza perdere mai 
d’occhio che vengano restituiti; chè il Duca era sì geloso dei 
suoi libri, da indursi a negare un Dione Cassio tradotto a 
Lorenzo de’ Medici, che glielo aveva chiesto in prestanza, col 
pretesto che aveva bisogno di leggerlo « quasi ogni die » (1). 

Con questo trasporto generale pei libri volgari si capisce 
l'impulso dato da Ercole alle versioni, che raccomandava fos- 
sero fedeli al testo. Il Leoniceno traduce Ariano, Luciano, Dio- 
doro Siculo, Procopio (est. it. 463) e Dione Cassio; Pier Can- 
dido Decembrio, Ammiano Marcellino ed Appiano (est. it. 164); 
il Fonzio, la Calunnia di Luciano; Battista Panetti dell'ordine 
di S. Paolo di Ferrara, le Antichità giudaiche di Giuseppe Flavio 
(est. it. 545) ed altri opuscoli storici; Ludovico Sandeo, la 
Vita di Alessandro Magno di Plutarco (est. it. 222); il Carbone, 
lo Stratigeticon di Onosandro, una sua orazione detta, in 
latino, in morte di Ludovico Casella (est. it. 96), per dar modo 
al Duca di leggerla, e un’altra, pur tradotta, per Federico di 
Saluzzo, suo discepolo, ambedue precedute da un proemio 
adulatorio; Carlo Maria Strozzi, le Orazioni di Isocrate; Carlo 
di S. Giorgio, i Commentari di Cesare, il De Nobilitate di Leo- 
nardo Bruni (est. it. 31), offerto a Eleonora nella fausta ricor- 
renza della nascita di Isabella, e le Epistole di S. Girolamo; 
Pandolfo Collenuccio, un capitolo di storia ungherese, che gli 
offrì l'occasione di lusingare gli Estensi col ricordo delle glorie 
avite; Iacopo Poggio, Guido Panciroli, il fiorentino Andrea 
Gambini ed altri, che sì nascondono nell’anonimo, dànno ver- 
sioni di storie, favole, opere morali e religiose, che vanno 


(1) Per Ercole rimatore v. G. REICHENBACH, op. cit., p. 15; e geloso 
lettore di storie v. BERTONI, Notizie sugli amanuensi degli Estensi nel 
Quattrocento, in Areh. rom., IT, 54. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 31 


xl arricchire la Biblioteca ducale o quella della Duchessa, avida 
lettrice di libri volgari. 

Su tutti i traduttori spicca, ma non per un particolare valore 
che le sue traduzioni abbiano, il Boiardo, che si cimenta con 
Senofonte, Luciano, Apuleio, Cornelio Nipote, Erodoto, Plu- 
tarco, con l’Alberti nel trattato De Architectura, e con Rico- 
baldo per la sua Istoria imperiale, riuscendo, quasi sempre, 
come gli altri, non troppo fedele al testo, verboso e inelegante. 

Queste traduzioni, nonostante il loro scarso pregio, hanno 
da un lato agevolata la conoscenza del pensiero antico, che ora 
si presentava «senza obscuritade alcuna » — dice il Panetti 
in una sua prefazione (1), — perchè ogni autore «ragionerà 
italiano » — esclama con voce un tantino orgogliosa il Boiardo, 
nella dedica della versione di Erodoto (2), — dall’altro hanno 
diffuso sempre più l’amore, 0, se si vuole, il bisogno della lingua 
italiana. 

Con la speranza forse di rendersi interprete di questo bi- 
sogno, Cristoforo Landino inviò a Ercole un Formulario di 
lettere e di orazioni (3), che avrà giovato probabilmente a qualche 
cortigiano più che a qualcuno di quegli scrittori in prosa che 
nell'ultimo trentennio del secolo XV tentarono opere d’arte 0 
lasciarono compilazioni a scopo divulgativo o memorie storiche. 

Gli autori sono in discreto numero: tralascio gli anonimi che 
dettero quei trattatelli De mesurare fiumi cet edificii, De le virtù 
et vitii, De urelli et de u.cellare, De medicine de cavalli, De scacchi, 
che trovo indicati nell'inventario (4) del 1495; ricorderò i 
trattati De la conduttione de’ frutti (5) e De venenis et de mor- 
sibus venenosis (6) di Battista Massa di Argenta, illustre medico 

(1) BERTONI, Bibl. est., pp. 128 e 129; sui criteri desiderati da 
Ercole nelle traduzioni v. REICHENBACH, op. cit. pp. 197-989 e sul 
Boiardo traduttore, pp. 197-200. 

(2) BERTONI, Bi0l. est. p. 129; il B. riferiscesi al solo Erodoto. 

(3) BERTONI, Furioso, p. 31. 

(4) BERTONI, Bibl. est., pp. 239 seg. 

(5) BERTONI, Bibl. est., p. 236 e Guarino, p. 183. 

(6) ANTONELLI, Indice dei mss. cit., n. 340, p. 177. 


32 G. FATINI 


e insegnante nello Studio; De la integritade de la militare arte del 
Cornazzano (est. it. 176); De manescalchia d’un Piero Andrea 
(est. it. 5); le Cronache del Prisciano, che stese anche la bio- 
grafia di due beate Beatrici Estensi (est. it. 265); le due Cro- 
nache e un Diario del Caleffini, le Cronache di Bernardino Zam- 
botti e del Ferrarini; la Storia e successi della guerra e dijesa 
di Roccapossente di Bartolomeo Cavalieri, che pare autore pure 
di una Vita dì Ercole (1); il Compendio delle Historie del Regno 
di Napoli, che il Collenuccio rimaneggiò tra il 1485 e il 1490 
per suggerimento della Duchessa, dedicandolo ad Ercole, come 
al Principe « che tutti sanno in Corte che non vi è quasi nessuna 
« storia greca o latina, che egli non conosca e non abbia letto 
« con diligenza » (it. 456); l’apologo Berretta e Testa (est. it. 836), 
cosparso di lodi per la munificenza di Ercole, dello stesso Col- 
lenuccio, che scrisse anche dei dialoghi; una insipida novella di 
Marco Antonio Bendidio e una, di tessitura boccaccesca, del 
Feliciano (1474), intitolata Iuxrta Victoria; il rimaneggiamento 
del trattato sull'arte del ballo, fatto in Ferrara dallo stesso 
autore Cornazzano, che anche lasciò incompiuti, in una prosa 
infarcita di versi, i Proverbî in facezie (2); un dialogo del Car- 
bone De la felicitate de Ferrara in laude del Duca (3); il commento 
al Trionfo della fama di Iacopo Poggio; i primi saggi morali 
del Savonarola, che prelusero al suo ritiro da Ferrara a Bo- 
logna nel convento domenicano; il farraginoso romanzo Gly- 
cephila Ai G. M. Filelfo (est. it. 100) con la interpolazione di 
rime d’intonazione platonica; quello d'ispirazione boccaccesca 
Il peregrino di Iacopo Caviceo, che egli scrisse in Ferrara, intrec- 
ciando alle avventure del protagonista l’amore d’una bella fan- 
ciulla ferrarese, Ginevra; l'ampia raccolta di novelle Le Por. 
retane, che Sabadino degli Arienti dedicò al Duca, ritraendo 


(1) CAPPELLI, in Memorie Deputaz. Storia Patria per Modena € 
Parma, I, 294 n.; per le cronache dello Zambotti e del Ferrarini 
v. lrch. roman., V, 392 sgg. 

(2) L. Dr Francia, Nocellistica (collezione Vallardi), I, p. 501. 

(3) BertoNnI, Bibl. est., p. 152. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 38 


in parte la gioconda vita dell’ambiente estense; e la prosa 
stucchevolmente latineggiante della raccolta biografica Gyne- 
vera de le clare donne dello stesso Sabadino, al quale si attri- 
buisce (1) pure la Historia di Piramo e Tisbe, dedicata ad Ercole. 

Questi documenti interessano per più motivi la storia della 
prosa ferrarese, come quelli che segnano tanti tentativi di 
prosa popolare e d’arte, i quali, pur falliti artisticamente, con- 
corsero alla formazione e alla diffusione di quella che tra qualche 
decennio s’imporrà come prosa italiana, varcando con l’aiuto 
dei modelli classici gli angusti confini della Toscana. 

Più fitta è la schiera dei rimatori; accanto a G. B. Refri- 
gerio bolognese, Cristofano Lanfradini, Filippo Lapazini, Lu- 
dovico Bonaccioli, insegnante nello Studio, Ercole e Costanzo 
Pio, Cesare Moro, Guido dell'Abbazia, Bernardino Pavone, 
Antonio Papozo, Cornelio di Lorenzo, Girolamd Berardo, Gio- 
vanni Testa Cillenio, i ricordati Battista Massa d’Argenta e 
Pier Candido Decembrio, che vogliono qui una fuggevole men- 
zione per qualche poesiola d’argomento amoroso o adulatorio 
verso gli Estensi; non va dimenticato un gruppetto già noto, 
come il Sandeo, autore d'un canzoniere, edito dal figlio dopo 
la sua morte, in cui senti la compiacenza d'imitare il Petrarca 
meno sincero (2); il Fonzio, che continua ad esaltare Ercole, 
come prima aveva esaltato Borso: Battista Guarino, che poetò 
volentieri nelle due lingue, cantando in volgare anche la 
nascita di Alfonso; Gian Mario Filelfo, più conosciuto per 
il bolso poema in latino l’Erculeide, che per le rime a Borso 
e ad Ercole (3); l’Arienti, povero schiccheratore di versi; il 
Collenuccio, prolisso cantore moraleggiante nel capitolo De la 
reformatione de lhomo a la Vita cristiana (est. lat. 228), e au- 
tore della celebre canzone Alla morte (4); il Cornazzano, autore 


(1) Giorn. stor., 11, 217. 

(2) Archiv. roman., V, 142. 

(3) FLAMINI, Versi inediti di G. M. Filelfo, Livorno, 1892. 

(4) A. SAVIOTTI, P. Collesuccio, Pisa, 1888; Giorn. stor., 30, 61 
e G. CRESCIMANNO, Sui « Dialoghi » di P. C., Torino, 1907. 


Giornale storico — Suppl. n° 225. 3 


34 G. FATINI 


di un ternario in lode di Giacomo Trotto ferrarese (est. it. 177) 
e forse anche del Trionfo in terzine, con cui si chiude il dialogo 
latino fra Ercole e Sigismondo De pietate. et clementia (est. 
lat. 171); Girolamo Savonarola, che comincia da Ferrara la 
sua battaglia con l’aspra canzone De ruina mundi, riboccante 
di sentimento religioso e di dispregio per la vanità delle cose 
umane. 

Più numeroso è il gruppo dei rimatori che si nominano ora 
per la prima volta: Francesco Bellagrande, autore d’un poe- 
metto sulla guerra di Venezia e di Ferrara nel 1482, sulla quale 
sì conosce anche un cantare anonimo (1); i ferraresi Bonamelli 
di Libanoro, che, a detta del diarista Ferrarini, «se dilecta 
«dire in soneti vulgari » e Antonio Tassino, autore di « uno 
«libretto in versi » (2); Niccolò Tossico, una specie di guarda- 
robiere ducale; che lasciò rime non del tutto spregevoli (3); 
Giovanni Pincaro, che nei suoi scarsi versi, cantando in un 
capitolo le Fatiche d'Ercole, incensò il Duca senza alcuna di 
serezione (4); il medico modenese Panfilo Sasso, che ai suoi 
versi petrarcheggianti tentò d’infondere una certa vigoria 
con accenti di sdegno per le sciagure della Patria e di aspra 
satira per il decadimento dei costumi; Francesco Gara della 
Rovere, che per fanciulla ferrarese intessè su vieti motivi 
varie poesie, tra le quali qualche sonetto non privo di schietta 
sincerità (5); il famoso Giovanni Pico della Mirandola, che 
alla nota petrarchesca piuttosto fredda, ma garbata dei suoi 


(1) G. ANTONELLI, Un episodio della guerra di Venezia a Ferrara, 
Ferrara, 1871, La guerra di Ferrara del 1482, Ferrara, 1843, e BERTONI, 
Nuovi Studi su M. M. Boiardo, Bologna, 1904, p. 227 (Appendice 1). 

(2) Archiv. roman., IV, 397, e A. VENTURI, L’arte ferrarese nel periodo 
di Ercole I, in Atti e Memorie Deputaz. di Storia Patria per le Romagne, 
8. III, v. VI, p. 106. 

(3) Giorn. stor., 30, 4; BERTONI, Furioso, pp. 307-08 e A. PÈRCOPO, 
I sonetti faceti dì A. Cammelli, Napoli, Jovine, 1908, p. 304 n. 

(4) BERTONI, Furioso, pp. 307-308. 

(5) Caviccni, in Giorn. stor., 53, 193-227; per il Sasso vedi Guorn. 
stor., 30, 33-34 e CIAN, Sutira, 391. 


LE “ RiME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 39 


sonetti, accompagnò talvolta anche la nota politica; Gaspare 
Sardi, storico e bibliofilo, che nei Libri Amorum, parzial- 
mente perduti (est. lat. 228), fra tanto ciarpame di abusati 
motivi amorosi attinti o modulati al Canzoniere, sparge di 
quando in quando, specialmente coi sonetti dialogati, un ri- 
volo di freschezza e di vivacità; Gualtiero da S. Vitale, la 
cui fecondità di rime amorose è pari solo alla povertà ispira- 
trice (1); perfino Tito Vespasiano Strozzi, l'elegante cesellatore 
di carmi latini, nei quali scorre una dolcezza petrarchesca, 
che non può essere solamente esteriore o fortuita, durante 
la guerra tra Ferrara e Venezia, sferza amaramente la Curia 
romana, con un ternario (2), pervenutoci in frammento, invo- 
cando dai Principi d’Italia, una novella crociata contro il 
Turco, particolarmente da Ercole in cui 


. sol] sì vede 


fiorir virtù, che è rara ai tempi nostri. 


Con tanti settentrionali si confonde il napoletano Pier 
Iacopo da Zennaro, che dedicò al Duca un poemetto De lo 
amore de Paris e de Elena (3). Non mancano anonimi, uno dei 
quali canta Li regni de Chupido, de Satana, de viciy e de la 
tertude, un altro che difende dalle malignità d’una cattiva 
lingua le più belle donne ferraresi (est. lat. 228, n. 37), — forse 
il Cornazzano — dispensando ad ognuna (4), tra reminiscenze 
burlesche, un fiorellino di lode; un altro ancora che investe 
con aspri accenti, che vorrebbero rinvigorirsi con note ed espres- 
sioni accattate alla Comedia, un detrattore di Ferrara e dei 


(1) Giorn. stor., 80, 25 n.; 33, 265 sgg.; per il Pico v. CERETTI, 
Sonetti inediti di G. P. della Miran., Mirandola, 1894. 

(2) DELLA GUARDIA, T. V. Strozzi, XLVII-VIII (cod. ferr. 324), 
Pp. 229-232 e Cian, Satira, 426. 

(3) BERTONI, Bibliot. est., p. 236. 

(4) Arch. rom., II, 345-46; qualche saggio di poesia popolare di ano- 
nimo ferrarese può essere nella racceoltina illustrata di G. REICHENBACH, 
Saggi di poesia popolare fra le carte del Boiardo, in Giorn. stor., 77, 


29 89g. 


36 G. FATINI 


Ferraresi (est. lat. 228, n. 37), ed altri che mettono insieme poesie 
proprie e non proprie musicandole: come quei libretti che 
abbellivano la Libreria di Ercole (Inventario 1495) con « mu- 
« sicha et canzone taliane » (n. 341), « messe da canto » (n. 338) e 
«messe et canzone de musiche » (n. 340) ecc. 

C'è anche un poeta maccheronico, Bassano Mantovano (1), 
che visse del tempo a Ferrara, e canterini, come quel Giovanni 
Cieco, già ricordato, e Francesco Cieco o Francesco da Firenze 
o da Ferrara, il cui nome più volte s'incontra nei documenti 
estensi come «l'orbo che canta de gesta » o «in rima», il 
quale più tardi si provò, e non sempre infelicemente, a solle- 
vare la sua musa popolare, ringagliardita nelle leggende caval. 
leresche, col Mambriano (2). Perfino i mirabili affreschi di 
Schifanoia danno ad un ignoto rimatore il destro d'’illustrare 
con dei versi (3) certe belle miniature del codice della Sfera 
(est. lat. 209). 

Quanti poeti dunque cantavano a Ferrara e all'ombra della 
Corte estense! Davvero è il caso di ripetere col modenese Bar- 
tolomeo Prignani Paganelli (4) che nella città di Ercole le 
Muse risuonavano festose in ogni casa: 


Innumerae fidibus resonant crepitantibus aedes; 


pur troppo non sempre gradite all'orecchio, perchè molte erano 
simili alle rane gracidanti nei paduli dei dintorni: lo dice lo 
stesso Prignani, forse in un momento di malumore campa. 
nilistico: 

tot Ferraria vates 


quot ranas tellus ferrariensis habet. 


Non aveva torto: che s’ispirasse all'amore o all’esaltazione 
degli Estensi, alla realtà della vita con le sue attrattive o delu- 


(1) Giorn. stor., 16, 216-17. 

(2) Giorn. stor., 94, 274-77. 

(3) BERTONI, Bibl. est., pp. 194-95. 

(4) BertONI, Bibliot. est., p. 133 e CraN, La Satira, p. 415; il passo 
è in una elegia di B. PRIGNANI PaGANELLI, Elegiae, Mutinae, 1489. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 37 


sioni, all'amicizia o allo svago, quel canto, spesso dalla stessa 
persona accomunato nelle due lingue, era monotono, freddo, 
fiacco, con echi scordati del Canzoniere e della Comedia: fram- 
menti dun mondo lirico falso o manierato per inettitudine 
poetica e per risibile presunzione artistica, che avevano però 
larga accoglienza presso i Duchi e i Principi e garbavano alle 
persone colte e non dispiacevano al popolo: tanto è vero che 
trovarono chi, come il Panetti, Alessandro Sardi ed altri, 
ne raccolse una buona messe conservandoli in codici (est. 
it. 809, it. 832, it. 836, it. 838, lat.. 228, cod. bolognese 2618, ecc.), 
donde non sarebbe difficile ricavare altri nomi di rimatori. 

Da questa folla di alunni delle Muse vogliono essere tenuti 
distinti o per ricchezza o varietà delle poesie o per certi atteg- 
giamenti del loro spirito Giovanni Marsilio Pio, Timoteo Ben- 
dedei, Niccolò da Correggio, il Cosmico, il Tebaldeo, il Pistoia 
e il Boiardo. Il Pio, travolto nella congiura del congiunto, ma 
salvato dalla pena capitale, sfogò rozzamente lo strazio della 
sua lunga prigionia in lunghi capitoli, sonetti e canzoni, riuscendo 
qualche volta a dare all’espressione una certa efticacia lirica; 
ll Bendedei (1), il « Filomuso » dell’Ariosto, ricorda in certe 
cantilene la gioconda spensieratezza delle ballate del Magni- 
fico e del Poliziano, come in questa (est. it. 809, c. 131): 


Dona, el tempo se ne va, 
però pensa quel che fa’, 
che pentir non te potrai 
quando l’herba in fen serai. 
Dona, el tempo se ne va, 


però pensa quel che fa’. 


Niccolò da Correggio, il compito cavaliere della Corte, al 
canto vario e garbato seppe infondere un alito di serena dol- 
cezza e una intonazione ondeggiante tra la idealità del « dolce 
«stil nuovo » e l'umanità del Canzoniere; il Cosmico ravvivò 


(1) BERTONI, Furioso, 37; vedi pure Giorn. stor., 30, 23 n. 


38 G. FATINI 


la sua musa petrarchesca con accenti danteschi, riscuotendo 
ai suoi giorni più rinomanza del giusto; il Tebaldeo nella 
copiosa produzione lirica frondosa e lambiccata offre di quando 
in quando un componimento dall’impronta spiccatamente sin- 
cera, specialmente quando s’ispira ai mali dell’Italia; il Pistoia 
vibra i suoi strali burleschi e satirici d’argomento per lo più 
politico con aspra schiettezza, moderandola talvolta con una 
nota cortigiana, spesso rivolta ad Ercole. Alla fiera e maledica 
poesia cammelliana ci riportano, non per l’identità dell'autore, 
ma per l’asprezza della caricatura o per la violenza dell’at- 
tacco i gruppi di sonetti contro Ferrara (1), contro Niccolò 
Ariosto (lat. 228) e contro il Cosmico (2), che dimostrano come 
nella città estense l’arma della satira fosse abilmente ado- 
perata contro una persona — ricordo anche il maldicente Al- 
berto Cestarelli, forse l’autore dei mordaci sonetti contro il 
Ciampante (3) — e in difesa degli interessi cittadini, quando 
non accendeva di sdegno patriottico, spesso non sempre disin- 
teressato, per le sorti d’Italia, spiriti più elevati come il Sasso, 
il Correggio, il Tebaldeo, il Bendedei, il Pistoia. 

Su tutti i poeti dell'ambiente ferrarese domina il gentile 
Conte di Scandiano col Canzoniere e coll’Orlando Innamorato: 
quello, pur echeggiando nelle frasi e nei concetti le note liriche 
del Petrarca, ritrae con tanta freschezza di sentimento e imme- 
diatezza di espressione l’intimo travaglio del poeta, ora tre- 
pidante nell'attesa dell’amore ricambiato, ora gonfio di letizia 
nell'appagamento, ora turbato nell’ora dell’abbandono; questo 
spande d’un tratto il suo fulgore cavalleresco sulla Corte e 
sull'ambiente intellettuale estense, che fino allora si erano ralle- 
grati alla fioca e rude voce dei canterini o al fascino diffuso dalle 


1) Vedi L. FRATI, in Giorn. stor., 9, 215-237. 
2) I sonetti contro il Cosmico nella mia Lirica di L. Ariosto, Bari, 
Laterza, 1924, pp. 243.57. 

(3) CatALANO, Vita, I, 99; CrtrtADpDELLA, Notizie relative a Ferrara, 
p. 159 e Diario ferrarese, 1496 in AR. II. SS., (nuova edizione). 
NANXIV. VII, pp. 184-86. 


| 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 39 


pagine di storie d’amore e di romanzo, in francese e in volgare, 
avidamente lette da Principi e da cortigiani. Nella lirica e 
nel poema del Boiardo si raccoglie in sintesi il frutto del lungo 
e oscuro periodo preparatorio al Rinascimento ferrarese, che 
rifulse in tutto il suo splendore con l’Ariosto, come nella lirica 
morbida ed armoniosa di Tito Vespasiano Strozzi, in cui 
confluiscono dai classici e dalla realtà gli spiriti informatori 
della sua arte, si compendia il frutto migliore dell’Umanesimo 
estense, il quale si è avvicinato sempre più alla corrente viva 
del volgare, fino a confondersi con essa. 

Così il Boiardo assomma nella varietà della sua opera gli 
spiriti dell’arte popolare che la schiera, sempre più fitta, di 
scrittori, da Niccolò III ad Ercole I ha svolta e animata trasfor- 
mando a poco a poco il clima intellettuale di Ferrara, preva- 
lentemente umanistico verso la metà del secolo, in un clima 
moderno e volgare, non antitetico, ma sempre più intonato agli 
spiriti classici e da questi rinvigorito. 


La via, del resto, fu spianata anche da una delle più sim- 
patiche iniziative di Ercole che abbiano favorito lo sviluppo 
del volgare: quella delle rappresentazioni drammatiche. 

In una città festosa e amante del divertimento, lo spettacolo 
dei pallii, duelli e tornei, delle parate e delle giostre alimentava 
istintivamente la simpatia per il teatro; le poche rappresen- 
tazioni di cui abbiamo ricordo — cito di esse quella mito- 
logica (1) promossa da Niccolò III nel 1434 e a Modena l’altra 
del 1450, tenuta dalla compagnia modenese dello Spedale della 
Morte « con un Monte che parlava e la Carità che rispondeva» (2), 


(1) Parpr, Leonello d' Este, Bologna, 1904, p. 36. 
(2) A. VENTURI, L'Oratorio dell'Ospedale della Morte, in Atti e Me- 
morie di storia modenese e parmense, s. III, v. III p. 246. 


40 G. FATINI 
a 


e ricordo che nel vecchio castello c’era anche un teatro (1) 
per burattini, che fu riaperto per le nozze di Ercole — sono 
un indice di questa simpatia, che divenne passione con questo 
Duca, dall’indole e dai precedenti militari portato all’amore dello 
sfarzo teatrale e della bellezza scenica, che non poteva esau- 
rirsi nell’abbellire di ampie vie, di piazze arborate, di mirabili 
palagi e di sontuosi parchi la città e i dintorni. 
Su l’esempio dei Romani, che a scopo morale 


incomenzaro più comedie nove 
all’usanza di Atene a recetare, 

Ercul per questo al presente si move, 
come quel che, amator del viver recto, 
vòl che l'usanza antiqua se rinove; 

e se stato è per tempo negletto 
tale exercizio, or è gloria magiore; 
redur quel vòle e ponvi onni su’ effetto, 

perché del popul suo è vero amatore, 
come degno signore e singulare, 
per dar di sé nel mondo fama e onore. 

È queste tradur fa in stil vulgare, 

a ciò i docti et indocti e tucte genti 
possin gli antiqui exempli qui imparare. 


Così un rozzo rimatore, che si è sospettato fosse il giovane 
Ariosto (2), loda nel prologo del Formione l’opera innovatrice 
del Duca, che non sì ridusse solo a rappresentare davanti al 
pubblico le commedie plautine e terenziane tradotte o ridotte 
da Paride Ceresara, Battista Guarino, Gerolamo Berardo, il 
Collenucecio, il Cosmico, il Boiardo ed altri. Ercole, al quale 
sì è voluto perfino attribuire la versione dei Menechmi, che 


(1) GANDINI, Saggio degli usi e delle costumanze della corte di Fer- 
rara al tempo di Niccolò III, in Atti e Memorie Deput. Storia Pat. per 
la Romagna, s. III, IX, 1898, p. 165 n. 

(2) Vedi FATINI, Su la fortuna e Vautenticità delle liriche di L. A.. 
estratto dal Supplem.22 del Giorn. Stor., pp. 140-41 (d’ora in poi 
sarà indicato con FATINI, Fortuna), e il testo nella Lirica di L. A. 
da me curata, presso Laterza, pp. 272-74. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 41 


furono posti in iscena il 25 gennaio 1486, come primo segnale 
del nuovo teatro ferrarese, dette tutto il suo favore anche ai 
tentativi drammatici del Correggio, di Gualtieri da S. Vitale, 
di Galeotto del Carretto, del Boiardo, del Pistoia, del Tebaldeo 
(se è suo il rimaneggiamento in atti dell’Orfeo polizianesco), 
del Collenuecio e di chi preparò la rappresentazione della 
« storia di Ippolito Buondelmonte e di Lionora de’ Bardi » (1) ecc. 

Questi tentativi insieme con le versioni di Plauto e Terenzio 
— gli uni e le altre cari al pubblico e alla Corte, come si può ri- 
cavare dalle cronache dello Zambotti e del Ferrarini — affezio- 
narono sempre più popolo e letterati al volgare, che finì col 
riprendere anche nel campo dell’arte i diritti della lingua ma- 
terna, cui si affidano, come alla madre, le gioie e le pene, le 
aspirazioni e le delusioni del cuore e della mente. 

«La primavera del Rinascimento classico seminata da Leo- 
«nello estense e da Guarino veronese era in Ferrara nella sua 
‘« più lussureggiante vegetazione — scrive il Carducci parlando 
dei tempi di Ercole — e inebriava de’ suoi colori e dei pro- 
«fumi gli animi di tutti»; ma non è esatto soggiungere che 
«tutti amavano, odiavano, peccavano, sognavano in latino » (2); 
in latino e in italiano — occorre completare —, perchè codesta 
primavera, resultato d’una felice fusione di elementi antichi 
e moderni, raggiunta dopo una lenta preparazione degli spiriti, 
guidati gli uni dal pensiero classico, gli altri dall'amore alla 
nostra lingua e ai grandi Trecentisti, brilla ormai di quella 
luminosa bellezza che s'irradia dal connubio della realtà col 
classicismo: pronubi e artefici, che si levano sulla folla degli 
umili e oscuri operai, sono Matteo Maria Boiardo e Tito Vespa- 
siano Strozzi. 


(1) Vedi CataLano, Vifa, I, 121-22. 

(2) CARDUCCI, Opere, XV, p. 19. In questo rapido ercursus nella 
storia del volgare preariosteo, che altri potrà sviluppare più ampia- 
mente, non s’incontrano nomi della famiglia Ariosti, che scrissero in 
volgare, perchè se ne farà parola in seguito. 


42 


CaPITOLO II. 


DANTE PRESSO GLI ESTENSI 
NEL SECOLO XV (1) 


Discussioni dantesche nel circolo guariniano. — Il culto di Dante 
presso Niccolò III e Leonello. — Copie del poema nella Libreria 
estense. — Una « cattedra » dantesca e studiosi e imitatori di 
Dante sotto Borso. — A. Cornazzano. — Studiosi e imitatori 
di Dante sotto Ercole. —- Serafino de’ Bontempi e il poema Il 
libro del Salvatore. 


Alla fusione degli elementi classici coi moderni che formarono 
il Rinascimento ferrarese ì grandi Trecentisti dettero il loro 
contributo in modo diverso: il Petrarca con la dolcezza musi 
cale delle sue rime, al cui fascino non seppero sottrarsi neppure 
i più fanatici umanisti; il Boccaccio con la suggestione d'una 
prosa calda e sensuale, che richiamava la lirica voluttuosa dei 
latini; Dante con l’aspra vigoria del suo canto, che ben s’addi- 
ceva all’amarezza del decadimento morale e politico d’Italia. 
Parrebbe da questo che il culto dell’Alighieri in un secolo e in 
una città così poco sorretti da idealità patrie ed etiche dovesse 
trovare scarsa rispondenza, più viva essendo la propensione 
del popolo e del ceto colto a gustare, se mai, per affinità d’animo 
paganeggiante d'amore e di sentimenti, l’arte del Boccaccio e 
del Petrarca. 

Invece non è così: Dante, non compreso e talvolta sprezzato 
da quasi tutti i banditori della nuova cultura, pei quali la 


(1) Comparso nel Giornale dantesco, XVII, quad. ILI-IV, pp. 126-44 
come Contributo allo studio e alla fortuna di Dante, lo ripubblico 
aggiornato e profondamente rielaborato. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 43 


Comedia poteva, tutt'al più, servire di svago alle donnicciole 
e ai ragazzi nelle lunghe serate invernali, entra nella cultura 
ferrarese, vincendo a poco a poco la noncuranza degli umanisti 
proprio per opera di quei Signori di Ferrara che l’Alighieri 
aveva così severamente trattati nel poema (1). Ma gli Estensi 
avevano forse dimenticati i versi ingiuriosi nel compiacimento 
che l’austero Fiorentino ripetesse la sua stirpe materna da 
Ferrara, come sostenne Benvenuto da Imola nel commento, 
scritto per suggerimento di Niccolò II ed a lui dedicato. 
L'Imolense, che probabilmente illustrò il poema in Ferrara, 
instillò nell'animo dei suoi scolari l’amore dell’arte dantesca, 
che qualche decennio prima aveva animato di santa bile alcune 
rime di Antonio Beccari, quello scapigliato ferrarese che, tro- 
vandosi in Ravenna osò — racconta il Sacchetti — togliere 
le candele dinanzi al Crocefisso per porle davanti al sepolcro 
di Dante! A tanto lo portò il fanatismo per il divino Poeta! 


* 
* * 


Col fascino della sua gentilezza e del suo mecenatismo Leo- 
nello aveva raccolto intorno a sè, in un circolo accademico, i 
più insigni letterati della Corte, i quali, sotto la saggia guida 
del Principe e di Guarino, spesso trascorrevano il loro tempo in 
discussioni, in gran parte, letterarie. Di queste ci ha lasciata 
una rappresentazione Angelo Decembrio nei sette libri della 
Politia litteraria, coi quali ci trasporta in mezzo ad un’accolta 
di letterati, come Uguccione Contrari, Giovanni Gualengo, 
Feltrino Boiardo, Alberto Costabili, Alberto Pio, Carlo Nuvo- 
lone, Niccolò e Tito Vespasiano Strozzi, Francesco Ariosti, ecc., 
dei quali i più si mostravano tanto entusiasti dell'antico quanto 
denigratori del volgare. Per bocca del Marchese essi dichiarano 


(1) I. DeL Lungo, Darte ne’ tempi di Dante, Bologna, ISSS, pa- 
gine 412-13; T. SANDONNINI, Dante e gli Estensi, in Atti e Memorie 
della Deputaz. di Storia Patria per Modena e Parma, s. IV, t. IV, 
pp. 149.81. 


44 G. FATINI 


l’ostracismo a tutti i libri italiani, indegni di andare per le 
mani di persone colte, tali invece « quos apud uxores et liberos 
«nostros nonnunquam hybernis noctibus exponamus » (1). È 
vero che dal numero non esiguo di siffatti scrittori sono quasi 
costretti a riconoscere l’importanza che queste opere potrauno 
in seguito acquistare, ma saranno sempre « apud plebem com- 
« positionis vocabulo digna », anche se i loro autori si chiamino 
Dante, Petrarca, Boccaccio. 

Fra queste affermazioni, allora comunissime, richiama la 
nostra attenzione il fatto che ll nome dell’Alighieri s'insinua 
spesso in mezzo alle pedantesche disquisizioni. Il minorita 
Agostino, acerrimo nemico, per sentimento religioso, dell'Uma- 
nesimo, per lui propalatore di fiabe e di menzogne, con audace 
esagerazione tacciando di dannoso perditempo lo studio dei 
classici, osa contrapporre quello dei libri religiosi, compresa 
l’opera di Dante (2). Il monaco suscita fra i letterati del circolo 
un tantino di compassione, perchè non solo si mostrava com- 
pletamente digiuno della grandezza e dell’importanza dei clas- 
sici, ma anche dimenticava — poteva rispondergli Leonello 
— che i libri religiosi sono necessari solamente per preparare 
l’uomo all’estrema dipartita (I, p. 98). 

Un altro giorno, parlandosi della grandezza di Virgilio, la 
discussione ricade su Dante (V, parte 642). Tito Vespasiano 
Strozzi, nel ricordo del poeta mantovano, osa accennare timi- 


(1) Vedi edizione di Augusta Vindeliciorum, MDXXXX, I, p. 6°; 
e DELLA (ruaRDpIA, La Politia, cit. 

(2) Politia, cit., V, parte 633. Capitato nel circolo, questo frate 
se la prende con Tito V. Strozzi, poi con Leonello « quamobrem tantam 
«in explicanda, aliter in excolenda poesi curam adhibeas, in qua 
«nulla de veri dei cognitione, non purgatorii, non paradisi, excepta 
« Dantis opera, in qua mentio fit, plurima vero de gentilium ritu 
«nefario, de daemonibus turpiter, de inferis ad inferosque per- 
«tinentibus: ad quos penitus nos omnis praecipitavit antiquitas, 
«cuius idolatriam et impietatem in deos, velut escam daemonum, 
«seu bonos sive malos ipsi dixerint, nostra religio detestata est... ». 
Leonello tenta di convincerlo con l'esempio dei papi Eugenio IV e 
Niccolò V, che dettero impulso all'Umanesimo. 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 45 


damente alla squisita arte della Comedia, che forse aveva già 
fatto breccia nella sua giovanile fantasia; egli pensa che, per 
quanto «styli gratia et sermonis auctoritate » l’Alighieri non 
possa essere paragonato a Virgilio, tuttavia, «ut omnes arbi- 
trantur », ha poetato della vita ultraterrena con una squisi- 
tezza superiore al cantore dell’'Eneide. Guarino risponde con 
vivacità domandandogli se per caso non sia rimasto turbato 
dalla descrizione delle pene infernali per avere questa opi- 
nione: « Exhorruisti ne magis, inquit, o fili, inferorum poenas, 
«quae a Dante tuo Florentino quam quae a Mantuano predi- 
«cantur ? eo scilicet quod verbosiores sint et ad vulgarem con- 
«suetudinem magis accomodatas, quae ab eo referentur? »; 
e nella penuria di argomenti persuasivi, gli richiama alla mente 
la discussione fatta alcuni mesi prima intorno alla inutilità 
dei libri volgari, degni di essere tenuti « procyl a gramma- 
ticis » e di essere letti per passatempo da donne e fanciulli 
(I, p. 62). Tito, non intieramente convinto, soggiunge: « Non 
«tibi visum, Guarine, obsecro, Dantem quam bellissime et 
«intellexisse, et aemulatum esse poétam nostrum? (Virgilio) ». 
Il precettore di Leonello è costretto a riconoscere in parte 
la verità delle parole dello Strozzi, ma a malincuore, perchè 
Dante ha imitato sì da poeti e particolarmente da Virgilio 
formando così un «opus curiosum, tametsi vulgare ambagi- 
«busque plenissimum »; ma il suo poema può stare alla pari 
(sembra che dica) coi libri di chiesa, che si leggono « coscientiae 
genere »: libri che si possono mettere insieme facilmente e 
in pochi giorni. «Ita omnia ab eo dieta cognitu facilia sunt 
«apud quemque poetarum omnino non ignarum, ac religioso 
«more victitantem; ob eamque causam nonnullis forte doctis- 
«simis intellectu difficilior aliquibus in locis videatur, quod 
«utroque simul scientiae genere careant... ». E poichè i cultori 
delle lettere antiche non si curano di questioni religiose, coloro 
che si dedicano alla religione disprezzano gli scrittori classici, 
come il monaco Agostino che non li comprende, e Dante che, 
‘quando ha tentato qualche imitazione, li ha fraintesi; un 


46 G. FATINI 


esempio è la errata interpretazione del noto verso virgiliano 
«Quid non mortalia pectora cogis?» (V, p. 642). 

Così si pensava dell’Alighieri in mezzo a questo circolo gua- 
riniano, sotto la guida di Leonello, che il Decembrio a torto 
rappresentava come il portavoce degli avversari della cultura 
volgare. Che sotto Niccolò III per Dante si nutrisse una certa 
simpatia è cosa che appare chiara dai documenti del tempo. 
Lasciamo pure in disparte i ricordi danteschi di cui ii Malpigli, 
umanista studioso di Dante e del Petrarca, si giova nella can- 
zone diretta al Marchese rievocando il dramma di Paolo e 
Francesca (1); a noi parlano eloquentemente di questa sim- 
patia i due manoscritti del poema, che compaiono nel cata 
logo della Libreria del 1436, sperduti in mezzo ai numerosi 
libri classici e francesi, quasi ad affermare risolutamente il loro 
diritto all’ammirazione degli studiosi. Al n. 178 viene indicato 
« Libro uno chiamado danti, in membrana, cum aleve desco- 
«verte »; al n. 249 «Libro uno chiamado el scripto sovra el 
« purgatorio de danti... restituido per Constantino di lardi can- 
«celiero del nostro Signore » (2). 

Non solo, ma la Comedia incomincia a comparire anche fra 
i libri dei privati; così il testo dell'Inferno trovasi nell’inven- 
tario del 1430 d’un maestro Bartolomeo de Rolandino, e di una 
copia è erede nel 1449 Rigo di Sanvitale (3). 

Dalla Comedia al commento: al marchese Niccolò, che impre- 
stava, come al ricordato Costantino di Lardi, il divino poema, 


(1) Vedi FRATI, in Giorn. stor., 22, 316, 319; il Fr. lo dice « studioso, 
«in pieno umanismo, della Comedia »; la canzone forse è quella indi. 
cata al n. 266 dell’Inventario del 1436, edito dal CAPPELLI, in Giorn. 
stor., 14, 1-30. 

(2) Oltre il Cappelli, vedi N. CITTADELLA, Il castello di Ferrara, 
Ferrara, 1875; BerToNI-VicIiNI, Il Castello di Ferrara ai tempi di 
Nicolò IIT: Inventario della suppellettile del Castello nel 1436, Bologna, 
1907, p. 90. 

(3) Vedi M. CatALANO, Dante e Ferrara, Bologna, Zanichelli, 1922 
(estr. dal vol. Studi danteschi a cura della R. Deputaz. di Storia Patria 
di Ferrara), p. 29. 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO  - 47 


viene indirizzato un « Comentum super Dante poeta vulgari 
«sin membranis forma mediocri in columnis litteris modernis 
«cursivis bonis directum ad Ill. Principem d. Nicolaum... » (1); 
eun commento è pure fra i libri lasciati in eredità nel 1418 
dal notaro Rodolfino de Codegorio (2). 

Accanto a Dante ecco i suoi imitatori, Cecco d’Ascoli e 
Fazio degli Uberti; quest’ultimo letto, copiato, studiato, com- 
mentato, si può dire che fosse allora lo scrittore prediletto o 
per ì ricordi bretoni, di cui il Dittamondo (est. it. 483) è ricco, 
o perchè rimpinzito di scienza. Questo libro occupa un alto 
posto nella cultura estense della prima metà del secolo XV, 
se dobbiamo dedurlo e dai mss. dei cataloghi e dal ricco com- 
mento che del poema stese Guglielmo Capello (3). Così que- 
st'umile precettore di Leonello indirettamente contribuiva alla 
conoscenza del sacro poema, che egli stesso prendeva in pre- 
stito dalla Biblioteca estense per leggerlo (4) e forse per spiegarlo 
al Principe, al quale si dovrà, meglio che al padre, l’acquisto 
della Comedia e degli altri libri volgari per la Libreria marchio- 
nale. L'ipotesi non parrà arrischiata a chi ricordi l’amore che 
il gentil Marchese nutrì per Dante e per il volgare, sospinto 
a tale studio, oltre che dal precettore con la lettura del Ditta- 
mondo, dalla erudita ed amichevole familiarità dell’Alberti. 
Umanista educato alla scuola di Guarino, Leonello aveva fra 
i libri prediletti la Bibbia e la Comedia (5), dal cui fascino arti- 
stico il suo gusto squisito doveva sentirsi scosso e ispirato. 

Non manca in questo periodo anche qualche poeta che ac- 
canto alla imitazione petrarchesca fa sentire l'eco del « dolce 


I. 


(1) Inventario del 1467, in BERTONI, Bibl. est., p. 222. 

(2) CATALANO, Dante, p. 29. 

(3) Secondo il RENIER, in Liriche edite ed inedite di F. d. U., Fi- 
renze, 1883, cLI-v, il C. ha dato il più rieco commento del Dittamondo, 
che forse « stuzzicò egualmente la sua vanità di scienziato e la sua 
«abilità di artista ». 

(4) BERTONI, Bibl. est., p. 63. 

(5) G. PaRDI, Leonello d'Este, pp. 33 e 145. 


48 G. FATINI 


«stil nuovo » o del poema sacro: così quell’Ulisse de Aleotis, 
già ricordato, nelle cui rime si possono sorprendere remini- 
scenze dantesche; quando, per es., augura ad un amico la corona 
poetica (est. it. 262, c. 148): 


Ma l’alto honor da cuì Virgilio trasse 
il dolce stil che a tuto il mondo sona, 
potrebe esser cason che ancor corona 


le tempie tuo dignissime portasse. 


Niegui tua fama, tuo fato, tua stella; 
tu canterai cum sì soave voce, 
che fie conforme a l’armonie del cielo. 


Parlando della naturale pigrizia umana, si ricorda di noti 
passi del poema (est. it. 262, c. 149): 
Questo è comune vitio di natura 
che più l’ascender che ’1 discender grava 
per l’alma che pegritia involve e frena. 
Segui l'impresa magnanima e sicura 
e di viltà l'ardente pecto lava, 
che mai ben s’aquista senza gran pena (1). 


Leonello, lasciando il retaggio della cultura al fratello Borso, 
affidò a lui anche il culto di Dante. La Biblioteca marchionale 
continua a raccogliere copie della Comedia; così nel catalogo 
del 1467 i num. 14, 124, 139 indicano Dantes Aldigerius è 
Scriptum Dantis; il 107 il Comento già ricordato, i quali libri, in- 
sieme con altre copie, si ripetono pure nei cataloghi posteriori (2). 


(1) Cfr. per i due passi Inferno, I, 79-84, Purgat., XXI, 85-9î, 
Parad., XVII, 59-60 e Inf., II, 121-23. 
(2) Nel catal. del 1480 pubblicato dal CITTADELLA nel cit. Castello 


di Ferrara, pp. 74-85, vedi i num. 8, 9, 16, 27; in quello del 1495 (Appen- 


dice 11? della Bibliot. est. del BerTONI, i n. 107, 136); vedi pure A. VEN- 
TURI, L'arte ferrarese nel periodo di Ercole I, pp. 103 sgg. 


| 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 49 


Ma più che da queste mute indicazioni si può seguire il pro- 
gressivo amore per Dante nel prestito del poema, nelle richieste 
dei letterati, negli incarichi di copie e di rilegature, che ci 
hanno tramandato i preziosi Registri di Guardaroba o di Man- 
dati, conservati nell'Archivio estense in Modena. Così dal 
Memoriale 1457-68 si ricava che un certo Rosseto ebbe un 
Dante e due libri del Boccaccio, un Giacomo de Bondie, per 
inezzo del Casella, ricevè «uno Danti historiale in carta de 
«volume de carta mezana coperta: de montanina rossa », 
Guglielmo Capello un « Dante pizolo » (1). 

Nel 1456 l’amanuense Bosoni per incarico della Corte pre- 
para una copia del poema; nel 1466 Giovanni Bendidio, nel 
1467 Frate Pietro da Trani e Peregrino de Bondeno ebbero in 
prestanza, il primo, il Purgatorio, gli altri due l’intiera opera; 
nel 1471 la contessa Strozzi e perfino l’ambasciatore del Duca 
d'Urbino ottengono in lettura il poema (2). Tra i privati il 
Convento di S. Maria de’ Servi in Ferrara riceve in dono da 
un Gonzaga un Dante, mentre una Comedia è ricordata l’anno 
avanti nell’inventario dei beni lasciati da un Pietro de’ Bischizii, 
due commenti in quello dell’umanista Giovanni Aurispa (1459), 
il testo del poema con due commenti nell’elenco dei beni di ser 
Filippo de Marano e il testo solo in quelli del maestro Guglielmo 
de Vincola (3). Chi conosce il valore che i libri avevano in quel 
tempo non può non sentire il significato particolare della pre- 
senza del poema fra i libri imprestati o posseduti da famiglie 
private. | 

Con la diffusione della lettura cresceva anche la conoscenza 
della Comedia, tanto che ben presto si sentì il bisogno di aprire 
— diciamolo modernamente — nello Studio di Ferrara una 
cattedra dantesca. 


(1) BERTONI, £Libl. est., pp. 61 e 63. 

(2) BERTONI, in Archiv. roman., Il, 54 n., e Guarino, pp. 100 n., 
177 e 180 n. 

(3) CATALANO, Dante, pp. 29-30. 


(rniornale storico — Suppl. n° 25. 4 


50 G. FATINI 


Ce ne resta ricordo nel codice riccardiano, n. 2560, che riporta 
un’Esortazione allo studio della « Divina Commedia » fatta nel 1459 
al Duca Borso (1). L'autore dell’epistola « leggeva pubblicamente 
— dice rivolgendosi all’Estense — in questa tua alma città 
« di Ferrara » l'Inferno, con l’aiuto del commento di Benvenuto, 
a lui gentilmente favorito dal Duca. La lettura godeva, dunque, 
le simpatie della Corte e del pubblico, al quale l’espositore pro- 
fondeva tutta la sua eloquenza oratoria, conducendolo attra- 
verso i regni dell’oltretomba, «il perché a tutto il popolo s'è 
«divulgato il suo (di Dante) divino ingegno e suttilissima in- 
«venzione ». Non è detto chi fosse l’autore: al Fanfani, il 
moderno editore della lettera, rimase sconosciuto; il Pardi dal 
fatto che dal 1456 fu chiamato « a leggere pubblicamente arte 
«oratoria e poetica » nello Studio ferrarese Ludovico Carbone, 
crede di poter dedurre — e forse con ragione (2) — che a lui 
spetti, con la paternità dell’epistola, il vanto di aver promosso 
la lettura di Dante nella città estense. Chiunque sia questo 
lettore, egli è fortemente innamorato dell’Alighieri e rapito 
dal poema; come i contemporanei, vede in lui il rappresentante 
massimo dello scibile umano, sente la profondità della sua 
poesia, ne subisce inconsapevolmente il fascino, che egli stesso 
tenta di trasfondere nel pubblico, accorrente, come si ricava 
dall’Esortazione, in gran numero e con vivo entusiasmo. Di 
simile entusiasmo l’autore, non senza una certa vanità, vor- 
rebbe accendere anche Borso, invitandolo ad assistere alle 
sue lezioni; e forse il Duca, per quello spirito di popolarità 
e di munificenza che rese grande fra gli Estensi il suo nome, 
accolse l'invito. L'Esortazione perciò ha un valore storico non 
trascurabile e per la persona a cui è diretta e per gli argomenti 
che lo scrittore svolge uno dietro l’altro, allo scopo di porre in 


(1) Fu pubblicata da P. FANFANI nel periodico Il Borghini, I, 
111-120. ì 

(2) Borso d'Este, pp. 119-20; la dicitura dantesca nella medaglia 
dello Sperandio coniata per lui non potrebbe essere in relazione con 
l'insegnamento della Comedia? Vedi cap. I, p. 28, di questo volume. 


LE “ RIMK,, DI LUDOVICU ARIOSTO 51 


rilievo l’importanza dello studio del poema. E poichè dall’epi- 
stola si può ad un dipresso indovinare anche il genere di 
commento pubblico che doveva accompagnare la lettura del 
testo, non sarà inopportuno riassumere lo scritto. 

Movendo dal concetto che «l’ultima nostra felicità debba 
«consistere » nella «perfetta cognizione dello infinito Dio 
«sommo bene » e reputando « da questo stinto naturale incitato 
«e stimolato... il nobile e peregrino ingegno... » di Borso, lo 
scrittore vorrebbe « persuadere alla sua celsitudine, provocando 
« quella allo studio e meditazione del sacratissimo poema di 
« Dante ». Non sì fermerà a parlare della « sua gloriosa fama », 
perchè questa è ben nota certamente al Duca, anche per le 
letture fatte « ne’ soperiori giorni », ma mostrerà a lui come 
questa lettura « potrà facilmente adempiere e quietare ogni 
«suo desiderio e volontà di sapere; perocché elli è tanto e 
«sì universale che qualunque scienzia è venuta in cognizione 
«delle umane menti in essa si comprende ». Tutte le « sette 
«liberali arti » trovano posto nel sacro poema; se manca la 
grammatica, cioè la lingua latina, « nientedimeno il volgare 
«e materno idioma è tanto in esso limato e terso con ioconda 
«rima e profonda sentenzia, che non meno lo fa degno che se 
«in latino fussi composto ». « La rettorica soave et eloquente... 
‘pertutto vi si. vede espressa »; accanto alla « dialettica acuta » 
le matematiche « scienzie verissime »;} l’astronomia « scienzia 
‘ sottilissima », l'astrologia sono diffusamente trattate, come 
81 può ricavare da numerosi esempi, di cui l’autore riporta, 
per brevità, solo alcuni. Ma non può «mandare in oblivione 
«quella soavissima musica e piena di sensuale dilettazione, la 
«quale per tutta l’opera è contenuta per le jocunde e limate 
«rime con mirabile arte composte; et eziandio per la propor- 
«zione dei versi con giusta e debita misura ». 

Chi non intravede qui uno spiraglio di commento estetico ? 
Quella « soavissima musica e piena di sensuale dilettazione » 
quale interpretazione avrà trovato nella parola calda, entu- 
siastica del Carbone, se è lui lo scrittore, che già sappiamo fervido 


52 G. FATINI 


fautore del volgare? È proprio il caso di lamentare la perdita 
di quelle lezioni, che ci avrebbero fatto conoscere qualche cosa 
di più che la pura ed erudita spiegazione, con la quale solamente 
il lettore non avrebbe potuto comunicare al pubblico quel godi- 
mento estetico, che egli sentiva scaturire, non dalla scienza 
profonda e astrusa, ma dalla poesia, dal verso pieno di dol- 
cezza e di fascino... 

Con le sette arti liberali tiene alto posto « la filosofia natu- 
rale » spiegata «con grande intelligenzia, profundità di fon- 
«damenti fisicali, appartenenti al movimento delle cose sotto- 
« poste, alle trasmutazioni locali et a generazioni corruttive 
«e alterazioni »; la filosofia morale è sparsa « per tutta l’opera, 
«massime nelle due prime parti Inferno e Purgatorio: anzi sono 
« essa moralità, perocchè l’autore, come poeta satiro, fu ripren- 
«sore de’ viz) esaltando le virtù: e massimamente intese fare 
«l’uomo buono in vita morale e catolica, per condurlo ad 
«ottimo fine ». Accenna poi brevemente alla medicina spe- 
culativa, alla metafisica e alla teologia, che occupa gran parte 
del terzo libro, nella quale «l’autore fu ardito oltre il valore 
«d’ogni altro poeta... poeteggiando e fingendo ». Da ultimo, 
lasciando in disparte tutte le altre cose belle che vi si conten- 
gono, «supplico — conclude — alla tua excelsitudine, illu- 
« strissimo Principe, sì vogli degnare, adducendo io alla tua escel- 
«lenzia sì gloriosa opera, volere presenzialmente trovarsi a 
«dare audito alla mia lezione, quantunque io sia indegno 
«che uno tanto signore mi venghi ascoltare. Pure, conside- 
«rando quanto onore e quanta gloria me ne abbi a resul- 
«tare, essendo io minimo e indotto scolare, pertanto con 
«somma affezione desidero mi vogli questa singulare grazia 
«concedere... ». 

Quale resultato abbia ottenuto l’Esortazione presso Borso noi 
non sappiamo; ma dalla lettura del poema partì indubbiamente 
novello impulso al culto dantesco, e la Comedia, letta e gustata 
con vero trasporto, porge più spesso motivo d'ispirazione, 
offrendo reminiscenze più o meno sentite, il colorito, l’into- 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 03 


nazione e qualche volta anche la trama di questo o quell’epi- 
sodio o addirittura del poema. 

Un commentatore dei Trionfi petrarcheschi, Bernardo Illi- 
cino, dichiara il senso recondito del testo, raccogliendo una 
farragine di notizie da Aristotile fra gli antichi, da Dante fra 
i moderni; anzi nella interpretazione di certi passi par che indichi 
che il cantore di Laura ha tenuto presente l’Alighieri. Così 
a proposito d’un passo del Trionfo della Pudicizia, scrive: 
« per questa... celebratione dei poeti ne pare che il nostro Messer 
«Francesco habbi voluto intendare e di Ettore e di Enea et 
«maxime per la autorità di Dante aligerio nel IV capitolo 
« Inferno: Io vidi Electra... » (est. it. 397). 

Filippo de Vadis, ferrarese, piange la morte della sua donna 
(cod. ferr. 393, Fondo Ant., cc. 53-56) con accenti danteschi e 
petrarcheschi; un anonimo nel lamento per la perdita dell’amata 
(1467), dopo aver detto che il sapere nè di Virgilio, nè del 
Petrarca, nè di Dante varrebbe a lenire il suo dolore, esce in 
questa esclamazione (est. lat. 228, n. 38): 


O recolenda, e memorabil arca 
di gran scientia, Dante! 


E sognando la morta, amorosamente bella, il verseggiatore, 
con l’occhio ad un noto episodio del Purgatorio, così si esprime: 


Levome ritto per voler bragare 
costei, che di tal acto in sé ne ride 


e vedeme nel viso lacrimare. 


Così l’autore del poemetto sulla guerra di Ferrara (1), invo- 
cando l’aiuto divino per cantare questa lotta, prega Dio 


che dia tal vento a mia piccola barca 
che solcar possa cu le rime prompte 

1 dolci metri di Dante e Petrarca 

e ch'io tracti di San Marco la guerra 


facta a Ferrara per acque e per terra. 


me _—_r—T _——yT—_——. 


(1) Nell’App. I dei Nuovi studi su M. M. Boiardo del BERTONI 
(p. 227). 


54 G. FATINI 


Non tutti però, anche fra i poeti, accettavano l’autorità 
di Dante; un anonimo, per es., in un sonetto petrarcheggiante 
.dice della sua amata (est. lat. 228, c. 31): 


Certo costei è posta fra le sante, 
che chi ben vive ben convien che mora, 
questa è de Dio la leze e non di Dante. 


Fra gli scrittori che più sentirono l'influsso del divino poema, 
ecco primo Giovan Francesco Suardi, che nei suoi versi, pieni 
tavolta di delicate immagini e ricchi di sincerità, sparge copio- 
samente i ricordi che alla sua mente affluiscono dal «dolce 
« stil nuovo » o dalla Comedia. Egli, lasciando l'amata, è invaso 
da così tetro dolore che 


. ogni cruda morte e rabiosa 
mi sia più grata, che viver sì vile. 
Perché non si può aver magior dolore 
che ricordarsi esser stato felice 


ne la miseria fuor d’ogni speranza. 


Altrove canta le bellezze della sua donna con una intona- 
zione e con certe frasi che ci richiamano subito uno dei più 
bei sonetti della Vita nova. 


La turba grande che dietro si mena 
gli va lodando l’aria e i gesti e’ panni 
dicendo allor: Deh non, nisun s’inganni, 
questa è d’ogni bellezza tutta piena; 

guata che viso, Cristo, e, come move 
soavemente que’ begli occhi e gira, 
quanta gratia e allesrezza da lor piove! (1). 


Ma il campo dove con più fortuna si possono cogliere fiori 
d’imitazione dantesca è nella poesia che vuole esaltare e adu- 
lare Borso; tutti i rimatori che ne hanno intessuto l’apologia 


(1) Vedi A. BeLLoNI, in Giorn. stor., 51, pp. 163, 166-167; il B. ad- 
dita altre reminiscenze. 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 90 


— e sono la maggioranza — hanno creduto di nobilitare i 
loro versi spigolando a piene mani dalla Comedia, e talvolta 
tratteggiando la figura del Duca con linee prese dal veltro, 
dall’« alto Arrigo » o da altro personaggio. Così l’umile Carlo 
di S. Giorgio nelle terzine della Congiura deì Pio contro l’Estense, 
il Caleffini nelle ingenue strofe delle Croniche, il Montagna nel 
Trionfo di Borso, Gambino d’Arezzo nel poemetto su Le genti 
idiote della sua città, ed altri: perfino Giovanni Marco Pio (1), 
pur nella tragica vigilia del supplizio, riversando nelle rime 
la piena del suo tormento e della sua angosciosa agonia non 
può interrogare il suo cuore senza trovarvi un’eco della parola 
di Dante. Mirabile fascino d’un poeta, che con la sublimità 
incomprensibile della sua arte penetra perfino nel buio tem- 
pestoso d’un’anima agonizzante! 

Tra questi imitatori il più fecondo è il Cornazzano, vissuto 
alla Corte di Borso e d’Ercole. Molte poesie si conservano di 
lui in un ms. estense, che appartenne al Muratori (it. 838); 
fra queste alcune anonime, ma presumibilmente sue o di con- 
temporanei, spirano, talvolta, quella dolce serenità della lirica 
dantesca che, direbbe il nostro verseggiatore, nascer suole 


fra perle e rose e ch’empie di dolcezza. 
Eccone un bell’esempio: 


Tutta la Arabia spira ove salisse 

Ia dona che natura e i cieli honora, 

ad ogni sua moventia in verde enfiora 

la terra, ove el bel pie’ varcando misse. 
Quando suavemente ella sorrise, 

l’aere s’alegra e la terra inamora 

e da le dolce labia aventa un'ora, 

che odorando dal cor Valma divise. 
Prendo(n) vita e color dal suo bel volto 

le rose e le viole el gentil seno, 

ch’or son quattro anni che i bei lumi adorni 


in tal dì me legorno ed in tal mese..... 


—_—_——__ 


(1) Per questi rimatori vedi il cap. I del volume. 


56 G. FATINI 


Qualche reminiscenza della Comedia si sente nel Canto del 
modo di regnare (est. it. 177, n. 2), là dove il Cornazzano, descri- 
vendo le brutture d’Italia, riprende i preti, « gli immantellati 
mulli », con un’apostrofe arieggiante l’episodio di Sordello 
e loda il Duca con espressioni d’origine dantesca. 

Più diretta e frequente è la imitazione nel ternario De illu- 
strissimi ac ercellentissimi Principis Galeatii ducis Ligurorum 
Interitu (est. it. 177, n. 4); il poeta immagina che l’odiato 
tiranno, crivellato di ferite, giunga all’inferno, dove subito 
gli vengono incontro 


l’Hydre, l’Arpye, le Gorgone e le Scylle. 


Richiesto del nome, con una ardita mossa dantesca (Inf., X, 
89; Purg., III, 111): 
Io fui, rispose, lui, molto Cyprigno, 
questo confesso, e troppo a l’auro dato, 


LI 


ma non quanto è il rumor crudo e maligno. 


E fra il tono superbo di Farinata e quello mite e gentile di 
Manfredi descrive le imprese troncate così crudamente dalla 
violenta morte; mentre il padre lo rimprovera « de’ mal ser- 
« vati consigli », giunge anche il Lampugnani, che, caduto fra 
le unghie di Minos, è dannato ai più crudeli tormenti, perchè 
al traditori 


premio gli è infamia e crudeltà perdono. 


Ma dove la Musa epica del Cornazzano tenta innalzarsi 
fino a Dante è nella glorificazione di Borso, che avviene nel 
De exrcellentium virorum principibus ab origine mundi per 
aetates (1). In questo poema gli argomenti e le digressioni 
richiamano così spesso la Comedia, che il Cornazzano non può 
fare a meno di subirne l'ispirazione. Così l’invocazione a Borso, 


(1) Su questo poema, parzialmente edito, v. GAROTTO, Notizie ed 
estratti del poemetto inedito ecc. di A. C., Pinerolo, 1889; vedi anche 
cap. I, pp. 17 e 21. 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 57 


cui viene dedicato il libro, ricorda l’orazione alla Vergine 
(Parad., XXX, 3): 


Così si driga a te ciascun poeta, 
come a termine sacro di quei rami 
che sparge al mondo ogni gentil pianeta. 


E come l’Alighieri ammutolisce dinanzi alla glorificazione 
di Dio e di Maria, così il Poeta piacentino sente l'inanità del- 
l’arte sua (Parad., I, 13-22) e 


tolga l’impresa quello a cui fa lume 
Apol col raggio; e chi con bocca piena 
gustata ha l’onda del pegaseo fiume. 


Nella Corte estense vive un poeta 


ch'io ho fenice per tuti i mie versi 


cognominato di toscane rive. 


Costui, che risponde al nome di Tito Vespasiano Strozzi, 
potrebbe degnamente cantare le lodi di Borso: pur nonostante, 
il Duca si degni accogliere, conclude lo scrittore, le sue parole. 
Entrato in argomento, fa una disordinata disamina degli 
uomini illustri, raccogliendo la materia da libri sacri e profani, 
trattandola ora con pesante artificio, ora con volgare sciatteria, 
qualche volta con ingenuità popolare: sempre si giova di remi- 
niscenze, di passi, di colori danteschi. 

Così nel descrivere il Paradiso Terrestre, o quando invoca 
la sua donna, o quando parla di Omero, «a cui le Muse fuoro 
«ancille », o quando descrive l'incontro con Tolomeo (1) o 
l'apparizione di questo o di quel personaggio, ora improvvisa 
ora preceduta da un gran colpo che stordisce il poeta e lo 
distoglie da qualche altra visione: sempre si sorprende l'inane 


e —— - - — _ 


(1) In quest’incontro (libro 2°, cap. 4°) egli contamina gli episodi 
di Catone, Sordello e Stazio; ecco, per fare una citazione, come si 
presenta Tolomeo: 


«+. Io son Ptolomeo l’auctore 
che de celesti corsi alto cantando, 
m’ho fra voi facto al mondo eterno honore. 


58 G. FATINI 


desiderio del Cornazzano di seguire un episodio o un proce- 
dimento o una mossa dantesca, che nobiliti l’arida materia 
che egli tratta; ma il pedestre poeta, che si perde spessissimo 
in lunghe digressioni echeggianti quelle varie e insuperabili 
della Comedia, non riesce quasi mai ad animare con la scintilla 
della vera poesia il suo argomento. Qualche tentativo d'imi- 
tazione non del tutto infelice si può trovare qua e là nel lungo 
poema, come nella descrizione delle grandi imprese compiute 
da Pompeo e da Cesare, ispirata alla famosa corsa dell’aquila 
imperiale, o nel ritratto apologetico del Duca Borso (cap. ultimo), 
che vorrebbe essere un emulo del veltro dantesco e di Arrigo VII. 
Poichè in « Borso d’inclyto padre inclyto figlio », Dio, secondo 
il Poeta, ha posto la restaurazione del regno d’Italia: 


Beata Italia, quando el montò in sede, 
che lacerata da tiran discordi 
nelle sue man con lagrime si dede. 


Per opera sua la Penisola ha ripreso la via della giustizia 
e della liberalità (Parad., XVII, 73-75): 


El tòr più assai che ’1 dar sempre gl’inerebbe 
e quello officio fe’ con tal maniera 
che sol del mondo ognun contento havrebbe. 


Così la fama di Borso, diffondendosi per tutta Italia, illu- 
mina di gloria anche gli altri Principi estensi, sui quali il 
Piacentino si ferma poco, perchè. 

el duca Borso è sol la soma mia 


e per lui levai vela in alto mare 


e presso eredo omai che ’1 porto sia. 


* 
* x* 


Sotto Ercole lo studio di Dante si allarga; il poema s’incontra 
più spesso fra i lettori della Biblioteca estense e fra gli stessi 
privati compare anche stampato. C'è pur chi detta una bio- 
grafia dell’Alighieri, Gian Mario Filelfo, sfacciatamente rico- 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 59 


piando dal Bruni; e c’è chi ha l’onore di vedere il proprio 
nome accompagnare una delle prime edizioni del poema: a 
Filippo Nuvolone, che visse presso gli Estensi, l'editore della 
Comedia, che uscì in Padova nel 1472, rivolge il capitolo intro- 
duttivo, consigliandolo a leggerla: 


E liegier spesso Danti ti conforto, 
che indì coglier buon fine miglior frutto 
ti certifico e havere in fin buon porto. 


Dell’ammirazione del Nuvolone gli effetti si avvertono facil- 
mente nelle rime, in modo particolare nel gruzzolo dal titolo 
«Sonetti e canzone morale e de amore », dove echi del « dolce 
« stil nuovo » si consertano con quelli petrarcheschi (1). 

Al dolore rassegnato, come nell'episodio di Francesca da 
Rimini, o violento come in quello del conte Ugolino, ci riporta 
l'infelice Giovanni Marsilio Pio, che dal fondo della prigione 
dove era stato gettato, sotto l'accusa di aver preso parte alla 
congiura contro Borso, lancia il suo grido pietoso e disperato 
alla luce, all'aria, ai Principi italiani, a Dio. Nei sei lunghi 
capitoli, composti nel 1475, in cui parla « dell'infortunio e infeli- 
«cissimo caso delli Magnifici de’ Pii incareerati », attraverso 
la rozzezza del verso e l’asprezza delle immagini, egli riesce 
a darci una rappresentazione della sua sciagura assai efficace, 
nonostante l’inevitabile monotonia del racconto. E il metro 
par che acquisti un'insolita scorrevolezza, quando Marsilio, 
scagliandosi contro l’ingiusta pena, con una intonazione tutta 
dantesca, dà libero sfogo alla sua anima angosciata e sempre 
ribelle contro i suoi oppressori. Da otto anni giace nell’oscu- 
rità d'una cella, spaventosa come l'Inferno di Dante: 


Il cielo, il sol, la luna s’è sdegnato, 
ogni pianeta forte si lamenta, 
piange la terra dov’io fui creato. 


(1) Vedi Zoxta, F. N., citato, p. 45 e la Canzone in Appendice; 
e Poesie di mille autori intorno a Dante, per C. del Balzo, ITH, pp. 108-14. 


60 G. FATINI 


Morta è ragione, ogni pietate è spenta: 
scriver m’accora il doloroso caso, 
il cor m'affligge e l’anima tormenta. 


Ma non è tempo di querimonie e lamenti: 


Tempo è ormai che in altro dir mi caccia: 
de se’ fratelli sol s’aspetta morte 
guardandoci l’un l’altro nella faccia. 


Anch’essi, dopo avere peregrinato a lungo, come i poveri 
figli e nipoti del conte Ugolino, vengono gettati nella « muda ? 
maledetta a morire o a patire. E qui, con un’eco ora di questo 
ora di quell’episodio della Comedia, l’infelice ricorda la scena 
della cattura, le dolorose peregrinazioni di prigione in pri 
gione, dove è 


per via andando, io vidi molti mesti, 
ed alcuni levar la mano al cielo: 
agli occhi miei quei furon manifesti (1). 


Similmente dalla Comedia trasse più volte ispirazione Nic- 
colò da Correggio: si legga il Capitulum de quibusdam dubits 
circa fidem, dove si trovano assai spesso interi versi danteschi; 
per es., dopo aver parlato della generazione, Niccolò entra a 
parlare del mistero della Trinità: 


Tua incomprensa potentia qua se intende 
attribuita alla paterna essentia 
e per questo timor nel cor ne accende. 
Al figliuol se dà poi tuta la scientia, 
al spirto saneto infinita bontate, 
amor a questo, a l’altro reverentia; 
in tre persone una sola unitate 
e questa Trinità fùrno, io confesso, 


nanti che fusser mai cose create. 


(1) Vedi questi passi nei citati Atti e Memorie della Deputaz. di 
Storia moden., ecc., II (1864), con altre rime dello stesso Pio, anch'esse 
frementi di sdegno dantesco, come il capitolo diretto ai Principi ita- 
liani perché lo liberino di prigione; vedi pure BERTONI, Bibl. est., p. 146. 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 61 


Sorgono però dei dubbi nella sua mente intorno ai misteri 
religiosi, per cui ricorre a Beatrice: 


Deh, solvime tal dubio, o Beatrice, 
come già fésti a l'amato poeta, 
che fu per te sol unica fenice, 


perchè 


qual legno travagliato da tempesta 
che da contrarii venti è combatuto 
tal si ritrova la mia mente mesta. 


A tale invocazione scende Beatrice, che discioglie tutti i 
dubbi e gli dimostra la necessità della fede, non senza avere 
prima lanciato aspre parole contro i peccatori (1). 

Non la soave immagine di Beatrice, ma il terrore della « selva 
«selvaggia aspra e forte » colorisce il principio d’un canto 
in lode delle donne ferraresi dell'oscuro Giorgio Robuto; costui 
nel Triumphus Veneris finge di essere annoiato e stanco della 
‘« vita lubrica et oscura »; tutto ad un tratto 


- ++... t6ome hom confuso da paura, 
a cui la dricta via al mezo manca, 
né di passar più avanti s’assecura, 


vede davanti a sè, come l’affamata lupa, la Morte; per fortuna 
i suoi occhi sono attratti subito da una visione: 


e viddi più che l’ochio human non vede, 


tanto che a rimembrar mi maraviglio. 


Venere scende in mezzo a quattro colombe, e in uno sfondo 
di colori danteschi, reso ancor più visibile dai versi suggeriti 
dalla Comedia e dalla Vita nova, il Robuto descrive le più 
belle donne di Ferrara (2) (est. it. 20). 


Te nina 


(1) Il Capitulum è stato pubbl. di sul cod. est. it. 836 da R. RENIER 
in Canzonieretto adespoto di N. da C., Torino, 1892, n. 12; vedi per remi- 
Niscenze dantesche anche i son. IN, XII, in Giorn. stor., 22, 107, 108. 

(2) Vedi BERTONI, in Giorn. stor., 50, 408, n. 2. 


62 G. FATINI 


A Dante ed al Petrarca dava la palma della poesia il Pistoia 
in un sonetto sul valore dei poeti contemporanei: 


In rima taccia ognun, che ’1 pregio è dato; 
Dante e Petrarca è quel ch’ogn'altro affrena; 


e dello sdegno dell’Alighieri appaiono appunto animate molte 
delle sue poesie, comprese quelle contro il Ciampante e contro 
il Cosmico, che molto probabilmente non si possono a lui 
attribuire. Anzi, come nella Corte milanese veniva deriso 
e beffeggiato il Bramante per la sua ammirazione verso il 
grande Poeta, così nella Corte estense il Cosmico era preso di 
mira nei 23 sonetti maledici anche a cagione del culto che 
nutriva per l’Alighieri, per i suoi studî intorno agli antichi 
commenti della Comedia e per la spiegazione del poema che 
« pare. venisse facendo nella sua scuola ». Nei suoi componi- 
menti poetici si sorprende qua e là o «l'eco di espressioni 
dantesche » o «meschini tentativi di imitare l’insuperabile 
maestro » (1). 

Nelle invettive l'eco di Dante par che sia come un rinforzo 
obbligato. Un anonimo, preso di mira un detrattore di Ferrara 
e dei suoi cittadini (est. lat. 228, n. 37), lo investe con aspra 
acredine, resa anche più forte da reminiscenze e da interi versi 
tolti di peso dalla Comedia. Lo sciagurato vive, 


ma ben duvrebe andar di là dal varco 
e starse in Stigye sotto pover ciello 
senza esser mai d’ardente pene scarco; 
ne le tenebre eterne e caldo e giello 
ivi die’ star la tua persona avara 


de viti) molto più che non rivello. 


Egli è incapace di cantare le sue nequizie, per cui sente il 
bisogno di rivolgersi a Calliope con un fare tutto dell'Alighieri 
(Purg., I, 6-12): 


(1) Vedi Rossi, in Giorn. stor., 13, 139, 140, 0 di V.Cran, Una satira 
di N. L. C., Pisa, 1903, nella quale il C. rileva le imitazioni dantesché 
petrarchesche; efr. Giorn. stor., 42, 263. 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 63 


Surga Calliope cum quella gragia 
che fece Apollo nel pecto di love 
per cui già Marsia perse orgoglio e audacia... (sic). 


Sotto la sua guida potrà cacciarlo giù nell’inferno, chè le 
sue colpe non uguaglieranno mai con la loro gravità — per 
contrapposto — le virtù dei più celebri personaggi della storia 
(Purg., XX, 25-26; Inf., XXXI, 107 e passim): 

Non amò tanto povertà Fabricio, 
né tanto fideltà Regul Atyglio, 


né fu veloce l’altro che Asdruballe 
sopra il Metauro vinse e diègli morte 
| sì che ’1 fratel per duol voltò le spalle, 
come tu nato per maligna sorte 


le virtù spreci, el vitio hai superno, 
mentre che de pietà chiudi le porte. 


Caduto nelle mani di Cerbero, gli augura che possa morire 
straziato «a poco a poco » (Inf., XXV, 22-23), 


como el figliuol d’Althea che consumosse 
al consumar d’un stizzo in mezo il foco! 


Anche più contesto di reminiscenze dantesche è il capitolo 
che segue nel medesimo codice, forse dello stesso autore del 
capitolo contro un calunniatore delle donne di Ferrara. In- 
comincia: 

Iusto iudicio a lamentar mi move 
cum debito veder, ma non già quanto 
se converebbe al mal che ’n te se fove! 


Egli invece le loda accattando da Dante movenze e accenti 
che non spiacciono. 


* 
* 


Altre prove del culto dantesco e dell’influsso dal Poeta eser- 
citato fra gli scrittori estensi non sarebbe difficile raccogliere 
non solo nella produzione italiana, ma anche nella latina: 


64 G. FATINI 


il solo Boiardo e col Canzoniere e con l’Innamorato ne offri- 
rebbe una copiosa messe (1), anche perchè col diffondersi 
dell'amore per la letteratura volgare si fa più intenso e più 
fecondo l’amore per il divino Alighieri. Ci fermeremo invece 
su di un oscuro rimatore, che fra tutti gli scrittori della Corte 
estense di questo periodo maggiormente sì distinse nella imi- 
tazione dantesca con un poema che nella forma e nel conte- 
nuto vorrebbe essere un epigono della Comedia. 

Il poema, che s'intitola Il libro del Salvatore, sì conserva ms. 
nel codice estense it. 353, noto agli studiosi d’arte per le nitide 
miniature di cui è adorno, che con la grazia dei colori e con la 
soavità dell’espressione spirano un’aura di maravigliosa verità 
e naturalezza: di queste forse la più suggestiva nella sua serena 
semplicità è una graziosa scenetta che rappresenta l’adorazione 
dei Magi. Un altro codice è nella comunale di Perugia con 
l’opera in due libri, ciascuno suddiviso in due partì (2); il ms. 
modenese invece comprende solo il primo libro che l’autore 
ha considerato indipendente dal secondo, perchè, avendo di 
mira la glorificazione di Borso, contenuta appunto nel primo, 
s’è curato d’inviare al Duca solo questo, apponendovi la parola 
finis e l’arma estense nell’ultimo foglio; anche da solo, contiene 
73 capitoli, mentre con l’altro ne ha 135: un poema dunque, 
di gigantesche proporzioni, che forse nessuno ha letto mai 
per intero. 

Poche notizie si hanno intorno all'autore (3). Perugino di 
nascita, in un tempo in cui la sua città natale era dilaniata 


(1) Vedi pel Canzoniere E. FERNANDES, Le fonti del Canzoniere del B., 
in Archie. rom., VI. 

(2) Vedi Inventari dei mss. delle biblioteche d’Italia, sotto la direzione 
di G, MAzzaTINTI, V, pp. 229-30 (D. 47-48): i due volumi sono postil- 
lati, come è postillato l'estense. 

(3) Vedi VERMIGLIOLI, Biblioteca Perugina, pp. 239-42, e Memorie 
di Jacopo Antiquari, Perugia, 1813, pp. 9-12, 256-58; Dorro. Istoria 
della famiglia Trinci, p. 216, e FALOCI-FULIGNANI, in Giorn. stor., 2, 
28-30; BATTAGLINI, Sulla corte di Sigismondo Malatesta Signore di 
Rimini, I, 93. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 65 


da lotte intestine, messer Serafino Candido de’ Bontempi 
ramingò, esule, di terra in terra, prestando servizio ora a repub- 
bliche, ora a Principi. Nel 1433 fu presso i Trinci a Foligno, 
peri quali ebbe il titolo di cavaliere dall’imperatore Sigismondo, 
poi a Siena podestà della Repubblica, nel ’'53 a Rimini alla 
Corte di Sigismondo Malatesta, che gli affidò importanti amba- 
scerie. Alla morte del Malatesta, allettato forse dal gran nome 
di Borso, si trasferì alla Corte estense. Quivi rimase al servizio 
del Duca, che lo ebbe caro, come si può arguire dal fregio ini- 
ziale del poema, rappresentante Borso che con familiare degna- 
zione accetta in omaggio dal Poeta, inginocchiato ai suoi piedi, 
Il libro del Salvatore. Nel ’67 il suo nome compare in un docu- 
mento estense, come colui che « de' dare a dì XX de Zenaro 
«una cronica vechia », a lui prestata col consenso del Duca; 
nel ’69, forse per incarico dell’Estense, trovavasi ad Argenta, 
dove, a quanto pare, le occupazioni non gli impedivano di 
dedicarsi alla poesia. Nel 1470 e nel 1471 si fece dare in prestito 
il suo poema; poi partito dalla Corte di Ferrara, probabil- 
mente alla morte di Borso, continuò le sue peregrinazioni, 
lasciando pochissime tracce di sè (1). 

Durante il soggiorno di Argenta, il Bontempi pose fine al 
poema, dedicandolo a Borso con un prologo altisonante: « Co- 
«menca — scrive l’autore — el prologo de miser Candido dei 
«Bontempi de Perusia Cavaliero nel Libro intitolato del Salva- 
«tore... Destinato a l’'Inelito et Illustrissimo Principe Miser 
«Borso... per la Excellentia de le suoi degne et laudabili 
‘ Virtù ». 

L'intento del libro, oltre che adulatorio, è didattico-morale, 
per cui Candido fin dal principio non si nasconde le difficoltà 
dell'argomento; le quali per la debolezza delle sue forze ren- 
dono ancor più temerario il tentativo; dalle stentate terzine 


(1) Vedi BERTONI, Guarino, pp. 128-29, e Archiv. rom., Il, 54: 
la dimora in Argenta è attestata dalla datazione del codice perugino, 
nella fine del libro: « Finis. Deo gratias, die ultimo octobris 1469 in 
«Argenta ». 


Giornale storico — Suppl. n° 235. n) 


66 G. FATINI 


del Prologo si sente facilmente lo sforzo che egli sostiene per 
sobbarcarsì al peso di « cantare le cose alte et profonde » da 


lui vedute: 
Paventa el molle ingegno e quasi manca, 


e la memoria label se confonde, 
e la timida man già non se afranca 

a prendere lo stil: e non responde 
veruna sua vertute agli altri sense 
per recitar le cose alte e profonde 

ch’io già vidi et odij: ma sol mantense 
de soave dolceca el cor che accende 
de speranca el desio e le volglie intense. 


L'autore s’inebria del suo soggetto, ma rivolgendosi a sè 


stesso, 
non pense tu, dich’io, con quanta fede, 


con qual fatiche, con quanto fervore 
e con quanta arte, como ciò rechede, 

han dieto già molti altri? e qual favore 
hanno havuto dal ciel che non lo ho io, < 
indegno de tal don e pien' d'errore ? 


L'esempio di Dante, che già incomincia a prestargli i colon 
della sua tavolozza, lo spaventa, anche se non lo dice, forte- 
mente; solo la speranza di essere utile a qualche cosa lo sprona 
al lavoro: chè il cuore 


el pur me adasta, e non guarda al dir mio; 
e dico: el tuo idioma a più fia grato 


che più lo stil vulgar han in desio. 


Coi quali versi l’autore par che esprima implicitamente 
qualche dubbio sulla convenienza di usare il volgare; più tardi 
il Sannazzaro e il Vida, riprendendo l’identico tema, crederanno 
opportuno di affidare soggetti di epopea cristiana alla lingua 
latina, che rivestirà i grandi avvenimenti religiosi d’un solenne 
paludamento classico. Ma il Bontempi non era un artista: 
anche se conosceva bene il latino, non possedeva l’abilità di 
trattare magistralmente il verso di Virgilio. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 67 


Del resto, scrivendo in volgare: il Bontempi offriva anche 
un dono più gradito a Borso, che, non potendo gustare, come 
Leonello, i tesori del classicismo, era disposto più benevolmente 
verso i rozzi traduttori e i pedestri poeti. E poi a chi avrebbe 
dovuto rivolgersi l’esule perugino col suo poema religioso ? 
Non agli umanisti, che, appreso dai classici il senso pagano 
dell’arte, avevano sostituito Giove a Dio, Minerva o Venere 
alla Vergine, le muse e le ninfe ai santi? Potevano costoro 
rivivere esteticamente la grande epopea cristiana in mezzo 
all'indifferenza religiosa che regnava nella loro anima? 

Il Bontempi perciò si rivolge solo al popolo, che dal suo poema 
avrebbe tratto vantaggio per la salute eterna. Attratto da 
questo scopo, egli vede a poco a poco spianarsi l’erto cam- 


mino; chè. 
l'’opra è sì degna che farà te degno 


de gratia e de favor tal che potrai 


condurre el tuo lavoro al bel desegno. 


E per « render forza a le vertù smarrite », invoca dantesca- 
mente la SS. Trinità, perchè dal suo lavoro «ogni lector ne 
«habbia profitto »: 


Eterna maiestade, in eui unite 
son tre persone in una sola essentia 
inseme tutte tre e non tripartite; 

o sola una individua omnipotentia, 
e sol un Dio manente in tre persone 
distinte e non tre dij eon differentia, 

con l’umel voce e devota attentione 
te supplico e domando desioso 


de divulgar tua gloria in mio sermone. 
All’invocazione della Vergine, con la quale si chiude il 
Prologo, segue l’Argumento di tutto il poema, racchiuso in 
un sonetto, nel codice opportunamente ben  postillato (1), 
perchè assai oscuro. 


(1) L'autore ha la mania di riempire il poema di postille marginali 
e interlineari, le quali non sempre riescono ad aiutare l'intelligenza 
del testo: tanto è oscuro. 


68 G. FATINI 


La prima parte del primo libro descrive come lo « spirto 
gentil » dell'autore, innalzato dallo Spirito Santo alla divinità 
incarnata, ottenesse per grazia di Dio che «se repetesse» 
cioè si parlasse di Gesù Cristo. La nascita e il battesimo sono 
descritti a lungo nella seconda parte, che termina col prono- 
stico « de la prosapia de la casa da Este ». Il secondo libro tratta 
della vita di Gesù dal battesimo fino alla crocifissione e alla 
morte. Così il Bontempi tutta la vita del Salvatore narra nel 
lunghissimo poema, copiosamente attingendo al vecchio e al 
nuovo Testamento, ai libri sacri e alle leggende cristiane: fonti 
comuni ai poemi del Sannazzaro e del Vida, ma qual abisso 
di differenza nella trattazione! Nel poema estense, per l'as- 
senza quasi assoluta della mitologia, non si sente quella disar- 
monia artistica prodotta dalla fusione mal riuscita deil'ele- 
mento classico col cristiano, che qualche volta, specialmente 
nel De partu Virginis, diventa sovrapposizione. Ma, mentre il 
Sannazzaro, guidato dal senso del bello, riesce spesso ad illu- 
minare d’un raggio di poesia la cristiana epopea, il Bontempi 
invece si mostra incapace d’infondere un alito di vita artistica 
a tutto quell'ammasso di notizie sacre, affastellate senz’ordine, 
senza misura e senza il minimo pensiero all’unità d’arte. Un 
solo filo e sottilissimo tiene unite tutte le sparse membra 
della sconnessa narrazione: quello della trama dantesca, entro 
la quale il Bontempi ha racchiuso il suo poema. 

L'autore, fingendo di trovarsi dopo tante peregrinazioni 
nei dintorni di Gerusalemme, s'imbatte nei Re Magi, che vanno 
in cerca del nato Bambino; unitosi col loro seguito, a Betlemme 
rimane d'un tratto solo; lo accoglie però con grande cortesia 
san Giuseppe, che, per desiderio del Poeta, prende a narrare 
la storia biblica antecedente alla nascita di Gesù. Serafino spesso 
interrompe la narrazione monotona e pesante, proponendo 
dubbi, domandando spiegazioni; di quando in quando, mentre il 
Santo sì riposa per raccogliere le idee, si lascia andare a lunghe 
e sconnesse digressioni; un inno a Dio e alla Vergine chiude 
questa prima parte. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 69 


Nella seconda parte assistiamo alla fuga della Sacra Famiglia 
in Egitto, al ritorno a Gerusalemme, alla vita di Cristo fino 
al suo battesimo. Il viaggio vorrebbe essere dantesco, risen- 
tendo della Comedia ora direttamente ora per il tramite degli 
imitatori dell'ultimo Trecento, specialmente di Fazio: il Re 
Mago dapprima, san Giuseppe poi fanno le veci di Virgilio e 
Beatrice, che guidano l’inesperto giovane nel laberinto della 
teologia, distruggendo i suoi dubbi, stimolando la sua brama 
di sapere, ecc., tutto in una forma così goffa che qualche volta 
sembra la caricatura del poema dantesco. Dall’Alighieri il 
Bontempi prende non solo la cornice, ma il procedimento della 
narrazione, l’amore delle digressioni e intieri versi o frasi. 
Il povero rimatore, incapace di trattare artisticamente la materia 
altrui, inetto a trasformare l’ispirazione del sacro poema in 
un elemento d’arte nuovo e originale, accumula in un’ingom- 
brante erudizione gli argomenti, ricalca a passo a passo le 
orme di Dante e mette insieme un numero spaventoso di pagine 
di prosa versificata. 

Incomincia il poema con la descrizione del suo smarrimento 
lungi dalla patria: 


Mentre era ne l’etade a ciascun grata 
a cui gravi pensier non son congionti, 
che de ocio e vanitade è più gravata, 
partito dal mio albergo, che nei monti 
quasi alpestre è fondato, che ive appresso 
hanno il Tever in parte, che disgionti 
tien la valle umbria e el bel toscano ingresso, 
la cui grifagnia ensegna Marte move, 
onde el sangue civil el bagna spesso! 
Vago de odir e veder cose nove, 
per diverse contrade transcorrendo, 
me retrovai in quel paese, dove 
el pondo del suo cerchio (com'io intendo) 
la terra fige; et alieno e solo 


tra gente extrane quive ignoto essendo, 


70 G. FATINI 


ecco improviso un dì venne gran stolo 
de barbara nation e fe’ reposo 
quivi in gli alberghi più d’un gran pescuolo. 


Prese così a suo modo le mosse dal primo canto dell'Inferno, 
come Dante in Virgilio, così Candido trova la sua guida in uno 
dei Magi, al quale, per paura di riuscire importuno, si perita di 
far troppe domande. Ma il Re lo rinfranca (Libro I, par. 1°, 
cap. II) e 

Io te ho già dicto del piacer ch’io sento 
de ragionar con teco de tal cose, 
— respose e disse —: dì senca spavento. 


Così Serafino intrattiene a lungo con le sue interrogazioni 
il cortese Monarca, perchè possa restarne « sazio et empio +7, 
finchè anche il Mago, come Virgilio, mostra il desiderio di tacere, 
non perchè « la via lunge ne souspinge », ma perchè la sua mente 
è occupata da altri pensieri (cap. II). 

Poco dopo, all’improvviso, la guida scompare: dallo spavento 
di questa nuova solitudine Serafino è liberato da san Giuseppe, 
la cui parola riesce a lui così gradita che (cap. V) 


a o è . ancor me abonda 
maravelglia e dolceca inseme tale 
che tempo non fia mai che le confonda. 


Singolare la figura del «buon vecchione » (così l’autore chiama 
san Giuseppe); viene talvolta il sospetto che il Bontempi 
abbia voluto ritrarlo con un certo spunto eroicomico, se non 
lo escludesse assolutamente il profondo sentimento religioso 
che anima tutto il lavoro. Ecco, per es., un passo d’una scenetta 
familiare, nella cui rozza ingenuità par di cogliere il suono delle 
canzoncine, che i bimbi cantano nella festa di Natale intorno 
al Presepio. Serafino visita il Bambinello (cap. Vi): 

N'andai a retrovarlo et a sedere 
quive un vechion trovai che gli era apresso 


e lui in un presepio era a giacere. 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 71 


E la madre Maria col vel suo stesso 
lo havea coperto e lei sola guardava 
che tra l’asen e el bove elgli era messo. 

Io non sapea que far, che me adastava 
da l’un lato el voler del favellare, 
da l’altro l’honestà pur me afrenava; 

ch’io vedea tal madonna quive stare 
sola con quel vechion gioven e bella 
con grave maiestà senga parlare. 

E quasi perso io havea già la favella, 
se non che pur incomengò el vechione 


a dir: que ven tu a far qui in sta casella? 


Spinto così dalla domanda del Santo, Serafino riprende la 
parte di uditore e moraleggiante interruttore, seguendo il 
maestro nell’inestricabile laberinto dei misteri religiosi, che 
lo riempiono d’indicibile dolcezza (cap. XLIII): 


O quanta fo la dolceza ch’io sentie 
in bei discorsi e quanto fo l’ardore 
che me infiammava el pecto!, mai le mie 


rime potran contarlo, né el sapore 
del dolce suco ch'io gustai nei degni 


misterii ed alti che ficti ho nel core. 


Su questi misteri si posa la mente del Poeta, desiderosa di 
conoscere tutta la grandezza di Dio e la meschinità nostra; 
perciò ad ogni nuova esposizione di san Giuseppe cresce in 
lui la brama di sapere. 

Quando par che il «bon vechion » sia stanco, vengono due 
Pastori a proseguire la narrazione, al termine della quale 
Serafino si sente trasumanare sotto lo sguardo di Maria, cui 
innalza un inno, ove l'accento dantesco si confonde con quello 
del Petrarca: 

Ave, del ciel Regina e de la terra, 
del padre tuo eterno sposa electa, 


serva non più, como il tuo dir deserra..... 


72 G. FATINI 


Con questo inno si chiude la prima parte di questo misero 
libro, in cui l'armonia è sostituita da un’andatura monotona 
o da troncamenti arditi, la solenne semplicità della narrazione 
da un goffo artificio, l’eleganza della lingua da un miscuglio 
di parole arcaiche, dialettali e oscuri latinismi. 

Uguali difetti — è superfluo dirlo — si riscontrano in tutto 
ìl resto dell’opera, di cui non vale la pena di portare nuovi 
esempi. Solo ci fermeremo su di un episodio della 24 parte del 
1° libro, perchè, ispirato direttamente dalla Comedia, riguarda 
la Casa d’Este (capp. XV-XVIII). 

Ritornato dall'Egitto con san Giuseppe, Serafino, mentre 
va rammemorando tra sè le « degne cose — già viste e odite », 
sì sente sulla spalla «la mano d’un’ombra », che risponde al 
nome di Ascanio, mandato a lui per volere divino: 


sissi constrecto so da quel doctore, (Dio) 
da chi se infonde nel dir tanta gratia 
de quanta facto par già possessore, 

venir a te nel cui dir se solacgia 
a darte a tanta impresa tal conforto 
che quella segue con ogni efficacia. 


E lo sprona nell’opera intrapresa cantando 


psi quel che con ale pennute, 
a bon tempo venendo a vol lo ingegno 
in alto leverà, e fien temute 
Rol opre e soi costumi assai nel regno 
donde partito sei, ma exaltato 
in altre parte el fie, como ben degno; 
de grado militar serà ornato 
tra adolescentia e gioventù, tanto elgli 


parrà agli extranii de virtù dotato. 


Ma la sua parola è insufficiente ad esaltare la grandezza di 
questo virgulto, che stenderà il suo dominio 


tra la Brenta e Po fuor di pantano, . 
I 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 73 


Contaminando così goffamente vari passi danteschi, il Bon- 
tempi unisce la sua tromba epica, per innalzare ai cieli il divo 
Borso, a quella dei più famosi cortigiani estensi, che preconiz- 
zavano nel munifico Duca il futuro Re d’Italia, il restauratore 
della pace e della grandezza della Penisola. 

Così ci fa sfilare davanti tutti i Signori della Casa d’Este fin 
dalle loro origini leggendarie, presentandoli con colori presi 
da questo o da quel personaggio della Comedia, che spesso 
offre anche lo sfondo, più spesso l’intonazione, ora acre come 
nelle invettive politiche, ora dolce e solenne come nelle apo- 
teosìi, quasi sempre però, contro l’intenzione dell’autore, goffa 
e comica. 

Ecco Niccolò III, intento a dar « pace ai popol soi con bel 
ardire »; a lui succederà il gentil Leonello che 


. suo solatio 
trarrà più de li studj litterale, 
più de virtù che de altri gesti satio. 


Verrà infine Borso che 


sata con sua prudentia terrà el regno 
suo sì pacato che serà tranquillo 
e de suo imperio nissun harrà sdegno, 
amato fie e temuto; ..... 
Italia tutta già par de lui teme, 
e tutta el chiama; sì che tutta in pugno 
vedralla lui haver fin a l’extreme 
suoi parte et oltra più....... 


In lui, novello veltro o Arrigo VII, si troveranno raccolte le 
più eccelse virtù pubbliche e private, tra cui la magniticenza 
che ormai i Principi italiani hanno dimenticata. Serafino stu- 
Pisce dinanzi a tanto portento di liberalità, che diffonderà 
i suoi raggi 


RR fin dove se estingua 


inseme col latin el barbarismo. 


14 G. FATINI 


E mentre Dante, dopo l’abbraccio patriottico di Virgilio e 
Sordello, prorompe nella famosa invettiva, egli invece esce 
in un inno alla Casa d’Este: 


O gloriosa gesta, o dolce ostello, 
o cognation beata in tanto lume, 
quanto te abduce el tuo raggio novello! 
O patria felice! qual presume 
più de te con suoi servi gloriarse 
de suo signor e suoi dolci costume ? 


Chi non invidierà simile miracolo di umanità e di grandezza! 


Questo non fie como tra gli altri un mostro, 
non crudel, non avaro, non tiranno, 
né raptor d’altrui campo, casa o chiostro. 


Intanto l’ombra di Ascanio, tutta in sè romita, « volentieri - 
«pareva ascoltar », finchè il Bontempi ripresa l’apoteosi di 
Borso, per farne risaltare ancor più i meriti, dà un rapido 
sguardo alla storia contemporanea, ricordando i Pontefici, 
i Principì maggiori e minori, i condottieri, ecc. 

Su tutti però torna a dominare la grandiosa figura di Borso, 
per la quale ogni parola si presenta inadeguata e indegna; 
perciò a questa insufficienza supplisca — conclude Ascanio 
“ rivolgendosi al poeta — la presentazione dell’opera allo stesso 
Duca. 


* 
* x 


Il poema di messer Candido, come gli scritti dei modesti 
verseggiatori ricordati in questo saggio, portano un umile 
contributo alla storia della letteratura del Quattrocento, ma 
dal culto dantesco, che, avanzando a poco a poco, finisce con 
l’imporsi ai Principi estensi e ai loro cortigiani, dalla imitazione 
della Comedia, sia pure pedestre, che abbiamo rilevata nell’uma- 
nistica Ferrara, e dall’infelice tentativo del Bontempi del 
darci dell’opera di Dante un tardo epigono, che è pure un’anti 
cipazione del poema latino religioso, procede, indubbiamente, 


LE “ RIME,, DI LUDUVICO ARIOSTO 75 


un fatto storico non privo d’importanza: come in Firenze, anche 
in Ferrara l’Alighieri, che aveva scritte amare parole contro 
gli Estensi, relegandoli fra i dannati, si fa strada in mezzo alla 
ostilità degli umanisti, soggiogandoli a poco a poco coll’impo- 
sizione della sua szienza e col fascino della sua poesia; dal 
tacito studio e poi dalle pubbliche letture scende gradatamente 
fra gli scrittori, che sempre più si giovano delle sue ispirazioni, 
specialmente quando vogliono cantare le lodi dei discendenti 
di Obizzo e Azzo VIII. Così lentamente si prepara il terreno, 
sul quale sorgerà chi, nel culto e nella imitazione di Dante, 
troverà per la sua educazione intellettuale un fecondo elemento 
d’originalità: Ludovico Ariosto. 


CAPITOLO III. 


1. — LA LIRICA ITALIANA DELL’ARIOSTO 


Il volgare nella Casa Ariosti e l’educazione italiana e latina del gio- 
vane Ludovico. -— Tracce di produzione giovanile. 


Scarse e modeste, l’Ariosto lasciò cadere dalla penna le sue 
rime per indulgere alla moda petrarcheggiante del secolo, of- 
frendo un tenue omaggio alla bellezza femminile o seguendo 
la voce del cuore commosso e agitato dalla passione. Piccoli 
frammenti del suo mondo lirico, il Poeta non pensò mai di 
ripudiarle, ma avrebbe voluto vederle rifinite ed eleganti, come 
sì apprende dalla lettera che a Guidobaldo della Rovere, sma- 
nioso di leggerle, diresse Marco Pio (1) il 10 ottobre 1532. 

I critici, abbagliati dal Furioso, le hanno lasciate nell’ombra; 
alcuni le hanno analizzate per trovarvi il cuore del poeta inna- 
morato (Pirazzoli, Salza) (2), o per intesservi fantasiosi romanzi 
d'amore (De Gubernatis, Campanini) (3); altri ne ha studiata 
qualcuna illustrandola storicamente o ricercandone la fonte 


(1) Vedila in CataLaNnO, Vita, II, 324-25, e FATINI, Fortuna, 6; 
per il testo e la numerazione mi riferisco sempre alla mia edizione 
della Lirica di L. A., Bari, Laterza, 1924; per la numerazione delle 
Satire seguo l'ordine cronologico risultante dalla Vita del Catalano, 
mettendo tra parentesi o come secondo numero il numero dell’ordine 
nel testo del Tambara, del Fatini, ecc. 

(2) Intorno alle liriche di L. A., in Studi su L. A., Città di Castello, 
1914; V. PirazzoLI, Gli amori dell'A. e il suo canzoniere, in Giorn. 
gtor., 4S. 

(3) A. DE GuberNnatis, L. Ariosto, Roma, 1906; N. CAMPANINI, 
L'A. innamorato, in Miscellanea letteraria per nozze Crocioni-Ruscel- 
loni, Reggio nell'Emilia, 1908. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO Ci 


ispiratrice o valutandone l’arte (1). Chi scrive queste pagine 
le prese in esame per sceverare le autentiche da quelle d’incerta 
e falsa attribuzione, delineandone con la storia dei manoscritti 
e delle edizioni la fortuna e accrescendone notevolmente, col 
sussidio di codici e di stampe antiche, il nucleo genuino. 

Ma che cosa valga artisticamente questa lirica e quali rap- 
porti la leghino al poema non è stato ancora messo nel dovuto 
rilievo. Vero è che questa indagine ne presuppone un’altra: 
quando furono composti questi componimenti? Si deve prestar 
fede a chi li giudica fattura giovanile o a chi li considera poste- 
riori o, tutt'al più, dello stesso periodo in cui il poema ebbe 
la prima stesura ? La risposta non è facile, perchè del modesto 
gruzzolo pervenutoci ben pochi sono i componimenti la cui 
datazione sia storicamente certa o accertabile. Anche se fosse 
vera l’ipotesi prospettata dal Catalano che la distribuzione 
delle poesie nella edizione coppina, se rispondesse alle ultime 
intenzioni dell’autore, lascerebbe sospettare che l’Ariosto « nel 
«dare assetto alle sue rime si ispirasse o avesse intenzione 
«di ispirarsi a criteri puramente artistici » (2), essa non aiu- 
terebbe a risolvere la questione della cronologia. 

Senza dubbio, non è il caso di scartare l’opinione che l’Ariosto 
abbia poetato in volgare pur nella sua gioventù, prima cioè 
che la sua fantasia fosse interamente occupata dai carezze- 
voli fantasmi del Furioso. So che con questa asserzione non 
mi trovo d'accordo con due valentissimi ariostisti, come il 
Bertoni e il Catalano, che movendo dal Carducci sostengono 
risolutamente che la giovinezza ariostea fu tutta o prevalen- 
temente latina (3). Ma forse il dissenso è più nelle parole che 


(1) Ricordo Fermi, Luzio, Manchisi, Barone, ecce., che saranno 
citati a loro luogo. 

(2) Tita, I, 416. 

(3) CataLANO, Vita, I, 126 sgg.; BerTONI, Furioso, p. 297; in un 
recentissimo articolo Introduzione allo stiulio dell’ «Orlando Furioso », 
che leggo in Scuola e Cultura (IX, 3-4) mentre correggo le bozze, vedo 
che il Bertoni chiarisce il suo pensiero dicendo che «la gioventù 
‘studiosa » dell'A. « fu naturalmente » latina e volgare (pp. 261-62). 


18 G. FATINI 


nella sostanza; anch'io mi guardo bene dal negare alla gioventù 
di Ludovico un’educazione profondamente latina, ma non 
riesco a convincermi che quest’educazione non sia stata, ad 
un tempo, anche italiana. La temperie intellettuale, nella quale 
la mente dell'Ariosto si aprì alla cultura e si educò all'amore 
del bello, abbiamo visto, era italiana e latina ad un tempo, cioe 
sintonava a quello spirito conciliativo tra le due correnti, 
ormai quasi intieramente confuse, di cui da un pezzo gli otìri- 
vano l'esempio i migliori ingegni ferraresi, primi fra tutti il 
Boiardo, e gli stessi congiunti. 

Nell’indagare gli elementi costitutivi dell’arte ariostea non 
è fuor di luogo tener conto anche degli influssi che egli riceve 
nella stessa famiglia; nella quale dopo quel Bonifacio, fra- 
tello della «bella Lippa » cui Niccolò da Casola dedicò il 
poema l’Attila, congiungendone il nome con quello del Mar- 


chese d'Este — simbolo augurale di quello che sarà poi l'arte 
di messer Ludovico all'ombra degli Estensi — si erano avuti 


nel secolo XV cultori del latino e del volgare ad un tempo, 
alieni dal vedere opposizione fra le due lingue e le due lette- 
rature. 

Così Malatesta Ariosti, il padre del gentile Pandolfo, insieme 
con elegie di stampo ovidiano compose un epitalamio latino 
riducendolo poi in terzine e una rappresentazione allegorica per 
le feste della venuta di Borso in Reggio nel 1453 in prosa romana, 
inserendovi in volgare versi e passi di prosa (1). 

Francesco Ariosti Peregrino, fratello di Malatesta, accanto 
al componimento scenico in versi, l’Iside, che il pubblico degli 
spettatori accolse favorevolmente nel 1444, e ad un curioso 
e interessante opuscolo sulle sorgenti d’olio minerale di Mon- 
tegibbio, dedicato a Borso nel 1460, l’uno e l’altro scritti in 
latino, ha lasciato poesie d'argomento amoroso ed encomiastico 

(1) Sui letterati congiunti di Ludovico vedi, oltre il Bertoni e il 
Catalano con la relativa bibliografia, il CARDUCCI nella citata Giorentù 
di L. A.; ma vedi pure G. B. PESENTI, L'Alda ed altre poesie male 
attribuite a Malatesta Ariosto, in Athenaeum, II, 4. 


LE “RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 79 


in ambedue le lingue, un dialogo de la Divina Provvidenza tra 
Teofilo Calcagnini e Teofilo Castello, diretto al Duca nel 1466 
in italiano (est. it. 118); un Sermone di la venerabile suora Idea 
sopra la cerimoniale solennità di la Purificatione di Maria 
(it. 118), di cui il testo latino è rivolto ai frati, quello italiano 
alle monache di santa Chiara; descrisse nell’uno e nell’altro 
idioma con gustosa vivacità il viaggio e i festeggiamenti fatti 
in Roma a Borso nel 1471, quando andò a ricevere il titolo 
ducale dal Pontefice; illustrò la cappella alla Vergine costruita 
nel 1476 per Eleonora presso il Palazzo Ducale, indugiandosi 
sulla narrazione dei miracoli ottenuti -da cittadini ferraresi, 
prima in latino (est. lat. 309), poi in volgare, perchè potesse 
leggerla anche la Duchessa, col titolo quest'ultima di Origine 
e sito del novo Sacello dedicato ad honore ecc.; compose una devota 
et adhortatoria protestatio a Sisto IV (1469) e dette in latino 
relazione di un viaggio fatto a Mantova da Eleonora nel 1480 
(est. lat. 499) con una lettera in volgare al Duca, in cui fa men- 
zione d’un altro scritto, perduto, in italiano, sui « fruetuosissimi 
«e tanto laudandi sponsalicii tra li illustri divi Isabella preclara 
«e lo Illustrissimo miser Francesco Gonzaga ». 

Francesco Ariosti dall’ingegno versatile e dalla cultura varia 
e solida è la figura, forse, più interessante della casa Ariosti, 
che fu illustrata nel secolo XV anche dal frate dell'Ordine fran- 
cescano Alessandro, autore d’'opere teologiche e giuridiche, fra 
le quali un Poenitentiale Interrogatorium e il dialogo morale, 
dedicato a Borso, De Nacra Peregrinatione ad sanctam Kate- 
rinam montis Synai. 

Probabilmente il giovane Ludovico più che ad altri parenti 
guardò con particolare simpatia a Malatesta, a Francesco, 
a quel Giacomo (m. 1470) che i documenti dell'archivio estense 
rivelano avido lettore di opere cavalleresche, e al nonno materno 
Gabriele Malaguzzi Valeri, alunno delle Muse (1); ma fra gli 
stessi congiunti viventi negli anni della sua giovinezza non 


(1) Guasco, Storia letteraria di Reggio, p. 14. 


80 G. FATINI 


mancava chi con l’esempio poteva essergli di sprone all’amore 
delle lettere, come un Battista, che nel 1487 si fece onore con 
un carme inaugurale (est. latino 681, cc. 59-62) dello Studio; 
il padre, che si mostrava buon lettore del Petrarca e di cui si 
compiaceva citare versi; l'omonimo zio arciprete, che dettava 
rime volgari, se fondata è l’ipotesi del Catalano che gli appar- 
tenga il noto epicedio per Eleonora (1), e il cugino Pandolfo, 
che di lui poco più anziano gli era affettuoso compagno e con- 
sigliere. 

Perciò è naturale che egli intonandosi all’ambiente familiare 
e cittadino sentisse presto la spinta a provarsi nelle lettere; ma 
con scarsi resultati e nella lingua italiana, se dobbiamo dedurlo 
dalla povertà della sua produzione, probabilmente perduta, e 
nella lingua latina, se è vero che alla venuta di Gregorio Spo- 
letino a Ferrara a mala pena era in grado di intendere Fedro. 

D'altra parte, per negare un’educazione anche italiana nella 
giovinezza dell’Ariosto, la mancanza di scritti non è sufficiente 
prova, quando esistano tracce sicure di un’attività nel campo 
del volgare. 

Preso dalla novità delle rappresentazioni drammatiche, che, 
mentre costituivano l'ansia e l'orgoglio d'Ercole, destavano 
l'entusiasmo della città, l’Ariosto tra il 1486 e il 1493, portato 
al fantastico mitologico e romanzesco, compose la favola 
Tisbe (2), — cui alludono Gabriele e Virginio — e « altre cose 
«simili — serive il Pigna — ch’erano della scena ». Se la Tisbe 
era in versi e in cinque atti, è ovvio pensare che il giovane avesse 
acquistata una certa familiarità col volgare, se non altro come 
lettore e attore di produzioni teatrali. Noi non siamo alieni 
dall’ammettere che il Duca, nell’opera svolta per dar vita al 
teatro ferrarese, si servisse dell’Ariosto non soltanto come at- 


(1) Autografi e pretesi autogr. ariosteschi (p. 35), estr. dall’Archir. 
roman., IN, e Vita, I, 165; vedi però FaTINI, Fortuna, 90,6 H. Hac- 
verte, L'Arioste et la Poésie chevaleresque à Ferrare au début du 
XVI sidele, Paris, 1927, pp. 80-81, 342. 

(2) CataLANO, Vita, I, 124, 125. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 81 


tore, ma anche come traduttore; l’obiezione del Catalano 
che Ercole avesse «in corte altri poeti di fama già assodata, 
«cul affidare l’incarico » non è così risolutiva da escluderlo. 

L'esempio del giovane amico di Ludovico, Ercole Strozzi, 
che pur vivendo in un'atmosfera paterna tutta sorrisa di luce 
classica, ha composto, naturalmente in volgare, una commedia, 
«he venne rappresentata nel 1493, confortato dalle notizie 
della Tisbe e di altre consimili « favole », rende assai probabile 
che fra le versioni di commedie latine in «rima vulgariter » (1), 
date nel periodo 1490-94, debba trovar posto anche qualcuna 
«elle versioni ariostee, come quelle dell’Eunuco e dell’ Andria 
terenziane, di cui fa parola il Giraldi (2). Se Ercole si compia- 
ceva di avere per attori gli stessi traduttori, come capitò ad 
Autonio Tebaldeo, che agì nell’Anfitrione da lui voltato in ita- 
liano (3), perchè escludere che l’attore Ludovico non sia stato 
anche un traduttore? Si aggiunga infine che la dispersione 
delle traduzioni dell’Ariosto si spiegherebbe più facilmente 
se riportata alla giovinezza anzichè alla maturità, quando il 
nome del Poeta le avrebbe meglio tutelate. 

Con la produzione drammatica, sfortunatamente perduta, 
altra prova dell’attività poetica giovanile dell’Ariosto è data 
dalle « baie » del periodo studentesco « scritte... in volgare — 
commenta opportunamente ‘il Catalano (4) — sul tipo dei 
«sonetti del Pistoia o del Berni o di quelli anonimi contro 
« Nicolò Ariosto e il Cosmico », con le quali l’Ariosto — continua 
a dire lo stesso critico — avrebbe celebrato «gli allegri inci- 
«denti della vita studentesca e gli avvenimenti cittadini ». 
Purtroppo anche di queste « baie » è rimasto solo il ricordo del 
figlio Virginio, se è da escludersi l’ipotesi prospettata da me 
e da qualche altro che appartengano all’Ariosto i 23 Carmina 

(1) CataLANO, Vita, I, 119, 120, 123, 125. 

(2) In Tragedie, Venezia, 1583, I, p. 133; e il Pigna; v. CATALANO, 
Vita, I, 587. 

(3) Archiv. roman., IV, 395. 

(4) CATALANO, Vita, I, 98-100. 


Giornale storico — Suppl. n° 25. 6 


82 G. FATINI 


maledica contro il Cosmico. La baldanza sbrigliatamente 
giovanile dell’accusatore, che ha tutta l’aria di uno scolaro, 
la ribellione, un po’ studentesca, contro quel saccentone di 
dantista quale appariva il Cosmico, la taccia ignobile (s0- 
netto VII) che lo appaia con un Trotti, come in un sonetto di 
Ludovico (XXXIX) e l’accusa (son. XVI) di aver cambiato 
nome, che si ripete in un passo della satira VII (VI, 61-66), 
certe espressioni che ricorrono in altre rime dell’Ariosto, la 
tendenza dell’autore a colorire le idee con aneddoti e favole 
ed altro ancora contribuiscono, in mezzo a tanta oscurità di 
attribuzione, a rendere meno improbabile la paternità del 
giovane Ludovico, che forse nella sua spensieratezza giovanile 
colse volentieri l’occasione di colpire il rimatore mantovano per 
sferzare un colpo anche contro il Trotti, che, nella irriducibile 
inimicizia tra le due famiglie, doveva o si credeva avere avuta 
parte nel feroce attacco poetico contro il padre. In tal casoi 
Carmina maledica sarebbero un saggio delle « baie » ariostee (1). 

Come altro saggio d’attività poetica non addurrò l’epicedio 
per Eleonora d’Aragona (1493), che il Catalano sostiene fattura 
. dell'omonimo zio del Poeta, per quanto in quella prima terzina 


Rime disposte a lamentarvi sempre, 
accompagnati il miserabil cuore 
in altro stil ch'in amorose tempre 


io senta meglio la voce d’un giovane abituato a cantar d'amore 
che non quella d'un vecchio sessantaduenne, e arciprete della 
Cattedrale ferrarese, del quale, se rimatore, qualche altra 
poesia sarebbe pervenuta a noi più facilmente che non quella 
d’un giovane diciannovenne, come il nipote. Se calligrafica 
mente l’epicedio appartiene allo zio, questi non potrebbe averlo 
ricopiato e corretto per tenerlo come ricordo dell’omaggio poe 
tico offerto dal nipote alla memoria della compianta Duchessa! 


(1) Perla questione v. FATINI, Fortuna, 94-101; un elemento in favore 
potrebbe essere la identificazione di ser Nicoletto della sat. VII, 43 nel 
Cosmico, proposta dal Bertani in Giorn. stor. 102, pp. 25-26. 


LB “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 83 


Lasciamo, ripeto, questa poesia fra i componimenti dubbi; 
ma c’è la testimonianza dello stesso Ludovico, con la duplice 
dichiarazione che nel 1493-94 il nutrimento ricevuto fino a 
quell’epoca dallo studio del latino era scarso e poco proficuo 
(sat. VII [VI, 163 sgg.]) e che qualche tempo dopo era in grado 
di poetare nelle due lingue (V-I[V], 115-129): 


Già mi fàr dolci inviti a empir le carte 
li luoghi ameni, di che il nostro Reggio, 
il natio nido mio, n’ha la sua parte....... 
Cercando or questo et or quel loco opaco, 
quivi in più d’una lingua e in più d’un stile 


rivi traea sin dal gorgoneo laco. 


Quest’ultimi versi, che ci riportano ad un periodo anteriore 
alla morte del padre (1500) e posteriore all'inizio della scuola 
dello Spoletino (1493-94), acquistano un peso affermativo anche 
maggiore se ravvicinati alle dichiarazioni di quei critici del 
Cinquecento che parlano in coro di rime giovanili dell’Ariosto: 
Marco Pio, che il 10 ottobre 1532 si giustificava col Della 
Rovere per le difficoltà che aveva incontrate nel raccogliere 
poche rime, perchè l'autore se ne vergognava essendo «cose 
«già più tempo composte... né poi più mai riviste »; il Pigna, 
che nel 1554 asseriva non essere state le poesie italiane pub- 
blicate dall’Ariosto « per esservi dentro molte cose ch'egli fece 
«ne suoi primi anni », aggiungendo che prima di dedicarsi al 
Furioso egli aveva tradotti romanzi francesi e spagnoli (1); 
ll Giolito, che nell’edizione del 1557 le giudicò « piacevoli e 
«giovanili »; il Sansovino, che nello stesso titolo della rac- 
colta da lui curata (1567)le disse «scritte nella gioventù »; 
il Garofalo, che affermò non solo avere Ludovico composto 
«un libro di rime volgari nella sua gioventù », ma anche essersi 
guadagnato un certo nome prima del suo ingresso nella Corte 
di Ippolito « per molti suoi versi latini ed alcune rime amorose ». 


- e 


(1) CataLANO, Vita. I, 271 n.; per Vatfermazione del Pigna vedi 
anche SaLza, Studi, pp. 28-29. 


84 G. FATINI 


Si aggiunga il frammento dell’Obizzeide, che penso anteriore 
anch'esso alla morte di Niccolò; e il tentativo fatto dal Bembo 
per dissuadere l’amico dal perseguire la via del volgare — dedi- 
candosi intieramente al latino, ove, a suo modo di vedere, sarebbe 
riuscito meglio, — tentativo che implicitamente esclude l’opi- 
nione del Catalano (1) che l’Ariosto si sia convertito all'italiano 
verso il 1505 per l’influsso delle teorie bembine, mentre pre- 
suppone un’attività nel campo volgare pari almeno a quella 
nel latino e tale del cui valore era consapevole lo stesso Ludo- 
vico, se rispose che egli preferiva essere primo tra i poeti ita- 
liani che secondo tra i latini. 

Da tutti questi elementi (i due passi delle Satire, l’Obizzeide, 
le notizie della Tisbe e delle « baie »; le affermazioni dei vecchi 
editori e biografi, il tentativo del Bembo) riuniti e vagliati 
singolarmente e in rapporto fra loro, deriva la necessità di 
concludere che l’educazione giovanile dell’ Ariosto non fu nè 
intieramente nè prevalentemente latina, ma procedè di pari 
passo nelle due lingue, in un primo periodo parrebbe con più 
rapidi frutti nel volgare, in un secondo, dopo le lezioni di 
Gregorio Spoletino, con una più intensa e feconda applicazione 
umanistica. Che non importa rinnegamento del passato nè 
abbandono della poesia italiana, perchè lo Spoletino, per quanto 
col fascino dell’arte classica dominasse e rinnovasse la fantasia 
dei suoi scolari (2), innamorandoli del bello antico, non poteva 
distruggere in un giovane ventenne quegli spiriti che l’ambiente 
cittadino e familiare aveva già mossi e sviluppati. 

Del resto, lo stesso Carducci, in uno scritto che ha veduto 
or ora la luce (3), frammento d'una biografia ariostea lasciata 
interrotta, moditica, basandosi su nuovi elementi, le sue vecchie 
conclusioni. L' Ariosto «in principio — serive — fu, come il 


(1) CaraLano, Autografi, p. 35, e Vita, I. 128. 

(2) G. B. PicottI, La giortnezza di Leone X, Milano, Hoepli, 1927, 
p. 22. 

(3) Primi svaghi e studi dell'A., in Nuova Antologia del 1° gen- 
naio 1933, p. 12. 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 85 


« Boiardo, lirico latino e volgare ». Nè poteva essere altrimenti: 
così portava l’atmosfera culturale della Corte e della città, 
la quale atmosfera, nel suo orientamento risolutamente rivolto 
nell'ultimo ventennio del secolo verso l'italiano, era temperata 
dall’influsso dell’alta cultura umanistica e universitaria e dalla 
forza della tradizione, per cui la riputazione letteraria sì cre- 
deva raggiungibile più facilmente poetando in latino che in 
volgare. Così le forme e gli spiriti latini si confondono, ini- 
ziando un’intima fusione, con le forme e gli spiriti che vengono 
dalla nostra letteratura e dalla realtà: e l’Ariosto canta i suoi 
amori e le sue aspirazioni in ambedue le lingue. 

Il tempo e la trascuratezza dell’autore hanno disperso quasi 
tutta la produzione italiana giovanile, che il fulgore del 
Furioso aveva relegata nella dimenticanza, la quale spesso vuol 
dire dispersione; mentre il caso o l’affetto per quei carmi latini, 
che non furono condannati all’oscurità da altri venuti più 
tardi ma non più luminosi, ne hanno favorito la conser- 
vazione. 

Ma gli unie gli altri rappresentano, nella loro unità spirituale, 
il primo passo dell’arte ariostea: la perfezione del Furioso, 
non dico la perfezione puramente formale, s'intenderà meglio 
quando si ammetta un lungo noviziato nelle due lingue e nelle 
due letterature, dal cui solo connubio l’artista moderno può 
sperare di avvicinarsi alla grandezza degli antichi scrittori. 

- + + Né volgar prosa né rima 


ha paragon con prose antique e versi, 
dichiarerà più tardi lo stesso Ariosto nel prologo della Cas- 
saria; ma l’esperienza lo consiglierà anche a soggiungere che 
gl’ingegui non son però diversi 


da quel che fùr; ch'ancor per quello artista 


fansi, per cui nel tempo indietro féèrsi. 


86 G. FATINI 


* * 
* 


Nel gruppo delle liriche rimaste è possibile rintracciare 
quelle giovanili? Dai 57 componimenti conservatici nei due 
codici ferraresi 64 e 365 e dai 62 (astrazion fatta dai fram- 
menti in ottave, che sono o dovevano essere piuttosto fram- 
menti del poema) della edizione coppina il gruppo aumentò con 
la moderna edizione del Polidori a 84 e con la mia laterziana 
a 140; ma questo nucleo va ridotto di quei componimenti 
spuri che vi si sono inseriti per arbitraria attribuzione, e di 
quelli che non presentano elementi di sicura autenticità; 
sicchè dai 61 del Coppa (anche questo editore dette ospitalità 
ad una canzone che è sicuramente del Trissino) si passa a 84 
dell'edizione laterziana, 39 essendo dubbi e 14 falsamente 
attribuiti. Non è il caso di prendere in esame neppure i dubbi, 
fra i quali accanto ai 23 sonetti contro il Cosmico non esito 
a porre, oggi, il ricordato ternario in morte di Eleonora d’Ara- 
gona. Dei rimanenti 86 il Polidori (1) giudica giovanile il ma- 
drigale XI, il Carducci l’egloga II, il Salza (2) i capitoli XXIII, 
XXVI, XXVII, ai quali io non sarei alieno dall’aggiungere 
1 capp. XVIII-XXII, XXIV-XXV, che hanno tutti i carat- 
teri di esercitazioni poetiche d’un giovane indulgente alla 
moda petrarchesca. Però anche di questi componimenti manca 
ogni elemento cronologico che possa avvalorare l’opinione che 
siano giovanili. Per conseguenza, nella impossibilità di una 
guida cronologica, per studiare e valutare la lirica italiana 
ariostea, occorre battere altra via affidandosi all’argomento. 

Gli 86 componimenti, la cui autenticità non è infirmata da 
nessun serio elemento, si possono suddividere in due gruppi: 
amoroso, il più cospicuo, ed encomiastico e storico, che com- 
prende due canzoni, otto sonetti, due capitoli e due egloghe. 


(1) Opere minori in verso e în prosa di L. A. ordinate e annotate da 
F. L. PoLIporI, Firenze, Le Monnier, 1857. pp. 314, 444. 
(2) Studi, pp. 39-41. 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 87 


2. — POESIA STORICA ED ENCOMIASTICA 


Per gli Estensi. -— Per i Medici. — Sonetti encomiastici varî. — 
Contro Alfonso Trotti. — In morte di Pandolto Ariosti. 


Abituati a leggere nel Furioso tanti elogi, non sempre meri- 
tati, ma elargiti con eccessiva generosità non solo ai Prin- 
cipi e ai personaggi più in vista del tempo, sì bene pure ad 
una folla di oscurissime figure, ci sorprende di non trovare nella 
lirica italiana di Ludovico echi di avvenimenti o ricordi di 
persone che ai loro giorni si ebbero larga messe di rime» 
L’Ariosto lirico non è così facile alla lode o al complimento 
come l’Ariosto cavalleresco: se nei carmi latini l’eco della 
storia talvolta s’insinua nel canto della giovinezza sorrisa 
o turbata dall'amore e l'elogio agli Estensi, agli Aragonesi, 
al Gonzaga, agli amici assume spesso il carattere epigrafico 0 
epigrammatico, la lirica italiana egli preferisce serbare allo 
sfogo, spontaneo o meno, del suo cuore innamorato, tenendolo 
quasi sempre chiuso alle impressioni della realtà storica, per 
le quali invece, come sorgente inesauribile d’arte e di bellezza, 
egli apre signorilmente le stanze del poema. 


Per gli Estensi. 


Agli Estensi, che hanno un posto d'onore nel poema, il gio- 
vane cortigiano di Ercole I e d’Ippolito dedicò alcuni carmi 
latini, come quei due (I, V) che forse rappresentano frammenti 
dell’orazione inaugurale dello Studio da lui detta nel 1495 e 
nei quali non poteva mancare, come tema obbligato, l’esal- 
tazione di Ercole quale restauratore della pace e protettore 
delle arti, l’epitalamio (LIII) per Alfonso e Lucrezia, novelli 
sposi (1502), cantati con tanto entusiasmo da un nugolo di 
poeti, tre epigrammi sul nome Este (LVI) e su Ippolito guer- 


88 G. FATINI 


riero ed ecclesiastico (LVII e LXIV). In italiano non abbiamo 
che un frammento in terzine (cap.II), un’egloga (I) e indiret- 
tamente il son. XXXVI. 

Sorge il dubbio che anche questo sonetto sia nato per com- 
piacere gli Estensi, e particolarmente il cardinale Ippolito, 
forse durante l’incoronazione di Giulio II, alla quale pare abbia 
assistito, fra i cortigiani che accompagnarono il Cardinale a 
Roma per il conclave (novembre 1503), l Ariosto, che da pochi 
giorni era entrato a far parte della sua corte (1). 

‘Quell’elogio a freddo non fu il solo che Giulio II ebbe nella 
circostanza della sua elezione, ma al pari degli altri manca 
di sincerità nella nullaggine dell’adulazione, che si estende 
anche ai parenti del nuovo Pontefice: quel lento incedere pe- 
trarchesco vorrebbe essere solenne, ma in realtà è tronfio © 
stentato. ì 

L'Ariosto dimenticò presto questo peccatuzzo poetico (il 
primo verso sì risente forse casualmente, nel Furioso, XLI, 2: 
«L'’arbor ch’al tempo rio foglia non perde »), per giudicare 
severamente il Papa nella sua dura lotta contro gli Estensi 
(Furioso, XIV, 4; XXXIII, 38-41). Di questa durezza seppe 
qualche cosa anche lui, che più d'una volta corse a Roma per 
difendere Ippolito e Alfonso e rischiò di subire i tristi effetti 
dell’incontenibile ira papale. In quel passo della satira 1 
(11, 151-3) che rievoca «la grande ira di Secondo » e più nella 
lettera al principe Lodovico Gonzaga, scritta da Firenze il 
1° ottobre 1512, dopo l'avventurosa fuga di Alfonso e sua, tra 
i ricordi virgiliani che rompono il periodo come lunghi sospiri 
di liberazione, c'è un accento lirico, che conserva ancora il 
tremito della paura. 

«... De’ nostri periculi non posso ancora parlare: animu 
«meminisse horret, Inctuque refugit... Quis iam locus, quae regio 
«in terris nostri non plena laboris? Da parte mia non è quietà 


(1) Caragano, Vite, I, 310; su questa poesiola vedi FattINI, Fo 
tuna, 125-26, 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 89 


« ancora la paura, trovandomi ancora in caccia, ormato da le- 
« vrieri, da’ quali Domine ne scampi. Ho passata la notte in 
« una casetta da soccorso, vicin di Firenze, col nobile masche- 
«rato, l'orecchio all'erta e il cuore in soprassalto ». Questa 
è lirica (1), anche se mancano i versi e le strofe. 

Più strettamente legati agli Estensi sono il frammento del- 
l’Obizzeide (cap. II), di cui mi occupo, più innanzi, nello studio 
su la genesi del Furioso, e l'egloga I. 

L'avvenimento storico, che ha dato motivo all’egloga — 
la congiura di don Giulio e don Ferrante d’Este contro i fra- 
telli duca Alfonso e card. Ippolito — scoperta nel maggio 1506, 
è nota nei più minuti particolari (2), e l’egloga è stata ampia- 
mente illustrata dal lato storico, dando luogo a discordi apprez- 
zamenti morali sull'autore, che dai più s'è guadagnata la taccia 
di bassa cortigianeria (3) e da qualcuno una calorosa difesa, 
come genuino interprete deì sentimenti di terrore e insieme di 
esultanza provati dal popolo ferrarese alla notizia che la trama 
era stata sventata. 

Senza entrare in tanti particolari io credo che la questione 
Sì possa risolvere inserendo nel quadro dello spirito pubblico 
commosso ed eccitato la particolare condizione dell’Ariosto, 
addetto alla Corte del Cardinale e perciò più di altri indiret- 


(1) Vedi la lettera nelle mie Opere minori di L. A., Firenze, Sansoni, 
1915, pp. 29-31. Per le ambascerie dell'A. a Giulio II vedi CATALANO, 
Vita, I, 310 sgg. 

(2) Se ne sono occupati N. FERMI, in Ateneo Veneto, XXV (1902), 
pp. 290-327; A. Luzio, in Atti e Memorie della R. Accademia Virgi- 
liana di Mantova, N. S., V, p. 1 (1912), lo scrivente in Opere minori, 
pp. 313 sgg., e R. BaccueLLi, La congiura di Don Giulio d’ Este, Mi- 
lano, Treves, 1931, ove difende calorosamente VA. dalla taceia di 
vile adulazione: a questa difesa, ino massima, acconsento anch'io, 
modificando il gindizio espresso nelle Opere minori, pp. 313-14. 

(3) GARDNER, op. cil., p. 49; BERTONI, Furioso, p. 42; FERMI, op. 
cit.; il Panizzi (The life of Ariosto, London, 1834) dalla volgare adu- 
lazione, dal silenzio su Ippolito e dalle ignobili ingiurie contro Giulio 
d’Este è indotto a negarne Vantenticità; su la quale però vedi FATINI, 
Fortuna, 110. 


90 G. FATINI 


tamente interessato al fallimento di quella congiura, di cui 
sarebbe stato, come tutti i cortigiani, una vittima. Non è il 
caso di dare eccessivo peso, nella valutazione morale dello 
scritto, alla diversità dei tempi, perchè anche oggi, se, alla 
notizia di consimili trame felicemente sventate, la commozione 
della folla esprimesse dal suo seno il cantore che interpretasse 
il senso di sgomento e di sollievo insieme provati pel pericolo 
corso dalle vittime designate e con esse dalla tranquillità della 
stessa nazione, nessuno, solo per questo, avrebbe diritto di 
tacciarlo di vile adulazione. L’Ariosto ‘era un fedele suddito 
di Alfonso, legittimo sovrano del ducato, che assicurava al 
popolo ordine e pace; non solo, ma viveva nella Corte di Ippo- 
lito, che la vittoria dei congiurati avrebbe certamente messa 
in tragico scompiglio e forse anche insanguinata. Perciò egli 
palesò nel lungo ternario il senso di ribrezzo e di disprezzo che 
tutte le persone d’ordine sentirono vivamente e in particolare 
modo lui come familiare d’Ippolito; e nella frenetica esultanza 
dei cittadini di ogni ceto, che per quattro giorni, abbandonata 
ogni occupazione per le vie e per le piazze, in chiesa e davanti 
al Castello, manifestarono clamorosamente la loro gioia (1) 
per la salvezza di Alfonso e dello Stato, egli gettò giù l’egloga, 
forse con la segreta intenzione di farla rappresentare. Non è 
difficile che dallo stesso Cardinale o dalla Corte di Alfonso, 
Ludovico, al pari degli altri cortigiani, apprendesse, giorno per 
giorno, i particolari della preparazione che il Duca e il Cardi- 
nale avevano interesse a diffondere, magari esagerando, perché 
il popolo si rendesse conto della gravità della congiura, si 
orientasse con più viva simpatia verso di loro e si disponesse 
ad accogliere favorevolmente i gravissimi provvedimenti che 
ne sarebbero seguiti. Questo spiega la piena conformità tra 
gli atti del processo, che pur non erano pubblici, e le impressioni 
e le notizie che si sorprendono sotto il velame del simbolismo 
pastorale dell'egloga. Per spiegare questa conformità non è ne- 


(1) BaccHeLLi, op. cit., IT, pp. 238-39. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 91 


cessario ricorrere all’ipotesi che il Cardinale desse incarico al 
suo cortigiano d’illuminare il pubblico con la suggestiva luce 
della poesia; egli si guardò bene dal cadere in questa debolezza, 
che avrebbe potuto comprometterlo davanti all’opinione pub- 
blica, che conosceva i precedenti dell’odio di don Giulio contro 
il fratello; politico finissimo, si tenne nell’ombra e, come fece 
scomparire dalle carte processuali ogni allusione che lo chia- 
masse in causa, anche quando avrebbe ridondato a suo onore 
— ad es, nel caso del merito della scoperta tutto suo (vedi 
Furioso, XLVI, 95) —, così si adoperò con tutti i mezzi perchè 
l’attenzione del pubblico convergesse tutta su Alfonso e in 
parte su Lucrezia. 

Ma, ammesso pure che l’Ariosto non abbia avuto l’incarico 
di scrivere l’egloga — si obietta da alcuni —, egli però seri- 
vendola commise l’inescusabile debolezza di aver falsato, esa- 
gerando o tacendo, la verità. Anche qui sì perde di vista la 
realtà, perchè il Poeta si è ispirato a quello che a lui resultava, 
conprese le voci indegne sorte e diffuse in quei giorni su cia- 
scuno dei congiurati, e che aveva stretta relazione con le loro 
intenzioni; così ha taciuto i precedenti dell’odio di Giulio per 
non parlare di Ippolito (1), e per non assumere la parte di 
difensore che va in cerca di attenuanti in favore dei due fra- 
telli cospiratori: parte sconveniente e inopportuna per chiunque 
avesse scritto solo col tine di dare sfogo ai sentimenti di orrore 
e di sgomento provati, ma particolarmente per lui, che tra 
Giulio e Ippolito non aveva modo di scegliere, in una terribile 
circostanza in cui la scelta o l’esitazione poteva apparire una 
implicita complicità o almeno un atto di simpatia per l'anarchia 
paventata. 


(1) Questo silenzio, che pare strano a qualcuno, ha fatto credere 
all’Hauvette che il componimento sia stato composto per la Corte 
ducale in un tempo in cui il Poeta nutrì la speranza di poter lasciare 
l’ingrato e faticoso servizio di Ippolito per quello più riposato di 
Alfonso (Votes sur lu jeunesse de VA., in Etudes italiennes, LV (1912), 
pp. 23-25, estratto); v. pure CATALANO, Vita, I, 242. 


92 G. FATINI 


E allora perchè tacque? Come — dicono gli accusatori — 
ha taciuto per bassa cortigianeria ogni allusione al Cardinale. 
così avrebbe dovute tacere tutto, cioè non scrivere. Non con- 
fondiamo la bassa cortigianeria con quel senso di doveroso 
servire che lungi dall’imporre di esaltare i delitti dei Signori. 
se mai, consiglia di tacerli e di nasconderli; ora l’Ariosto si 
guarda dal cadere nell’eccesso dei veri adulatori, che, tacendo 
i delitti, inventano virtù inesistenti; e scrive esprimendo quello 
che il cuore d’un fedele suddito gli detta. 

Non dunque per il fine di ingraziarsi Alfonso ed Ippolito, mai 
per il bisogno di unirsi a quanti, tremando al pensiero del peri- 
colo corso dai Duchi, — ed era tutto un popolo — non potevane 
ammettere nessuna indulgenza per sì grave « peccato, che — 
dice Bonaventura Pistofilo (1) — non potea succedere senza 
«la morte e rovina di molti altri »;} ciò è tanto vero che. 
assicurati i colpevoli alla giustizia (mancava solo il prete gua- 
secone, che fu tradotto a Ferrara ai primi di gennaio 1507) e 
prima che venissero eseguite le condanne (12 settembre), l'Ariostu 
rinunziò non solo a rappresentare l’egloga, ma anche a dif- 
fonderla con la stampa; e quando nel poema si trovò a fare 
una rapida rievocazione della congiura, dette libero corso a 
quel sentimento di umana pietà che, inopportuno nel momento 
della scoperta, era naturalissimo quando la giustizia aveva 
fatto il suo corso. 

Certo questo fine politico non giova all’arte; ma non impedisce 
all'autore di dare un’egloga, che, per quanto mal giudicata per 
riflesso di considerazioni morali, non è inferiore artisticamente 
a tante altre del suo tempo, comprese quelle del Boiardo. 

L'egloga era un componimento pastorale di moda anche è 
Ferrara, dove, fiorita in latino e in volgare fino dai tempi di 
Leonello, incontrò speciale favore sotto Ercole per impulso 
del fervido risveglio del teatro, che la faceva gradire su le 
scene non meno dei tentativi drammatici. Nata in un’atmo- 


(1) Riferito dal Luzio in op. cit.. p. 20 n. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 93 


sfera fittizia per commentare con simbolismo pastorale avve- 
nimenti pubblici, essa nella finzione allegorica già perdeva 
quella forza di calore poetico che poteva sprigionarsi dal fatto 
storico: un genere dunque falso e, di conseguenza, freddo. 
A tale carattere l’Ariosto non poteva sottrarsi, come non se 
n'era sottratto il Boiardo; perciò l’egloga ariostea ha un valore 
artistico piuttosto mediocre, sia perchè i personaggi non assu- 
mono una propria personalità fantastica, sia perchè l’elemento 
narrativo si muove, quasi sempre, con un'andatura pedestre 
e scolorita. 

Una certa vivezza non manca nella descrizione introduttiva, 
pur nell’enfasi delle domande, abituali all’inizio di tali com- 
ponimenti: 

Dove vai, Melibeo, dove sì ratto, 
or che da’ paschi erbosi alle fresche onde 
col gregge anelo ogni pastor s’è tratto;. 

or che non pur crolar vedi una fronde, 
or che ’1 verde ramarro all'ombra molle 
de la spinosa sepe si nasconde ? 

Non odi che risuona il piano e il colle 
del canto de la stridnla cicada ? 
non senti che la terra e l'aria bolle? 


A questa viva descrizione d’un afoso meriggio, ritratta con 
una pennellata petrarchesca (Canzon., XXIV, 9) e virgiliana 
(Bucol., II, 13, Georgiche, III, 328), fa riscontro un’ottava del 
Furioso, che nella edizione del 1516 e però nella lezione più 
vicina alla composizione dell’egloga suonava così (VII, 20): 


Il Sol percuote in la sponda del colle 
e del calor che si reflette adietro, 
in modo l’aria e l’arena ne bolle, 
che saria troppo a far liquido il vetro. 
Stassi cheto ogni augello all'ombra molle; 
sol la cicada col noioso metro 
fra i densi rami del fronzuto stelo 


e valli e monti assorda e il mare e il cielo. 


94 G. FATINI 


Segue nella consueta forma la risposta del pastore, che spie- 
gando il motivo della sua fretta, quello della confisca dei beni 
di don Ferrante — il che limita la data della composizione ai 
primi di agosto 1506 o poco dopo — allude alla congiura, toc- 
candone con accenti di paurosa commozione, che riescono ad 
imprimere un certo movimento lirico alle pedestri terzine: 


Così, s'al pensier l’opra succedea, 
Fereo non a lui solo e mandre e ville, 
ma, quel ch’è più, la vita tor volea. 

E cadean con Alfenio più di mille, 
e davamo ancor noì forse in le reti, 
se Fereo le tendea ben come ordille. 


Stimolata nel compagno la curiosità di conoscere a pieno 
la trama, Melibeo s’indugia sul ritratto di Iola, lo sciagurato 
Giulio: un ritratto odioso, suggerito dalla paura che egli, 
rifugiatosi presso la sorella Marchesana di Mantova, rimanesse 
impunito. Il disprezzo per l’uomo, che dopo la delazione di 
don Ferrante (Fereo) appariva come l’istigatore del delitto, 
Sì riverbera nell’asprezza dei versi, che paiono colpi di ascia 
anziché tratti di penna: 

3: all mal di volpe 
nascer non viddi pantera né leo. 

Egli ha cui simigliar de le sue colpe 
che la malignità paterna ha inclusa 
ne l’anima, ne l’ossa e ne le polpe. 


Quest’ultimo verso, martellante con voluta lentezza su la 
pessima indole di don Giulio, collegata con l’ignobile nascita 
che la voce popolare aveva messa in giro, rivela l’ansia che il 
Gonzaga e Isabella s'inducessero a consegnare il congiunto 
(il che avvenne il 9 settembre) come indegno della loro prote 
zione, anche per la bassezza dei natali, che doveva allonta- 
narlo dal loro cuore. 

Prosaici sono i ritratti degli altri congiurati, che all’Ariosto 
suggeriscono solo parole odiose, in alcune delle quali si avverte 


LE “ RIME, DI LUDUVICO ARIOSTO 95 


il disprezzo per la stupidità del loro comportamento incerto 
e puerile e in altre il livore della paura sprizza con una certa 
energia, come nel ritratto di quel prete indegno, buffone, 
cantore e mezzano, che partecipò alla trama solo con la voluttà 
e la leggerezza dell’incosciente, che nel delitto vede la possi- 
bilità di dare sfogo ad un’indole intrigante e corrotta: 


Spero veder la sua putida carne 
pascer i lupi, e l’importuni augelli 
gracchiarli intorno, e scherno e stracio farne. 


Quest’accento di crudo compiacimento fa presentire il be- 
stiale strazio, che subirà lo sciagurato prima di morire strozzato 
nella gabbia, in cui fu rinchiuso al suo arrivo da Roma, dove 
era riuscito a riparare: « Il giorno de la Epiphania — scrive a 
Isabella Bernardino de’ Prosperi (1) — per tempo il sagu- 
«rato de Iam se trovoe in gabia cum uno grixo bianco in dosso 
«non cinto, dove è toco da la borra senza alcuno obstaculo, 
«da g'è porto, ma se crede che a tanta fredura non ge durerà 
«molto... ». Infatti fu trovato morto il 13 gennaio e « fu trasci- 
«nato nudo, legato con li piedi ad una corda da carretta, e 
«impiccato per li piedi di là del Po... ». 

Più rapida e vivace la descrizione della scoperta, ravvivata 
dall’immagine del « sorco » e del « tarlo », 

che nascoro rodendo fa sentirse 


da chi non avea cura di trovarlo.__ 


A Ferrara ormai era noto che don Ferrante con la sua con- 
fessione aveva trascinato tutti i colpevoli alla rovina; l’ Ariosto 
v'insiste con un tono di scherno, tanto gli riesce ripugnante 
l'atteggiamento di quest'uomo ambizioso, che, entrato nella 
cospirazione senza avere motivi di contrasto, almeno palesi, col 
Duca, appena viene scoperto, non esita ad aggravare la posi- 
zione degli altri per salvare sè stesso. 


(1) Riferito dal Luzio in op. cit., p. 25, e BACCHELLI, op. cit., 11, 
p. 275. 


96 G. FATINI 


Non esagerato, ma arido e freddo è l'elogio di Alfonso: 
l'affetto del cortigiano, se ha un tremito in questa terzina, che 
ritrae lo sgomento per il pericolo corso: 

veduto aresti romper tregue e paci, 
surger d'un fuoco un altro e di quel diece, 


uanzi d’ogni scintilla mille faci, 


non suggerisce che una declamazione elogiativa, storicamente 
non del tutto immeritata, che trovò eco pure nel Furioso 
(III, 51-52, XVIII, 1-2), e un invito a chiedere una severa 
punizione: 
Quanto è miglior (Alfonso) tanto più grave eccesso 
e meritevol dì maggior supplicio 
chi ha cercato occiderlo ha commesso. 


Nessuna pietà ma inesorabile condanna, quella che alla 
fine colpì tutti indistintamente. Qualcuno ha trovato contra- 
dizione fra questi versi e quelli del Furioso (III, 60-62): 


. Chi son li dua sì tristi 
che tra Ippolito e Alfonso abbiamo visti? 


Ma qui è il Poeta che, libero dall’incubo della terribile sco- 
perta, dopo avere assistito alla dura punizione inflitta a tutti 
i cospiratori, pensa alla pena che per sempre peserà sui fra- 
telli condannati a perpetua prigionia. Il cuore, che, prima della 
condanna, il terrore, l'attaccamento ai Duchi e il senso politico 
avevanò fatto tacere, riprende il sopravvento e invoca pietà 
per quei disgraziati. Non contradizione dunque, ma naturale 
manifestazione d’animo gentile di chi aveva scritta la poesia 
non per meschino intendimento adulatorio, come avrebbe fatto 
un servile cortigiano che l'avesse dettata allo scopo di catti- 
varsi meglio la simpatia dei Duchi. Gli stessi Alfonso e Ippolito 
non potevano avvertirvi alcuna contradizione, perchè l’Ariosto 
non trova attenuanti alla colpa, se non nella generica afler- 
mazione che Giulio e Ferrante erano vittime di « lungo instigar 
« d'uomini rei », addotta per diminuire l'onta che ne veniva 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 97 


alla famiglia Estense più che per scusare la gravità del loro 
delitto: 
O bona prole, o degna d’Ercol buono, 
non vinca il lor fallir vostra bontade; 
di vostro sangue i miseri pur sono; 
qui ceda la iustizia alla pietade. 


Sono quattro versi d’intensa pietà umana, la cui spontanea 
schiettezza non è affatto turbata da una inesistente ironia, 
che a torto qualcuno vuol sentire nei versi che seguono, i quali 
nasconderebbero chi sa mai quali accuse contro il Cardinale 
e il Duca. 

Indi soggiunse con più basso suono 

— Di ciò dirti più inanzi non accade. 
Statti col dolcie in bocca, e non ti doglia 
ch’amareggiare al fin non te la voglia. 


Questi chiudono bruscamente il passo, perchè il poeta sen- 
tiva l’inopportunità anche artistica di dilungarsi, tra tanto 
splendore della Casa estense, su quella fosca pagina. 

Più mosso è il tono del richiamo laudativo alla duchessa 
Lucrezia, che si presenta con tocco delicato 


come tortora in ramo renza foglie, 
che, poi ch'è priva del fido consorte, 


sempre più cerca inasperar le doglie, 


una gentile comparazione che ritorna, delicata, nel Furioso 
{XLV, 39). 

Pare che al ricordo della « casta, saggia, bella, cortese e pel- 
legrina » Duchessa la fantasia del Poeta si commova e riveda 
trepidante il giorno in cui entrò, sposa attesa, a Ferrara: 


Godease la lucertola già al sole, 
e’ pastorelli in le tepide rive 
ivan cercando le prime viole; 

quando in manere accortamente schive 
giunse Licoria in mezo onesta schiera 


di bellissime donne, anzi pur dive; 


Giornale storico — Suppl. n° 25. . 7 


98 G. FATINI 


Bella su tutte le helle, 


quale è il peltro all’argento, il rame all’oro, 
qual campestre papavero alla rosa, 
qual scialbo salce al sempre verde alloro; 
tale era ogn’altra alla novella sposa, 
gli occhi di tutti in lei stavano intenti 
per mirarla obliando ogn’altra cosa. 


Quale largo respiro di devota ammirazione in quest'ultima 
verso ! L'immagine del peltro con la sua eco virgiliana (Bucol., V. 
16-18) gli piacque e la ripetè quasi immutata (Furioso, XI. 
70, ediz. 1516): 


Qual il stagno a l’ariento, il rame a loro, 

il campestre papavero a la rosa, 

il scialbo salce al sempre verde alloro, 
dipinto vetro a gemma preziosa; 

tal a costei, ch'ancor non nata onoro, 

sarà ciascuna insino a qui famosa 

di beltà, di grande animo e prudenzia 

e d'ogni altra lodevole eccellenzia. 


L'elogio di Lucrezia, cui fa riscontro con quello posteriore 
del poema (XLII, 83) l’altro dettato dal suo ingresso trionfale 
in Ferrara (carmina LIII), è comune ai poeti estensi del tempo. 
venendo dall'anima del popolo ferrarese, il quale, affezionato 
ormai alla pia e buona Duchessa, sussultò di terrore alla sco- 
perta della congiura, di cui essa sarebbe stata la vittima più 
innocente: e l’Ariosto, spinto forse dal trattamento poco libe- 
rale di Ippolito, s'indugia ad esaltare in lei con accento 8g0F- 
gantegli dall’animo 

“la virtù che dona e spende, 


in che fulge ella sì che d’ogn’intorno 


i raggi vibra e i prossimi n'accende. 
Non bella dunque Vegloga, sia per gli intrinseci difetti del 
componimento, sia per la scarsa trastigurazione che l'argomento 
ha subito nella fantasia dell'autore; ma ha tratti in cui egli 


LE “* RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 99 


felicemente trasfonde con espressioni e immagini adeguate la 
commozione mista di sdegno e di paura, di scherno e di pietà, 
della folla attaccata ad Alfonso e a Lucrezia. 


Per i Medici. 


Meno avara fu la Musa italiana dell’Ariosto verso i Medici, 
che gli ispirarono due canzoni (IV, V), un capitolo (III), 
un’egloga (II) e indirettamente un sonetto (XXXVIII). 

Scrivendo le due canzoni il Poeta ebbe il desiderio di catti- 
varsi la benevolenza di Leone X in un momento di più acre 
malumore per la servitù estense ? O secondò il bisogno sincera- 
mente sentito di deporre un fiore poetico su la lacrimata tomba 
dell’uomo, che egli aveva conosciuto cortese, leale e colto nelle 
gaie discussioni urbinati del 1507 e nella signorile ospitalità 
tiorentina del 15131 

Difficile la risposta: vero è che l’Ariosto cantò la morte di 
Giuliano de’ Medici, ricorrendo alla finzione cara ai petrarchisti 
di far parlare, in una canzone, Filiberta di Savoia allo spirito 
del rapito consorte, nell'altra di far apparire lo spirito di 
Giuliano a confortare del suo dolore la desolata vedova. La 
imitazione dei modelli (anche il Bembo imitatore era ormai 
Imitato) non si arresta alla finzione: frasi, movenze, concetti 
e soprattutto quell’idealismo neoplatonico, in cui svanisce 
ogni desiderio terreno, egli ha mutuato senza riguardo al Pe- 
trarca e al Bembo, rielaborando più o meno artificiosamente 
1 modelli dall'inizio alla tine (1). 

Però sotto la scorza petrarcheggiante che riveste le due poesie 
cireola un sentimento schietto e sincero, anche se questo non 
sempre trova un aderente espressione poetica. Si capisce che, 
qualunque sia la causa che lo decise a scrivere, egli rimase 


(1) Per le due canzoni vedi FATINI, Fortuna, 66-68 e le mie Opere 
minori, pp. 275-91; vedi pure M. MaxcHisi, Dell’autenticità di una 
canzone dell’A., ecc., Città di Castello, 1916. 


al 


100 G. FATINI 


profondamente colpito da quella morte che all’uomo, amato 
universalmente per la mitezza d’animo e per la fine educazione, 
troncava repentinamente lo splendido avvenire, a cui sembrava 
chiamato dallo zio pontefice e dal favore popolare preconizzato, 
e alla diciottenne vedova apriva un domani oscuro e triste, 
tanto che ella non esitò a rifugiarsi in una vita di pietà e 
di silenzio. Forse fu il pensiero della penosa condizione in cui 
Filiberta cadde da tanto splendore che trasformò in canto 
il turbamento provato da messer Ludovico all’annunzio della 
morte di Giuliano. Quel tono di elevata rassegnazione che 
domina in ambedue le canzoni, al di sopra dell’andatura petrar- 
chesca, meglio che alle impressioni immediate della ferale 
notizia si addice ad un periodo di poco posteriore, quando alla 
viva commozione era successa la mesta consapevolezza della 
fugacità delle cose terrene, che induce ad una meditata rasse- 
gnazione: sempre prima però del 1518, una data sostenuta dal 
Polidori (1), nel qual anno l'animo del Poeta, contrariato dal- 
l'atteggiamento sfavorevole assunto dal Papa verso Alfonso, 
non era più fiduciosamente disposto verso di lui. 

Filiberta prega Giuliano perchè dall’alto dei cieli, dove 
la sua aninia è raccolta tra gli spiriti brucianti di carità cristiana, 
rivolga il pensiero 


a me, che del tuo ben non già sospiro, 
cioè che non vivo più in ansia per la beatitudine, che ormai hai 
già conseguita, 

ma di me ch’'ancor spiro, 

poi che al dolor che ne la mente siede 
(nella mente, cioè nella memoria agitata da tanti ricordì) 


sopra ogn’altro erudel non si concede 
di metter fine all’angosciosa vita; 


gli occhi, che gia mi fùr benigni tanto, 


(1) Opere minori, 1, p. 289 n. 


LE © RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 101 
volgi alli miei, ch’al pianto 
apron sì larga e sì continua uscita; 


vedi come mutati son da quelli 
che ti solean parer già così belli. 


Il Poeta non è obbligato alla verità storica; anche l’Ariosto 
sapeva che il matrimonio, combinato da Leone X allo scopo 
di imparentare la sua Casa di mercanti ad una delle più antiche 
dinastie europee, non era stato molto felice, ma la sua fan- 
tasia, accesa dai sentimenti che un grande avvenimento, anche 
al di fuori della realtà storica dei personaggi, può suscitare 
nella folla e nell’individuo, circonfonde le due figure di Giu- 
liano e di Filiberta d’una luce poetica, che s’intona al mondo 
platonico e petrarchesco in cui le fa muovere. Per questo 
investendosi d’una sincerità tutta sua particolare imprime 
alla parola di Filiberta una nota di placida e sovrumana com- 
mozione, che lascia intravedere l’intimo desiderio di staccarsi 
da questa terra, per congiungersi al marito, nel regno della 
beatitudine celeste. 

Il cambiamento fisico, che ella ha subìto con la perdita del 
consorte, è indice dello strazio interno che solo l’aspirazione 
al cielo modera e tiene compresso: 

Lassa! che al tuo partir partì veloce 
da le guance, da li oechi e da le chiome 
quella a cui davi il nome 

tu di beltà ed io n’andava altera, 


ché mel credea, poi ch'in tal pregio t’era. 


Anche il cantore di Laura (Cancon., CCLXVIII) grida con 
una semplicità commovente 
ogni mia gioia, 
per lo suo dipartire, in pianto è volta, 
ogni dolcezza di mia vita è tolta. 


Ma l’Ariosto, avvinto alla bellezza terrena come genuino 
figlio del Rinascimento, posa lo sguardo sugli effetti fisici, 
che rivelano le conseguenze d’un forte dolore, senza curarsi 


102 G. FATINI 


di adeguare la poesia alla verità: chè Filiberta era tutt'altro 
che bella: «dona grande — la dipinge con tocchi realistici il 
Sanudo (1) —, palida, magrissima, gobissima, con un naso: 
«longo a grizo molto; dil resto la è bella donna ». Ma di questa 
ideale bellezza perduta la Sabauda non si rammarica, ora che 
le è venuto meno l’uomo, al quale l’aveva consacrata. Onde 
la vita le ri è fatta impossibile — protesta con tono d’enfasi, 
in cui, nonostante l’eco petrarchesca e bembina, trema un 
palpito di sincerità: 
Come è ch'io viva, quando mi rimembra 
eh'empio sepolero e invidiosa polve 
contamina e dissolve 


le delicate alabastrine membra ? 


Lo sfogo si attenua nel rammarico di non averlo potuto seguire 
ein una accorata rievocazione delle sue doti spirituali e morali, 
tra le quali «la cortesia e il valor », che tante speranze sul suo 
avvenire avevano suscitate. Con ardimento non comune Fili- 
berta dimentica sé stessa e al ricordo dì queste speranze accesa 
di romano orgoglio, cede la parola a Roma, che la morte del 
Medici ha gettata nel più tetro squallore. Questa figurazione. 
suggerita da un tratto di retorica esaltazione, che nella sua gof- 
faggine offenderebbe la realtà, anche poetica, parrebbe una nota 
stonata. Non è così: il popolo romano, che nel settembre 1513 
aveva salutato entusiasticamente la nomina di Giuliano e di 
Lorenzo de’ Medici a patrizi romani, assistendo a sontuose 
feste sul Campidoglio, e nel marzo 1515 aveva celebrata con 
un mese di divertimenti, che costarono a Leone X la somma di 
centocinquanta mila ducati d’oro (2), la venuta dei due sposì, 
uno dei quali rappresentava la magnificenza del Papato mediceo 
e Valtra la vetustà d’una secolare dinastia, rimase profonda- 
mente colpito dalla tragica fatalità che colpiva Giuliano, pa 
trizio romano e gonfaloniere di Santa Madre Chiesa, nel mo- 


(1) Riterito nelle mie Opere minori, p. 277. 
(2) Vedi L. PASTOR, Storia dei Papi, IV, pp. 392-93. 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 103 


mento del suo massimo splendore. Nella fantasia del Poeta il. 
ricordo oraziano e virgiliano della morte di Cesare, intessuto 
di reminiscenze petrarchesche, suggerisce una calda rappre- 
sentazione di Roma, piombata dalla sciagura in tanta rovina: 


— Or questa 


di mia progenie e l’ultima ruina. -— 
Tutto il popolo partecipa al suo pianto: 


E fu sentito in Vuna e Valtra riva 
pianger donne e donzelle e figlie e matri, 
e da’ purpurei patri 
alla più bassa plebe il popul tutto; 

e dire: -- 0 patria, questo dì fra ll atri 
d'Alia e di Canne a’ posteri si scriva; 
quei giorni che captiva 
restasti e che ’1 tuo imperio fu distrutto, 
né più di questo son degni di lutto. -— 
Il desiderio, signor mio, e il ricordo, 
che di te in tutti gli animi è rimaso, 
non trarrà già all'occaso 

. sì presto il violento fato ingordo; 
né potrà far che, mentre voce e lingua 


fornun parole. il tuo nome si estingua. 


Nell'ettervescenza esaltatrice di questo passo scorre quel 
sentimento «li sincero rimpianto che nelle condizioni d'incer- 
tezza in cui si trovava Roma, col Papato non tranquillo. con 
l’Italia straziata da guerre e minacciata dal Turco, sgorga 
direttamente dal cuore del Posta, come fosse il cuore del popolo 
ansioso di affidarsi per la sua tranquillità a chiunque avesse 
mostrato di comprenderne lo spirito e i bisogni: dal cuore del 
Poeta, che aveva già fatta sentire la sua voce amorosa e forte 
contro gli stranieri, i mercenari, gli Italiani stessi imbelli e 
discordi. 

Nella canzone di risposta, che è in stretto rapporto con il 
contenuto della precedente, il tono pacato è anche più sensibile: 
dal saluto affabile di Giuliano, che invita la consorte, nell’at- 


104 G. FATINI 


tesa di riunirsi a lui in cielo, a gioire della felicità che Dio gli 
ha elargita, al consiglio di proseguire nella sua vita onesta e 
pia, preparandosi alle gioie eterne, senza sgomentarsi dell’aspra 
via che le resta da percorrere, un senso di affettuoso trasporto, 
immune da terrene passioni, solleva queste strofe in una sfera 
di dignitoso rimpianto e di composto dolore. 

Il Poeta nella idealizzazione dell’amore tra i due spiriti, 
che avvolge di tranquilla luminosità le due canzoni, tocca con 
squisito riserbo l’elogio morale di Filiberta additandola come 
esempio di donna 


che, fra regal delizie, in verd’etade, 
a questo d’ogni mal seculo infetto, 
giunt’esser può d’un nodo saldo e stretto 
con summa castità summa beltade. 


Riecheggia nell’elogio l'elogio di Isabella che muore per 
Zerbino (XXIX, 26), come nel rimpianto il lamento di Orlando 
per la morte di Brandimarte (XLIII, 170-171), ma con una 
sovrabbondanza d’enfatiche parole, che risuonano placida 
mente nell’ampio giro delle strofe, quasi il Poeta voglia nella 
lenta armonia dei versi e delle espressioni stemperare l'in- 
timo affanno. 

Anche in questa poesia il Canzoniere e la nota canzone bem- 
bina « Alma cortese, che del mondo errante » prestano imma- 
gini e colori; l’arte squisita dell’Ariosto li sa spargere delica- 
tamente nel quadro che la fantasia gli delinea sul mondo degli 
affetti umani, che si purificano nell’orizzonte dell’ideale celeste: 


La nera gonna, il mesto oscuro velo, 
il letto vedovil, Vesserti priva 
di dolci risi, e schiva 
fatta di giochi e d’ogni lieta vista, 
non ti spiacciano sì che ancor captiva 
vada del mondo, e il fervor torni in gelo, 
c'hai di salir al cielo, 
sì che fermar ti veggia pigra e trista. 


LE * RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 105 


Quanta dolcezza in questo virgiliano cenno della solitudine 
d’affetti in cui Filiberta è rimasta! Ciò nondimeno, tutto il 
suo pensiero sarà rivolto al cielo. Così petrarchescamente 
canta il Poeta, finchè lo spettacolo della mondana corruzione 
non dà un timbro più forte alla sua voce, perchè Filiberta 
non arretri nella via della virtù. Giuliano non dubita della 
sua fede, che sarà per lei un titolo più saldo e nobile di quello 
che le deriva dall’appartenere ad un’antica Casa di sovrani, 


che fra Parme d’Italia e la robusta, 
spesso a’ vicini ingiusta, 

feroce Gallia, hanno tant’'anni e tanti 
tenuto sotto il lor giogo costanti 
con li Alobrogi i populi de 1’ Alpe. 


Singolare questo tratto di riprensione dei Francesi, che s’in- 
sinua nella lode dei Sabaudi, aprendo la via ad un caldo e schietto 
elogio dell’opera illuminata del Magnifico, 


. le cui mediche fronde 
spesso alle piaghe, donde 
Italia morì poi, furon ristauro; 
che fece all’Indo e al Mauro 
sentir l’odor de’ suoi rami soavi; 
onde pendean le chiavi 
che tenean chiuso il tempio de le guerre, 


che poi fu aperto, e non è più chi ’l serre. 


L'’Ariosto pare che colga il pretesto di quest’elogio per ri- 
petere il suo orrore per le guerre che funestavano l’Italia 
dal 1494, rimpiangendo con sentita nostalgia la tranquillità 
del periodo anteriore alla discesa di Carlo VIII e palesando 
il suo attaccamento all'Italia e alla pace, pur con l’approva- 
zione dell’opera del Papa mediceo, 

che fa PAsia e lantica 

Babilonia tremar, sempre che rugge; 
e che già l’Afro in l’Etiopia aprica 
col gregge e con la pallida famiglia 


106 | G. FATINI 


di passar si consiglia: 
e forse Arabia e tutto Egitto fugge 


verso ove il Nilo al gran cader remugge. 


Speranze vane, anche se radicate nel cuore dei contemporanei, 
atterriti dal vittorioso avanzarsi dei Turchi, contro i quali 
Leone X vagheggiava una nuova crociata. Così la fantasia 
del Poeta, abbandonando il placido tono della concezione 
petrarchesca che ha per meta il cielo, si riaccende, nel ricordo 
della tranquillità perduta, di attaccamento alla terra, cioè 
all'Italia. 

Il novello patrizio romano e gonfaloniere della Santa Chiesa 
ritorna per un attimo a vibrare di commossa umanità, che 
si concreta in un sentimento d’italianità, riprendendo il grido 
di Roma dell’ultima parte della canzone precedente e con- 
fondendolo con quello dell’Italia e del mondo cristiano. 

Per un attimo dico, perchè tutti questi sentimenti umabi 
cedono davanti all'unico desiderio di Filiberta, che è raccolto 
nel cielo, onde Giuliano con tratto gentile, suggerito da viva 
amicizia, affida i suoi affettuosi consigli al « cortese signor che 
«onora e illustra — Bibiena », al Dovizi, che assistè in Fiesole 
l’amico agonizzante e che deve essere stato il più fedele con- 
sigliere di Filiberta in quell'ora di supremo sconforto. 

Non originali dunque le due canzoni, ma nel continuo e 
affettuoso ricambio di gentili sentimenti, esposti con espres- 
sioni elevate e delicate immagini, emanano un eftluvio di 
sincera commozione, che le mette al di sopra di tutte le poesie 
storiche (eccettuato il sonetto per la morte del cugino) scritte 
dall'Ariosto. 


Col sonetto XXXVIII apriamo una parentesi (1), che ha 
relazione solo indiretta coi Medici. Dopo la spogliazione del 
ducato d'Urbino, commessa da Leone X ai danni di Fran- 


(1) Sul sonetto vedi Farini, Forfwna, 107.09; per il fatto CATA- 
LAVO, Vita, I, 267; per il commento le mie Opere minori, pp. 307-0%. 


"” ui 
LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 10% 


cesco Maria della Rovere, per investirne il nipote Lorenzo, 
sorsero animate discussioni anche nel campo militare circa la 
responsabilità di quella usurpazione. Fra altro si disse tra i 
soldati, che nel 1517 militavano nell'esercito spagnolo del 
Napoletano, che il Della Rovere era stato tradito dagli Spa- 
gnoli: scelti fra le due parti due soldati per sostenere l’uno 
l'accusa, l’altro la difesa, il campione della parte italiana, il 
ferrarese Rosso della Malvasia, uccise in duello il campione 
avversario Francesco Caera; il ferrarese, ritornato in patria, 
fu festeggiato anche dall'Ariosto, che gli dedicò un sonetto 
caudato. 

Il Poeta, che forse nella satira III (88-93) ha un'implicità 
allusione a quella triste pagina del nepotismo mediceo, esulta 
della vittoria, ma nell’enfatica apoteosi del vincitore cade 
nell’eccesso di simboleggiare nell’eroe ferrarese il difensore 
d'Italia, che 


fra ferri ignudo e sol di cor armato, 
con l’altero inimico a fiera fronte, 
quanto è 'l valor d'Italia ha dimostrato. 


L'orgoglio cittadino, che per la circostanza si slarga in nazio- 
nale, infonde una certa vivacità descrittiva al breve componi- 
mento, specialmente nelle linee del ritratto, che non è brutto; 
ma nell'insieme il sonetto non si solleva dall'umile sfera di 
simili omaggi poetici al valore individuale: troppo angusta è 
la visione o troppo generica l’ispirazione, perchè in questa 0 
da quella sprizzi e si diffonda la scintilla animatrice della 
poesia. 


* 
* * 


Col capitolo III ritorniamo direttamente ai Medici; tutti 
i commentatori s'accordano nel riferirlo alla malattia che il 
4 maggio 1519 trasse alla tomba Lorenzo duca d’Urbino, ni- 
pote di Leone X e di Giuliano. Il Catalano lo erede seritto 
fra il febbraio e l’aprile del 1519, nell'intervallo cioè tra la 


108 G. FATINI 


visita (26 febbraio) fatta dall’Ariosto a Firenze per compiacersi. 
a nome di Alfonso, di aver vinto il male, che nel gennaio lo 
aveva gravemente colpito, e l’altra della fine di aprile, che, 
portando Ludovico a compiere il delicato incarico di condolersi 
con Lorenzo della morte della moglie avvenuta il 30 aprile. 
lo mise impensatamente davanti allo stesso Duca estinto, a 
cinque giorni di distanza da Maddalena de la Tour (1). 


Questa data però urta con l’allusione alla figlia Caterina 


— la futura regina di Francia — che tutti leggono nel verso 37 


Verdeggia un ramo sol con poca foglia, 


nata il 13 aprile e causa della morte della madre. D'altronde, 
non è ammissibile assegnare al capitolo una data posteriore, 
perchè è da escludersi che dopo il 13 aprile giungesse a Ferrara 
notizia dell'aggravamento del male che il 4 maggio uccise 
Lorenzo; qualche indizio sarebbe apparso con l’incarico uff- 
ciale dato proprio in quei giorni all’Ariosto per la morte di 
Maddalena o almeno nei documenti riguardanti questa visita. 
Si potrebbe pensare che l’allusione si riferisca all’altro figlio 
Alessandro, se l’illegittimità dei natali non sconvenisse 2l 
richiamo, ovvero ad Ippolito, l’unico figlio di Giuliano, s€ 
questi potesse ritrovarsi nel simbolo del «lauro», contro 
l’interpretazione comune, che nel caso presente è anche la più 
fondata. | 

A me pare che tutte queste difficoltà scompaiano, sol che 
sì legga attentamente il passo e si consideri il v. 37 come un'am- 
plificazione del concetto espresso nei versi immediatamente 
precedenti (35-36). Siamo nel febbraio del 1519, dopo che il 
male, da cui Lorenzo era stato ripreso con maggiore gravità nel 
gennaio, pare superato; ma il «verno» e il « ghiaccio rio». 
cioè i rigori invernali minacciano di abbattere il malato già 
stremato di forze, cioè ridotto — dice con una immagine 


(1) Per le due visite fiorentine vedi CataLANO, Vita, I, 500-502. 


= —= i i n I 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 109 


fredda e forzata, perchè troppo sminuzzata nei particolari — 
da robusto e florido albero a povero e debole stelo: 

- + + + +. de la bella foglia 

nudo gli resta e senza onor il stelo. 

Verdeggia un ramo sol con poca foglia. 

cioè l’albero è ormai sfrondato, con un solo ramo, e anch'esso, 
senza forze, rischia di essere abbattuto dal freddo invernale, 
avendo poca speranza di superare la rigidità della stagione, 
«che ancor non cessa », che si prolunga, cioè, più del solito. 

L’Ariosto fu mandato a Firenze il 21 febbraio, quando Alfonso, 
di ritorno dalla Francia, venne a sapere della ricaduta di Lo- 
renzo; egli non potè vedere il malato, che probabilmente a causa 
della stagione aveva bisogno del massimo riguardo; in Firenze 
stessa 0 appena ritornato a Ferrara, sotto l’impressione della 
minaccia che ancora incombeva su la vita di lui, compose 
il capitolo, forse per compiacere Alfonso, desideroso di conser- 
varsì l’amicizia di Lorenzo e con essa vincere l'ostilità del Papa, 
anzichè per seguire l’impulso d’un turbamento interiore. 

Il Poeta immagina che Firenze parli del suo « Lauro », che 
con amorosa pazienza da « ramuscel » ha fatto divenire « solida 
«pianta e dura » e che Venere con le Grazie e Diana con le 
Ninfe hanno aiutato a crescere vigoroso e benedetto dal popolo 
fiorentino, lieto di trovare all'ombra delle sue benefiche frondi 
le gioie della pace. Pur troppo una tiera tempesta ha talmente 
indebolita la pianta, che Firenze teme di vederla inesorabil- 
mente abbattuta. Solo Apollo e tutte le divinità, se ascolteranno 
la invocazione della città infelice, potranno salvarlo. 

Falso il colorito pastorale di tutta la rappresentazione, che 
simuove fra gli stiracchiamenti d'un lungo e talora anche barocco 
simbolismo. Fredda è l’invocazione a Febo e alle altre divi- 
nità, perchè «nuova fronde il Lauro... ripona »; e prosaica, 
stentata, dura, la chiusa nella sua apparente semplicità: 

soccorran tutti ijdéèi, tutte le dee, 
che de H arbori han cura, l’arbor mio; 
però che gli è fatal: se viver dee, 


vivo io, se dee morir, seco moro lo. 


110 G. FATINI 


A mala pena un alito di sincero sentimento si può sorpren- 
dere in questa terzina, che venendo dopo una serie di enfatiche 
domande esprime un senso di trepidazione: 

Verdeggia un ramo sol con poca foglia, 


e fra téma e speranza sto suspesa 
se mi lo lasci il verno o mi lo toglia. 


Ma anche questi versi parlano al cuore più col tono descrittivo 
Che col calore del sentimento. Gli è che la fantasia dell'Ariosto. 
nella quale riecheggia, lievemente modificato, qualche bel passo 
del Furioso (VI, 73-75, XVII, 57), è rimasta estranea, forse 
per riflesso del cuore, alla minaccia di quella sventura, che i 
compiacenti amici dei Medici dicevano cittadina; probabil- 
mente un palpito di simpatia egli non provò mai per quell’in- 
grato profittatore della spogliazione urbinate, come la provò 
invece per Giuliano. L’Ariosto, sollecitato da qualche motivo 
esteriore a ritrarre nel ternario il vivo turbamento dei Fio- 
rentini per la temuta morte, non seppe uscir fuori da una fredda 
serie di terzine, in cui la personificazione, appesantita da un 
lungo corteggio mitologico pastorale, resta puro concetto e 
il fantasma poetico è sostituito da uno sforzo elogiativo, che 
non aveva neppure il pregio della novità. Si senta l’elogio che 
Veronica Gambara diresse in un’ottava a Leone X (Rime, 1553): 

Dico di voi, o de l’altera pianta 
felice ramo del ben nato Lauro, 
in cui mirando sol sì vede quanta 
virtù risplende dal mar Indo al Mauro, 
e sotto l'ombra gloriosa e santa 
non Simpara apprezzar la gemma o l’auro, 
ma le grandezze ornar con la virtute, 
cosa da far tutte le linene mute. 

Quanto più vibranti di sentimento quelle terzine della 
satira V (IV, 93-108) che Leone X (1) ispirò al Poeta! Ma in 
esse freme disprezzo e sarcasmo, non simpatia, nè commozione. 

(1) L’identificazione del Bertani (in Giorn. stor., 102, 15-24) è pre- 
feribile al Ginlio de’ Medici proposto dal Catalano (Vite, I. 502-31. 


LE “ RIME, DI LUDUVIUU ARIUSTU 111 


Ai Medici l’Ariosto lirico pare che si riferisca anche con 
l’egloga storica II, la quale, se per la fonte da cui fu tratta e 
per l'argomento suggerito dalla morte di un « pastor fiorentino » 
merita di essere compresa fra le poesie autentiche (1), per il 
velame allegorico che l’avvolge non si presenta molto chiara. 

Indeterminato nelle allusioni nascoste nel simbolismo pasto- 
rale, il «fiorentin pastore » compianto in quei versi pare che 
sia da identificarsi con Giovanni dalle Bande Nere, la cui 
scomparsa in Mantova, in seguito alle ferite di Governolo 
(30 novembre 1526), toglieva alla Lega — di cui era capo quel 
Federigo Gonzaga, del quale il condottiero era stato padrino — 
il più sicuro presidio contro gli imperiali che si approssimavano. 
Mentre il « Dafni» della prima terzina può rappresentare il 
governo mediceo, che riusciva ancora a dominare lo Stato 
fiorentino (col nome di « Rimaggio » si designano in provincia 
di Firenze due fiumiciattoli della val di Bisenzio e della val 
di Sieve), con «la tua prole bella e rada » del v. 48 si può allu- 
dere all'unico tiglio del capitano, che fu poi Cosimo I; e con 
lo sgomento di « Sarchio » pastore mantovano (dal Sarca, il 
fiume influente del lago di Garda) e di « Manto » la città, allo 
sgomento di quanti in quel vasto territorio settentrionale dalla 
sciagurata morte del Medici s'aspettavano, come pur troppo 
avvenne, l’inizio d’una serie di calamità, che culminarono nel 
Sacco di Roma. 

L'elogio del condottiero non disdice all’Ariosto, che con 
pochi altri spiriti superiori deve avere intuito l’irreparabile 
ruina, che all’Italia e prima di tutto al territorio mantovano 
stava per apportare quella morte con un imbelle Gonzagày 
che non avrebbe avuto nè la forza nè l'accortezza di presero 
varlo dalla violenza dei lanzichenecchi. I Poeta nel poem 
non fa mai parola di Giovanni, pur ricordando il «grati dia 
volo » (XXV, 14), uno dei cannoni di Alfonso che portava il 


nomignolo, col quale il condottiero era chiamato dai suoi sol- 


(1) Su di essa vedi Fativi. Fortuna, 128-30. 


112 G. FATINI 


dati; sapeva che il duca Alfonso dava man forte proprio agli 
imperiali; ma nè l’una nè l’altra di queste circostanze valgono 
a distruggere gli elementi che militano a favore dell’autenticità, 
la prima perchè il silenzio su di un personaggio o su di un fatto 
storico in un ampio poema come il Furioso non importa di 
conseguenza una implicita manifestazione nè di simpatia nè 
di antipatia; l’altra perchè negli scritti che particolarmente 
non dovevano essere dati al pubblico — le Satire insegnino — 
l’Ariosto ha detto senza veli il suo pensiero, anche quando 
colpiva gli Estensi. Se il silenzio serbato nel Furioso su Gio- 
vanni dalle Bande Nere dovesse offrire un elemento di dubbio 
su la paternità dell’egloga, gli stessi dubbi non dovrebbero 
mancare per le due canzoni deploratorie della morte di Giuliano 
e per il capitolo dedicato a Lorenzo duca d’Urbino, l'uno e 
l’altro dimenticati nel poema. I dubbi dunque che l’allegoria 
oppone per la piena intelligenza della poesia, mentre non pos- 
sono infirmarne seriamente l’autenticità, non contrastano l’in- 
terpretazione che il lamento si riferisca a Giovanni dalle Bande 
Nere. 

L'egloga s'inizia con un quadretto bucolico, soffuso di tene- 
rezza nel ricordo dantesco di Filli, che siede sull'erba « sce- 
«gliendo fior da tior »; il pastore Sarchio, atterrito per la 
sciagura piombata su la nazione, apre l'amarezza del suo animo 
rivolgendosi a Dameta «il fiorentin pastor », con un senso di 
paura, che risuona nell’asprezza dei versi rievocanti il compianto 
degli uomini e della natura sbigottiti per la sua morte: 


. Almo Dameta, quai lamenti 
per questi ombrosi faggi oditi forno 
qual tra le selve lo spirar de’ venti. 
quando i rapidi fiumi raffrenèrno 
l'usato corso, e preser varie forme 
le ninfe, ella te amiche erano intorno! 


La classica reminiscenza di Orazio e Virgilio, già comparsa 
nel compianto di Giuliano, non raffredda il sentimento, il quale 
però si rivela caldo nella descrizione dello strazio di Manto, 


LR “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 113 


la ninfa che con la morte del « pastore » vede desolato il suo 
popolo, abbandonati gli altari, distrutte le campagne. La 
forza della disperazione le suggerisce dure parole contro la 
Natura profumata di cedri, di gigli, di amaranti, di giacinti, 
di acanti, di viole, che sembra irrida con la sua ridente gaiezza 
a tanta calamità: 


Moiano i cedri in ogni piaggia amena, 
che ’) chiar Benaco d’ogn’intorno cinge, 
e disperga l’odor che l’aura mena. 

E tutti i gigli che ’1 terren dipinge 
moiano in erba, e secchi l’amaranto 
con quel che nel suo fior il nome pinge. 


Accenti retorici modulati su l’arpa petrarchesca non man- 
cano, ma nè questi nè l’intonazione arcadica soffocano la sin- 
cerità dello sfogo, che si esala prima in un invito patetico alle 
«afflitte pecorelle », perchè si raccolgano intorno alla tomba, 
su cui l’ombra dei «ipressi sempre nuova non venga mai 4 
mancare, poi in un’accorata preghiera allo spirito del defunto 
perchè « raconsoli » i suoi e vegli sul «grege nostro umil ed 
irto »; chè egli sarà sempre lodato e ricordato: 


Sempre le lodi tue, sempre gli onori, 
se verno fia al sol, s’estate all’ombre, 
risuonin le zampogne de’ pastori; 

né tempo fia che ’l tuo bel nome adombre. 


È un elogio semplice e schietto, degno e dell’autore e del 
personaggio compianto. 


Sonetti encomiastici variì. 


Ai sonetti XXXVI e XXXVIII, già esaminati, per l'argo- 
mento elogiativo se ne aggiungono altri tre, XLI, VI, VII. 

Miserello è il XLT, che il primo editore intitolò « Alla Signora 
€ Vittoria Colonna », può darsi indotto dall'espressione petrar- 
chesca (Trionfo della Morte, 1-3) «di valore - ferma colonna ». 


Giornale storico — Suppl. n° 25, 8 


114 G. FATINI 


Se penso alle sette ottave che alla Marchesana di Pescara 
l’Ariosto ha consacrate nel poema (XXXVII, 16-22), così 
elevate e così espressive, e ricordo che quell’elogio si chiude 
con la promessa che «a maggior ozio » si proverà perchè 


ogni laude di lei sia da me espressa, 


mi viene il dubbio che questo sonetto, stillato con le solite 
frasi del vocabolario petrarchesco, nella circostanza della morte 
dell'uomo amato, non si riferisca alla Colonna. Se a lei sì 
addice che per bocca del Poeta pianga il Davalos, morto nel 1525 
a trentasei anni, «anzi il cangiar del pelo », quell’espressione 
augurale rivolta ai « vostri e’ suoi bei rami », che forse alludono 
a qualche figlio (1), non si concilia con la circostanza che il 
Pescara non ebbe prole da Vittoria. Che il sonetto si debba 
riferire ad altra gentildonna, a Filiberta di Savoia, per esempio! 
O ad altra signora? Anche l’insignificante elogio del Davalos, 
che l’Ariosto ricordò nel Furioso, XXVI, 52-53, mi lascia per 
plesso. 


Pur non avendo una data, resta nel campo encomiastico il 
sonetto VI, che è un garbato complimento ad una gentile don- 
zella dal manto adorno d’un giglio e d’amaranto. 

Siamo nel campo del simbolismo floreale, tanto caro ai 
rimatori del Cinquecento; il Poeta vuole spiegare il signifi- 
cato di quell'« impresa » per elogiare una donna pura e fedele. 
Il Salza però sospetta (2) che sia rivolto ad una gentildonna 
che andava monaca; non l’eseludo, ma possono essere nel vero 
anche i vecchi commentatori, che in quei fiori leggono una 
risposta di donna a qualcuno che aveva malignato su la purità 
e la fermezza di lei. In tal caso si potrebbe pensare a Giulia 


(1) Non escludo che significhino genericamente le famiglie Davalus 
e Colonna; su l'autenticità vedi FATINI, Fortuna, 128-30 e per il com. 
mento le mie Opere minori. pp. 308-09, 

(2) Studi, pp. 175-76; per il commento vedi le mie Opere minori. 
pp. 305-306. 


LE “ RIMR,, DI LUDOVICO ARIOSTO 115 


Gonzaga, lodata nel Furioso (XLVI, 8) per la sua singolare 
bellezza, la quale aveva scelto l’amaranto, come impresa, a 
simbolo della sua castità. 

Qualunque sia l’esatta interpretazione, i versi hanno un'anda- 
tura nobile e disinvolta, specialmente nelle due quartine: 


Non senza causa il giglio e l’amaranto, 

l’uno di fede e l’altro fior d’amore, 

del bel leggiadro lor vago colore, 

vergine illustre, v’orna il sacro manto. 
Candido e puro l’un mostra altro tanto 

in voi candore e purità di core; 

all'animo sublime l’altro fiore 

di constanzia real dà il pregio e il vanto..... 


Il simbolo del ginebro del sonetto VII ha indotto alcuni 
critici a cercare nel segreto degli amori ariostei, con l'appoggio 
di una canzone pseudo-ariostea, una donna di nome Ginevra(1): 
il Sansovino, seguìto da altri, mise innanzi una Ginevra de’ Lapi, 
fiorentina, intrecciandovi un romanzo d'amore, che avrebbe 
ispirate la maggior parte delle rime di messer Ludovico; il 
Campanini una Rangoni, sposa di Giangaleazzo da Correggio, 
ed altri, altre. 1 

Ma l’uso di nascondere nel « ginebro » il nome di una donna 
era così comune tra i petrarchisti anche nel campo encomiastico 
che non occorre davvero spiegarlo con un nuovo amore del- 
l'Ariosto. 5 

D'altronde, nei 14 versi non trovasi una espressione che giu- 
stifichi una interpretazione amorosa; tutto il sonetto è una 
ansiosa aspirazione all'arte, la cui meta l'Ariosto si augura di 
Poter toccare o con l’aiuto del cielo o col lungo studio — chi 
non ricorda le «longhe vigilie » del Furioso? — 0 con la ispira- 


(1) Su questa canzone apocrifi vedi SALZA, Sledi, pp. 101-37, 
FATINI, Fortuna, 110-14; per il commento e la bibliografia del sonetto 
v. le mie Opere minori, pp. 304-05, 6 Paini, l'ortuna, 56-60; per la 
Ginevra di Veronica Gambara, CaraLano, Vite. I, 395 n. 


116 G. FATINI 


zione di sentimenti profondamente sentiti; in ogni caso, toc- 
cata la meta, sarà pienamente soddisfatto se il riconoscimento 
poetico gli verrà, prima che da altri, dalla donna simboleggiata 
nel ginebro: 


E se benigno influsso di pianeta, 
lunghe vigilie od amorosi sproni 
son per condurmi ad onorata meta; 

non voglio, e Febo e Bacco mi perdoni, 
che lor frondi mì mostrino poeta, 
ma ch'un genebro sia che mi coroni. 


Ma chi sarà questa Ginevra 


. che mi prescrive 
termine e leggi a’ travagliati spirti, 


che detta cioè la via e indica la meta al Poeta travagliato dal. 
l’ansia dell’arte, donde nessuna forza potrà mai staccarlo! 

Nel Furioso, XLVI,3, 4,5, l’Ariosto ricorda l’una dopo l'altra 
Ginevra da Correggio, figlia di Gilberto e di Veronica Gambara, 
che sposò uno Strozzi di Ferrara; la Rangoni del Campanini; 
la Malatesta, che fu moglie di un Obizzi ferrarese ed ebbe omaggi 
poetici dal Molza e da Bernardo Tasso sotto l’immagine del 
ginebro. Quale delle tre sarà celebrata nel sonetto? O a nes 
suna di esse spetta quest’onore ? 

Certo, l’immagine si presenta vigorosa e solenne fin dalla 
prima quartina, che con poche pennellate accende la curiosità 
del lettore a passare dal simbolismo nella realtà: 


Un arbuscel, ch’in le solinghe rive 
all'aria spiega i rami orridi ed irti, 
e d’odor vince i pin, gli abeti e i mirti, 
e lieto e verde al caldo e al giaccio vive; 


il nome ha di colei che mi prescrive..... 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 117 


Contro Alfonso Trotti. 


Vecchia e ininterrotta l’inimicizia tra le due famiglie Ariosto 
e Trotti, tanto che l’eco più volte ne passò anche nelle cronache 
quattrocentesche di Ferrara, Ludovico, d’animo mite e alieno 
da intemperanza e malvolere che attizzassero quella inimicizia, 
non potè reprimere il suo sdegno contro il potente Alfonso 
Trotti, quando nella causa intentata dopo il 1519 alla Camera 
ducale per la tenuta dell’« Arioste », ingiustamente tolta a 
lui e ai fratelli, legittimi eredi del cugino Rinaldo, riscontrò 
nel vecchio nemico della sua casa, che era il fattore della Corte, 
il più tenace e subdolo oppositore al riconoscimento dei loro 
diritti (1). Releghiamo pure tra le favole la diceria che il 
Poeta si sia vendicato del Trotti raffigurandolo nella ignobile 
figura di Martano (Furioso, XVII, 86 sgg.); ma dobbiamo am- 
mettere come cosa naturale che oltre agli sfoghi dei fratelli 
che dovevano porre in cattiva luce il Trotti, per gli intrighi 
coi quali impediva che fosse resa loro giustizia, l' Ariosto in 
un momento di vivo malumore, ricordandosi delle «baie » 
scagliate molti anni prima a dileggio di qualche importuno 0 av- 
versario, abbia gettato giù, d’un fiato, i due sonetti maledici (2) 
(XXXIX, XL). I quali così non sono la ‘causa dell’odio del 
Trotti contro l’Ariosto, come i più pensano, dimenticando che 
di vecchia data e su altre basi si reggeva quella inimicizia, 
ma una spontanea ritorsione all’iniquo trattamento che egli 


(1) Su la lunga causa che tormentò il Poeta senza che morendo 
avesse il conforto di vederla risoluta, vedi CATALANO, Vita, I, 503 sgg. 

(2) Per l’autenticità vedi FATINI, Fortuna, 90-94, con la relativa 
bibliografia; il CATALANO (Vita, I, 511, n. 1), poichè il foglio che riporta 
i due sonetti non è autografo, dubita ancora della paternità ariostea; 
ma perchè, allora, non dubitare di tutte le poesie non autografe, 
almeno di quelle che non si trovano nella edizione coppina ? Per me 
l’odio del Trotti è un forte elemento di conferma, probabilmente come 
causa dello sfogo poetico anzichè come conseguenza. 


118 G. FATENI 


credeva di subire per colpa principale del Trotti. Se per le brutte 
allusioni le due poesie si accompagnano ai sonetti maledici 
In Cosmicum, per lo spirito sarcastico non la cedono nè alle 
«baie » del Pistoia, nè a quelle contro Niccolò Ariosto. Di 
forma più elevata, che schiva quasi sempre l’espressione plebea, 
esse colpiscono a pieno l’odiato avversario, del quale il primo 
sonetto delinea un repugnante ritratto morale a colpi di brusche 
pennellate: 
Magnifico fattor, Alfonso Trotto, 
tu sei per certo di grand’intelletto; 
in ciò che tu ti metti esci perfetto, 
ed i maestri ti lasci di sotto. 
Da Cosmico imparasti d’esser giotto 
di monache e non creder sopra il tetto, 
l’abominoso incesto, e quel difetto 
pel qual fu arsa la città di Lotto. 


La passione vince la poesia e forse altera anche la verità, 
ma nel numero di siffatti componimenti per il tono sarcastico 
con cui sono blandite le doti del Trotti, mettendolo alla gogna, 
non sono tra i meno espressivi. 


In morte di Pandolfo Ariosti. 
(Son. XXXVII). 


Il mio parente, amico, fratello, anzi 
l’anima mia, non mezza non, ma intiera, 
senza eh’aleuna parte me ne avanzi, 


morì, Parlolfo, poco dopo. Ah fera 
scossa ch’avesti allor, stirpe Ariosta, 
di el'egli un ramo, e forse il più bello, era! 


Con questo accento vibrante di commozione l’Ariosto rievo- 
cava il cugino a parecchi anni di distanza dalla morte (sat. VII 
VI, 220-225); meno appassionato è senza dubbio il rimpianto 
del sonetto, scritto sotto l'impressione immediata della sua 
dipartita (verso il 1507), perchè fin dalla mossa iniziale il 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 119 


convenzionalismo petrarchesco attenua la freschezza e l’im- 
peto del dolore: 


Lassi, piangiamo, oimè! ché l’empia Morte 
n’ha crudelmente svelta una più santa, 
una più amica, una più dolce pianta 
che mai nascesse, ahi nostra trista sorte! 


L’immagine della pianta con quei tre aggettivi « santa, 
«amica, dolce » sì appesantisce di un che di artificioso, che 
fortunatamente, sotto l’amarezza del cuore, diventa più agile 
nei versi seguenti, la cui eco più tardi risuonerà maggiormente 
affettuosa nel passo della satira. 


Ahi! del ciel dure leggi, inique e torte, 
per cui sì verde in sul fiorir sì schianta 
sì gentil ramo... 


Quel «si schianta » fa sentire come uno strappo violento 
nell'anima del Poeta! 


Per costui m'’era ’1 viver fatto amico, 
per costui sol temeo l’aspra tua guerra; 


or che tolto me l'hai, che puo’ tu farme ? 


La parola è rivolta alla Morte; i due versi, nella loro enfa- 
tica prosopopea, rallentano la piena del cordoglio, che fatico- 
samente si apre un varco; ciò nondimeno, rivelano un sincero 
scoramento, che sì riverbera dall'asprezza delle parole. Qual 
mondo di confidenze si racchiude in quella frase petrarchesca 
(Canzon.. CLVIII) « segretario antico »! Sogni d'amore, spe- 
ranze di cortigiano, aspirazioni d’artista, tutto rivive per un 
attimo nella fantasia commossa dell’Ariosto, con l'amarezza 
che tutto si dileguò inesorabilmente alla dipartita del cu- 
gino (1). 


(1) Su l’autenticità vedi FarINI, Fortuna, 115-17; per il commento 
le mie Opere minori, pp. 306-07; per le notizie su Pandolfo, CATALANO, 
Vita, I, 144 sgg. 


120 G. FATINI 


3. — RIME D’AMORE 


Gli amori dell’Ariosto e le sue Rime. — Il disegno d’un Canzoniere 
per la Benucci. — Il petrarchismo dell’Ariosto. — Canti d'amore 
e repulse di Madonna. — Rime d’ansiosa attesa dopo l’incontro 
fiorentino. — Ombre e luci dopo la vittoria d'Amore. — Per una 
malattia e per la lontananza dell’amata. — Conclusione. 


Se con speranza di mercé perduti 
ho i miglior anni in vergar tanti fogli, 
e vergando dipingervi i cordogli 
che per mirar alte bellezze ho avuti; 
e se fin qui non li so far sì arguti 
che l’opra lor cor ad amarmi invogli, 
non ho da attender più che ne germogli 


nuovo valor che in questa età m’aiuti 
(XXXI). 


Tramontata la giovinezza, il Poeta raccoglie lo sguardo 
su di un mucchietto di poesie dedicate alle donne, che hanno 
fatto vibrare d’amore il suo cuore, ma l’occhio vi legge solo 
amarezza, perchè ai canti sgorgati nei suoi anni migliori, con 
l’anima bisognosa d'affetto, nessuna voce di donna ha risposto 
con la gioia della piena corrispondenza. È vero che la colpa 
— aggiunge con malizioso risolino — è sua, cioè dei versi 
che egli non ha saputo fare « sì arguti » da piegare l'animo fem- 
minile ad amarlo. Ora, poi, che non brilla più di attrattive gio- 
vanili, che cosa ha da sperare ? 


Dunque, è meglio il tacer, donne, che ’l dire, 
poi che de’ versi miei non piglio altr’uso, 
che dilettar altrui del mio martire. 


Sotto il velame del trito motivo petrarchesco non è diffi- 
cile intendere che l’Ariosto ha offerto a più di una donna fre- 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 121 


quenti omaggi poetici senza trovare nell’amore quel pieno 
appagamento dei sensi e dello spirito che egli avidamente bra- 
mava. Colpa del « destin crudele » — dirà nel Furioso (XXVII, 
123) — che gli ha impedito fra tante donne vagheggiate e can- 
tate di imbattersi in «una fedele »; ma colpa anche e soprattutto 
della sua indole, che tra la istintiva diffidenza della donna e 
la repugnanza al legame matrimoniale per geloso attaccamento 
alla libertà lo trasse a vezzeggiare fra le facili bellezze di cui 
Ferrara era ricca, con grave disappunto di Ercole, che invano 
emanava editti severi, e con ingenuo rammarico del buon 
Caleffini, il quale nella sua Cronica amaramente annotava che 
nessuno in Ferrara si curava di tòr moglie e le ragazze rimane- 
vano zitelle (1). 

Così in un’alternativa di gioconda letizia e di accorati abban- 
doni, libando il nettare dell’amore dai vari fiori che il giardino 
ferrarese gli offriva, il Poeta, bisognoso di un cuore femminile 
che lo intendesse e appagasse, sentiva il vuoto e la vanità di 
quelle effimere conquiste, e gli sfoghi poetici, pur movendo da 
quelli del Petrarca, s’intonavano a quella malinconia, donde 
non ricavava altro frutto 


che dilettar altrui del mio martire. 


Tanto è vero che, appena il sorriso di Alessandra Benucci 
accese di commossa ammirazione e di vivo desiderio l’animo 
del Poeta, questi fermò l’instabilità del suo cuore in una pas- 
sione tenace e sincera, che fugò ogni altra donna, per signoreg- 
giarlo, incontrastata e malgrado la contrarietà dell’Ariosto 
al nodo coniugale, fino alla morte. 

Molti versi amorosi dunque egli ha scritti, anche se dob- 
biamo porre in ridicolo l'affermazione del Ruth, che l’Ariosto 
‘ per vivere e poetare aveva sempre bisogno d’un’amante » (2): 


(1) CataLANO, Vita, I, 107. 
(2) Citato dal Pastor, Storia dei Papi, III, 39, n. 5. 


122 G. FATINI 


in latino, con quella calda sensualità giovanile che, favorita 
dalla imitazione dei lirici romani, non riesce a nascondere una 
tenue vena di malinconia, perchè quelle Filli e quelle Filiroe 
troppo lasciavano insoddisfatto il suo cuore, che non era affatto 
disposto a spartire con altri l'oggetto dei suoi desideri e nep- 
pure a ostentarlo pubblicamente; in italiano, con un petrar- 
chismo, che sotto la forza della realtà psicologica va via via 
assumendo spiriti e forme che gli infondono una fisionomia 
tutta speciale. 

Del nucleo a stampa solo 72 poesie sono di contenuto amoroso, 
cioè 3 canzoni, 33 sonetti, 12 madrigali e 24 capitoli. Costitui- 
scono esse un gruppo o il resto di un gruppo omogeneo ispi- 
rato da una sola passione ? 

Gli elementi e cronologici e contenutistici sono così inde- 
terminati e incolori nella maggior parte di queste poesie che 
consentirebbero di riferirle anche ad altre donne: non dico 
a quella Maria e a quell’Orsolina che gli regalarono i figli Giovan 
Battista e Virginio; queste per la loro condizione di donne del 
più umile ceto popolare e facilmente accessibili è difficile 
ammettere che possano avere eccitata la fantasia poetica di 
messer Ludovico; ma a donne che sfuggono agli occhi curiosi 
dell'indagine storica; come, per es., quelle cortigiane francesi, 
per le quali dal Calcagnini veniamo a sapere che l’Ariosto com- 
pose dei bei carmi (1). 

‘Nel mistero degli amori ariostei, che secondo una gentile 
tradizione il Poeta ha voluto sottrarre alla nostra curiosità 
simboleggiandoli in un Amorino, che con l’indice della mano 
destra attraverso le labbra impone il silenzio, è opera quasi 
vana tentare di sorprendere il nome delle belle, che si succe- 
dettero nelle grazie di Ludovico, non certo con quella muta- 
bilità con cui appaiono e scompaiono i personaggi nelle ariose 
stanze del poema. 


(1) CataLANO, Vita, I, 388. 


FUND I 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 123 


Pur troppo con esse viene a mancare non solo l’identifica- 
zione delle rime, ma anche gran parte delle stesse rime o perchè 
soppresse dal prudente autore al sorgere del nuovo sole che 
venne a riscaldare la sua anima, o perchè lasciate in balia della 
sorte disperditrice. 

Cosicchè delle poesie anteriori all’ultimo amore e particolar- 
mente di quelle rime che gli antichi editori e biografi ricor- 
dano e che il Poeta vagamente rammenta nel sonetto XXXI 
e nell’esordio del Furioso, XVI, nessuna traccia e nessun saggio 
sicuro abbiamo neppure nel gruppo pervenutoci. 

Il quale, tolti alcuni capitoli, si può con molta probabilità 
riferire alla Benucci, circoscrivendolo tra il periodo 1511-1512, 
che segna i primi approcci poetici vaghi e imprecisi, preludenti 
al tempo della tormentosa attesa, e l’epoca dell’appagamento 
pieno e felice. Esso ben s’adatta a lei e per l’unità ispiratrice e 
per la facitura, che rivela, nella maggior parte dei casi, l'esperto 
modellatore dei versi italiani, e per il contenuto, nel quale si 
ritrova la storia dell'amore, che al quarantenne poeta, non 
più in balia della spensieratezza giovanile, offriva, finalmente, 
quella calma spirituale e sensuale che invano da tanti anni 
aveva cercata. 

Perciò nell’esame di questo gruzzolo poetico non ci lasce- 
remo attrarre col De Gubernatis e col Campanini dall'illu- 
sione d’inseguire l’Ariosto nel suo vagabondaggio amoroso 
dietro facili o resistenti bellezze, che svegliarono in lui vampate 
d’amore più o meno lunghe; ma se mai ci avvicineremo all’opi- 
nione del Catalano, nella dolce illusione di respirare la fra- 
granza, con la quale Alessandra, da sovrana assoluta, teneva 
avvinto il maturo poeta. 

D'altra parte, sappiamo da lui stesso che aveva intenzione 
di celebrarla con versi, dedicandole, forse sull'esempio del 
Petrarca, un piccolo canzoniere, che ritraesse il progressivo 
accendersi del suo affetto, ondeggiante fra timori e speranze 
e fra pene e gioie, dai primi passi al fatale incontro di Firenze, 
dalle prime promesse contrastate nella realtà alla vittoria dei 


124 G. FATINI 


due cuori, cullati nella pacata dolcezza dell’amore (Furioso, 
XXVII, 124): 


Pur vo’ tanto cercar prima ch’io mora, 
anzi prima che ’1 crin più mi s’imbianchi, 
che forse dirò un dì, che per me ancora 
alcuna sia che di sua fé non manchi. 
Se questo avvien (ché di speranza fuora 
io non ne son), non fia mai ch’io mi stanchi 
di farla, a mia possanza, gloriosa 
con lingua e con inchiostro, e in verso e in prosa. 


Attuò questo disegno, vagamente accennato in quest'ottava, 
che comparve fin dalla prima edizione? Non pare, almeno se 
prestiamo fede alla lettera, già ricordata, di Marco Pio, che 
è del 10 ottobre 1532. Le rime pervenuteci furono distribuite 
in due diversi gruppi: il Coppa, che fu il primo editore, raccolse 
i suoi 62 componimenti, tra i quali i due sonetti encomiastici 
(VI, VII), la canzone V, i capitoli II e III e un gruppo di stanze, 
con un criterio che probabilmente risponde a un concetto arti- 
stico suggerito dallo stesso Canzoniere petrarchesco; cioè quattro 
gruppi di sonetti (9, 8, 7, 4), ad ognuno dei quali seguono una 
canzone, un sonetto e un madrigale, tranne il primo e l’ultimo 
con 3 e 4 madrigali; poi un gruppo di 18 capitoli e infine le 
Stanze. 

Gli anonimi raccoglitori dei codici ferraresi 64 e 365 pre- 
sentano 57 componimenti — trascurano, nei confronti del Coppa 
3 sonetti, 2 madrigali, una canzone e le stanze e portano in 
più una canzone e un sonetto — in un gruppetto iniziale di 
tre canzoni, cui vengono dietro 28 sonetti, interrotti al numero 
11 e 25 da un madrigale e poi chiudono la silloge con cinque 
madrigali e 18 capitoli. 

Quale delle due raccolte s’avvicina di più, per la distribu- 
zione, al disegno dell’Ariosto ? Probabilmente la raccolta cop- 
pina, che è più aderente al Canzoniere, al quale il Poeta deve 
aver posto mente, sia per rompere la storia del suo amore con 
poesie d'altro soggetto, che segnano come tante pause nello 


LE “ RIME,, PI LUDOVICO ARIUSTO 125 


svolgersi dell’intima lotta, sia per atteggiare quella storia, dopo 
le prime battute di vana ansietà, all’avvicendarsi di timori 
e di speranze, di scoramento e di letizia e infine di rassegnato 
ritorno a Dio, che invita al pentimento e alla preparazione 
spirituale del gran passo. 

In questo disegno, che l’Ariosto non portò a compimento, 
avrebbero trovato posto, opportunamente rielaborate, rime 
scritte in diversi tempi e verosimilmente anche qualcuna già 
ispirata da altra donna, mentre altre, che non s’intonassero 
al disegno, ne sarebbero rimaste escluse, e qualcuna vi avrebbe 
fatta la sua prima apparizione per rifinire con maggiore armonia 
il quadro. 

Con l’esempio del Petrarca (LXII) e dei suoi imitatori mi 
conferma in questa opinione la notizia data dall’Ariosto al 
Gonzaga, il 15 gennaio 1532, circa «alcune cosette » (1) che 
sì proponeva di stampare, e soprattutto il sonetto rivolto a 
Dio (XXIII), che dovrebbe chiudere l’intimo dramma d’amore 
che ha turbato il cuore del Poeta: 

Come creder debb’io che tu in ciel oda 
Signor benigno, i miei non caldi prieghi, 
se, gridando la lingua che mi sleghi, 
tu vedi quanto il cor nel laccio goda? 

Tu che ’1 vero conosci, me ne snoda, 

e non mirar ch’ogni mio senso il nieghi; 
ma prima il fa’ che, di me carco, pieghi 
Caron” il legno alla dannata proda. 

Iscusi l’error mio, Signor eterno, 
l’usanza ria, che par che sì mi copra 
gli occhi che ’1 ben dal mal poco discerno. 

L’aver pietà d’un cor pentito, anco opra 
è di mortal; sol trarlo da l'inferno, 
mal grado suo, puoi tu, Signor, di sopra. 


È un sonetto petrarchesco dei più comuni per il tema obbli- 
gato d’ogni canzoniere, che doveva su l’esempio del maestro 


(1) Lettere di L. A., a cura di A. Cappelli, Milano, 1887, p. 284. 


126 G. FATINI 


comprendere una o più poesie di pentimento spirituale. 
L’Ariosto ne dette un solo saggio, forse perchè sentiva con la 
sconvenienza di mescolare cose profane alle divine l’aridità del 
motivo poetico, che non aveva nessuna risonanza nella sua 
fantasia. La preghiera a Dio perchè lo liberi dai lacci d'Amore 
è fredda, direi prosaica, specialmente nelle terzine, per quanto 
si svolga con studiata compostezza, su le orme del modello. 

Petrarchista, dunque, anche l’Ariosto: chi potrebbe negarlo! 
Se l’eco del Canzoniere risuona non di rado nei passi lirici del 
poema, particolarmente negli sfoghi amorosi, com'era possi- 
bile che egli si sottraesse al suo influsso proprio nella produ- 
zione lirica ? Il suo è un petrarchismo innegabile, anche perchè 
tutto il clima spirituale del Cinquecento ne era impregnato, 
e l'educazione dei giovani, pur informandosi all’ammirazione 
e all’assimilazione dei lirici latini, non poteva fare a meno dello 
studio di messer Francesco. Non è difficile trovare nelle rime 
dell’Ariosto la prova di questo studio. Il centone amoroso 
(cap. XXVII), che si chiude con un verso del Canzoniere 
accuratamente spigolato fra le varie poesie, può attestare 
questo fanatismo, che spingeva uomini, come l’Ariosto e il 
Bembo — per rimanere tra i maggiori — a una faticosa e 
insipida ricerca di parole, frasi e versi per mettere insieme 
un assurdo componimento, saggio di paziente pedanteria, che 
non ha nulla che vedere neppure con l’abilità (1). 

Di questa indulgenza alla moda petrarchesca altri esempi 
sono dati dal gruppetto di capitoli XX-XXVI, che proba- 
bilmente tanto il Coppa quanto i raccoglitori dei codici ferra- 
resi rifiutarono per la meschinità artistica di accogliere nelle 
loro raccolte (2). 

Essi trattano i soliti temi cari a quegli imitatori del Petrarca, 
che, rubacchiando al Canzoniere frasi, forme e stati d’animo, 


(1) Su questo centone vedi FatINI, Fortuna, 131-33, dove avrai 
la bibliografia. 

(2) Perla loro paternità rimando a FATINI, Fortuna, 78-83, 119-123, 
dove si trova anche la relativa bibliografia. 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 127 


per lo più di lega inferiore, si sono sbizzarriti nella ricerca mec- 
canica di antitesi, concettuzzi, immagini ardite, dando vita 
effimera ad una lirica effervescente, fredda, lambiccata e falsa. 

Anche l’Ariosto, cresciuto nella patria del Tebaldeo e nella 
città dove il Cariteo fece le sue armi e il Bembo affinò con 
queste esercitazioni, più tardi ripudiate, la sua abilità d’imi- 
tatore, non si rifiuta di stillare simili componimenti. Così dal 
repertorio petrarchesco prende i più vieti motivi, come quello 
dell'amore fermo e tenace, che riuscirà a vincere la ritrosia 
di Madonna, svolto intorno all'immagine barocca e diluita nei 
più minuti particolari di una rocca che non si espugna (ca- 
pitolo X.X); della lontananza del suo amore crudele e insensi- 
bile, che lo fa vivere in un continuo tormento (cap. XXI); della 
sua incontentabilità, che gli rende amare perfino le gioie del- 
l'amore (cap. XXII); della necessità che sente di rivolgersi 
ad altro affetto, dal momento che non spera più di piegare 
l'indurito cuore di lei (XXIII); della sua piena dedizione alla 
donna amata, cui ha donato col cuore tutta la sua libertà 
(XXIV); della gelosia che non si discompagna mai dall’Amore 
(XXV); di Amore che lo ha reso il più infelice degli amanti 
(XXVI). 

Anche questi motivi, se radicati e rivissuti nel cuore, possono 
accendere un raggio di luce poetica o una scintilla calorosa 
che li rinnovi; ma l’Ariosto in essi non si distingue da tanti 
altri: il repertorio petrarchesco gli serve per cercare concettuzzi 
lambiccati, antitesi strane, ripetizioni, immagini bislacche, 
insipidi ravvicinamenti, donde la poesia esula per rifugiarsi 
nella insincerità più artificiosa. Così nel capitolo XX, in cui 
la fortezza simboleggia la costanza d'amore, sfilano golfe 
immagini di guerra, che vorrebbero essere vigorose, ma rie- 
scono vuote e oscure. 

Ecco i nemici che assediano la fortezza: 

Li inimici, lo assedio ch'è di fuora, 
son gelosia, timor, odio, disdegno, 


disprezzo, crudeltà, lunga dimora. 


128 G. FATINI 


Chi volesse ravvicinare questa rocca al castello di Atlante 
(II, 42-4 e X, 58), sentirebbe in queste immagini belliche solo 
la sconvenienza d’una caricatura non voluta. 

Qualche accento espressivo sì coglie nel XXI, in cui lo 
sfogo delle pene per la lontananza del suo amore, pur movendosi 
tra antitesi e ripetizioni, non manca d’una certa vivezza: 

Tu vivi lieto ed in me abbonda il pianto, 
tu altri godi ed io te sol aspetto; 
di bianco vesti, ed io di negro ho il manto. 


Talvolta sorprendi qualche tratto felice colto dalla realtà 
psicologica: 

Qualunque batte alla mia casa o porta 
subito corro e dico: — Fors'è il messo 
che del mio fino amor nova mi porta. — 

Poi il tono si abbassa alla poesia popolare, ma senza assumere 
di questa nè l’ingenuità nè il calore. 

Il capitolo X.XII, un breve ternario sul soggetto del notis- 
simo sonetto petrarchesco « Pace non trovo e non ho da far 
guerra », cerca la forza nelle antitesi per dipingere la sua 
irrequieta incontentabilità: 

Lasso! che bramo ancor, che più voglio io, 
se nulla cosa da voler mi resta, 
e son, senza disio, pien di disio ? 

Con un emistichio che si ripete quasi uguale ad ogni strofa, 
in una serie di concetti contrapposti, susseguentisi con virtuo- 
sismo descrittivo di due in due terzine, si svolge il cap. XXIII, 
«che vuole rappresentare il poeta nell'atto in cui s'induce a 
rompere il laccio amoroso che lo tormenta senza frutto, per 
rivolgere altrove il suo affetto: misero esercizio che non ha 
sempre il dono della chiarezza e che sì chiude con questa pro- 
salica e barocca strofe: 

ma ben tempo è ch'io pensi, parli o scriva, 
di dì, di notte, ove io mi fermi o vada, 
quanta causa a mia morte indi deriva; 

tal che stia in sella Sdegno e Amor cada. 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 129 


Non merita molte parole neppure il cap. XXIV, che è un 
elogio dell’amata costellato di immagini marine con l’immanca- 
bile « rocca del mio core »; nè il cap. XXV, che si svolge in 
un contrasto puramente enumerativo dei caratteri dell'Amore 
e della Gelosia. 

Più elevato di fattura e di concezione, per l’intonazione 
gentile, con cui s’apre in antitesi alla solitudine del suo cuore 
infelice, e per la viva partecipazione della Natura al dolore 
dell'amante, è il cap. XXVI intessuto naturalmente di espres- 
sioni e movenze petrarchesche. 


Or che la terra di bei fiori è piena 
e che gli augelli van cantando a volo, 
il mar s’acquieta e l’aria s’asserena; 
io, miser! piango in questi boschi solo 
e notte e giorno e dal mattino a sera, 
e la mia vita pasco sol di duolo. 


Nel caldo appello alle varie manifestazioni della Natura 
perchè testimoni delle sue pene, c'è anche una certa vigoria 
di sentimento, ma quando il Poeta coi soliti esempi storici 
e mitologici si dà a enumerare le rovine che Amore ha portate 
nel mondo, la sincerità svanisce e il capitolo si confonde con 
tante altre rimerie del tempo. 

Petrarchista dunque anche l’Ariosto, ma, se si eccettuano 
queste e qualche altra composizione, che hanno il carattere 
di esercitazioni giovanili, vedremo nel corso di questo studio 
che il suo petrarchismo è più esteriore che sostanziale. 


Mu 
La lirica italiana dell'Ariosto, rispetto al contenuto, può 
essere raccolta in tre gruppi: uno che sviluppa il motivo della 
indifferenza della donna, che il Poeta ama, senza alcuna 
speranza, nel segreto dei suoi sfoghi poetici; un secondo che 
ha per motivo centrale il reciproco innamoramento fiorentino, 
seguito da un periodo di penosa ansietà; un terzo che canta 


Giornale storico — Suppl. n° 235. 9 


130 G. FATINI 


la vittoria, cui tien dietro la serenità della piena soddisfazione, 
raramente turbata. 

Non è facile individuare tutti i componimenti dei singoli 
gruppi, nè oserei escludere che qualcuno sia anteriore a questo 
periodo e perciò riferibile a donna diversa dalla Benucci, o 
non sia piuttosto una esercitazione retorica, dello stesso stampo 
di quei capitoli che abbiamo esaminati. Ma, siccome ai tini 
dell’arte è di scarso interesse l’identificazione della donna, 
a meno che la sua personalità spirituale non s’insinuì tra 
le movenze del componimento col suo profumo o con la sua 
potenza passionale, io penso che con questi raggruppamenti. 
anche se non troppo sicuri, sarà più facile valutare la lirica 
dell’Ariosto nel suo vario manifestarsi. 

Nove poesie, ‘se mal non ci apponiamo, costituiscono il 
gruppo che s’ispira al motivo caro al Petrarca e ai suoi imi- 
tatori: l’indifferenza di Madonna, che il Poeta persiste ad amare 
in silenzio, da prima perchè tutto il suo desiderio si raccoglie 
nel dolce vagheggiamento della sua bellezza, poi perchè ha 
paura di offenderla palesandole il suo cuore, tanto sì sente 
inferiore a lei. Egli soffre nel suo intimo e talora si agita, perchè 
sì contenterebbe solo di non essere disprezzato, tal altra teme 
di essere spinto dalla speranza a qualche atto d’imprudenza 
e sì sforza di dimenticarla, figurandosela insensibile e altera. 
Invano; la morte, che gli è cara venendogli da quest’amore, 
Sarà l’unica salvezza. 

Quanta realtà in queste poesie? Quale nucleo di verità 
avvolge questa silloge di versi così affini al mondo poetico 
petrarchesco ® Forse la realtà è più semplice di quanto non pala. 
Dopo tanta leggerezza e futilità di amori, intessuti di fugaci 
appagamenti e di effimere soddisfazioni, e forse mentre l’umile 
Orsolîina non era avara delle sue carezze all’inquieto poeta, una 
donna — Alessandra Benucci —, ben conosciuta e avvicinata 
anche per motivi di parentela, attira con la sua bellezza l’occhio 
del Poeta, come prima non aveva fatto; ma essa è sposa d'un 
amico, madre di sei figli, seria, inaccessibile. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 181 


L’Ariosto lo sa, e comprende il rispetto che gli impongono 
la serietà di Alessandra, l’amicizia di Tito Strozzi, e anche 
il pericolo che un tale amore venga a conturbare la sua pace 
e a gettare su di lui, amante quasi quarantenne non riamato, 
l'ombra del ridicolo; ma al cuore, che per lei ha un battito 
più frequente, non nega il compiacimento di vagheggiarla e 
di seguirla con commossa ammirazione: forse sotto l’insistenza 
della sua repugnanza a palesare il suo amore si cela l'amarezza 
delle ripulse subìte. Sbocciano così dal suo labbro i versi come 
omaggio alla bellezza e alla onestà; il Petrarca aiuta a idealiz- 
zare ì rapporti fra i due, elevandoli in un’atmosfera irreale, 
in cui il platonismo è leggermente temperato dalla realtà e 
dalla fantasia del Poeta, costretto a ricercare in sè medesimo 
le manifestazioni di un dissidio esistente più nella mente che 
nel cuore. In questa ricostruzione, in gran parte letteraria, se 
la forma spesso è impeccabile, se l’espressione è elegantemente 
toscana, quella storia di una lotta interiore è piuttosto arti- 
ficiosa; ma sotto l’influsso dei latini e del Petrarca si ravviva 
e si trasfigura in una realtà fantastica, che trova non di rado 
la sua adeguata espressione. 

Ecco un madrigale (II), che con la grazia armoniosa d'un 
usignolo volteggia agilmente intorno alla bella per cantarle 
lassegnatamente la vanità del suo amore troppo unule per 
un obbietto sì elevato: 


Quando bellezza, cortesia e valore 
vostri o con gli occhi o col pensier contemplo, 
Madonna, io cerco e non vi trovo esseinplo. 
Io sento allor mirabilmente Amore 
levarsi a volo, e, senza di me uscire, 
seco trar così in alto il mio desire, 
che non l’osa seguire 
la speme, che le par che quella sia 


per lei troppo erta e troppo lunga via. 


182 G. FATINI 


Troppo ardua l’impresa con donna sì bella e nobile; se per- 
siste teme di uscirne disfatto (son. VIII): 


Del mio pensier, che così veggio audace, 
timor freddo com’angue il cor m’assale; 
di lino e cera egli s'ha fatto l’'ale, 
disposte a liquefarsi ad ogni face. 
E quelle, del desir fatto seguace, 
spiega per l’aria e temerario sale, 
e duolmi ch’a ragion poco ne cale, 
che devria ostarli e sel comporta e tace (1). 


Quel « pensier » col « desio » e con la «ragione » spiace per 
l’ardita personificazione che materializza e raffredda i con- 
cetti, ma il quadretto che ne risulta, semplice e colorito, ritrae 
felicemente il dissidio tra il desiderio e la ragione, che dovrebbe 
convincere l’innamorato della sua inanità. 


Per gran vaghezza d’un celeste lume 
temo non poggi sì, ch’arrivi in loco 
dove s’incenda e torni senza piume. 

Seranno, oimè! le mie lacrime poco 
per soccorrergli poi, quando né fiume 
né tutto il mar potrà smorzar quel foco. 


Quest'ultimo verso, ampio e duro, ritrae assai bene la gravità 
dell'incendio. Il Poeta la comprende, ma non ha la forza di 
dirglielo, perchè ha paura di sdegnarla tanto da riceverne un 
tal dolore che lo conduca alla morte (mad. V): 


Oh se quanto è l’ardore, 
tanto, Madonna, in me fusse l’ardire, 
forse il mal c'ho nel core — osarei dire. 
A voi devrei contarlo, 
ma per timor, oimè! d’un sdegno, resto, 
che faccia, s'io ne parlo, 


crescerli il duol sì che l’uccida presto. 


(1) Per alenne di queste poesie veli il commento nelle mie Opere 
minori, pp. 291 sgg. e per la loro autenticità v. FATINI, Fortuna, pass. 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 133 


Nel motivo, comune a tutti gli imitatori del Petrarca, risuo- 
nano spontanee le note di dolcezza che ravvivano il sentimento, 
il quale, spogliato della esagerazione poetica, risponde a quel 
senso di trepidazione che doveva assillare il quarantenne ama- 
tore fino a... morirne. È vero che neppure la morte può spa- 
ventarlo, perchè venendogli da lei sarà il pregio più caro della 
sua vita (mad. X): 

Fingon costor, che parlan de la morte, 
un’effigie ad udirla troppo ria, 
ed io, che so che di summa bellezza, 
per mia felice sorte, 
a poco a poco nascerà la mia 
colma d’ogni dolcezza, 
sì bella me la formo nel disio 

| che ’1 pregio d’ogni vita è "1 morir mio. 

Amore e Morte dominano in questa ballatetta, ma non con 
lo spirito pessimistico del Leopardi, come taluno ha detto (1), 
sì bene con quella serena visione della vita che nel libero godi- 
mento della bellezza abitua a guardare senza apprensione 
anche all’al di là. La poesiola non ha nulla di misterioso, nè 
è suggerita, come vuole il Barutfaldi (2), «dal pensiero della 
«vita futura e dalla speranza di beata immortalità »;} nata 
in un momento di placida ispirazione, dà all'immagine della 
morte quell’aspetto sereno e attraente che vediamo in tutte 
le cose quando siamo tranquilli. 

Però questa visione ottimistica cede subito di fronte al 
tormento che gl’infligge Amore e che egli teme sia eterno 
(son. XXIV): 

Sarà che cessi o che s'alenti mai 
vostro lungo travaglio e ']l mio martire, 


o pur fia Puno e l’altro insieme eterno ? 


n 
_—— 


(1) Barone, in Giorn. stor., 55. 309-324; vedi un madrigale atline 
di Erasmo DA VaLvasovn, in Fanfulla d. Domen., XXXIII, 28, © 
dell’ALcrATO, in Giorn. stor., 16, 1857-88. 

(2) Vita di L. A., Ferrara, 1807, p. 235; per il commento vedi le 
mie Opere minori, pp. 3011-12. 


134 G. FATINI 


Dopo una serie di domande rivolte ai sospiri, alle lacrime, 
alle preghiere, che sì succedono con intonazione prosaica, 
suggerite dal Canzoniere, CLXI, conclude coll’incolpare del 
suo tormento l’ardire e la poca avvedutezza: 


Che mio poco consiglio e troppo ardire 
soli posso incolpar ch’io viva in guai. 


Ma almeno l’amore non gli fruttasse il disprezzo dell'amata! 
Lo dice nel son. XXII, che con la mossa iniziale e i concetti 
tolti a due poesiole del Petrarca (V e XIII)si muove in un idea- 
lismo stilnovistico, fra battute dialogiche, che rompono un 
po’ il quadretto di maniera ritraendo l’intimo contrasto tra il 
compiacimento di vagheggiare tanta bellezza e la paura, con- 
fessata solo a sè medesimo, dell’inutilità del suo amore. 


Quando muovo le luci a mirar voi, 
la forma che nel cor m’impresse Amore, 
io mi sento aggiacciar dentro e di fuore 
al primo lampeggiar de’ raggi suoi. 
Ale nobil manere affisso poi, 
alle rare virtuti, al gran valore, 
ragionarmi pian piano odo nel core: 
— Quanto hai ben collocato i pensier tuoi! — 
Di che l’anima avampa, poi che degna 
a tanta impresa par c' Amor la chiami: 
così in un loco or giaccio or foco regna. 
Ma la Paura sua gelata insegna 
vi pon più spesso, e dice: — Perché l’ami, 
che di sì basso amante si disdegna ? — 


Su questo motivo il Poeta ritorna con la solita grazia, soffusa 
di malineonica eco petrarchesea (CKXXXIII), nel madrigale IX: 


Occhi, non v’accorgete, 
quando mirate fiso 
quel sì soave ed angelico viso, 
che, come cera al foco, 


over qual neve aì raggi del sol sete ? 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 135 


Diverrete acqua — continua col solito frasario petrarchesco, 
che resta gelido, pur nella sua levigatezza musicale —; perciò 
cessate di guardarla, altrimenti 


. vi veggio alfin venir niente, 


ed io cieco restar eternamente. 


Artificioso e duro è al contrario il sonetto XXXIV, in cui 
se la prende con Amore « fiero veglio », che dopo averlo gettato 
«in basso stato » non si cura di colpire anche Madonna. 

Dalla canzone I, scritta dopo il 1513, si ricava che il povero 
Poeta molti tentativi aveva fatti prima di quella data per 
soffocare l’incipiente passione: 


selve, monti e fiumi 
sempre dipinsi inanzi al mio desire, 
per levarli l’ardire 
d’entrar in via, dove per guida porse 


io vedea la speranza star in forse. 


Ad uno di questi tentativi penso che si riferisca il capitolo XVI, 
che fu composto subito dopo la battaglia e il saccheggio di 
Ravenna (11 e 12 aprile 1512). 

L'Ariosto è così tormentato dalla piaga d'amore, che fa come 
l'orso del quale si dice che, per mitigare lo spasimo delle sue 
ferite, ricorre a tutto ciò’ che trova, col risultato d’inasprirle. 
Così, per dimenticare la sua donna ha tentato, non solo di 
allontanarsi da lei, ma di cercare uno spettacolo straziante, 
che per effetto dei contrari gli sconvolgesse talmente il cuore 
da distrarlo del tutto dal proprio male: 


Io solea dir tra me: - - Dove gioisce 
felice alcuno in riso, in festa, in gioco, 


non sto bene io, ché Amor qui si notrisce. - 


Il Petrarca gli aveva additata la via della solitudine, nella 
quale si rifugiava tanto volentieri, per non dare agli altri spet- 
tacolo delle sue pene; l'Ariosto cerca invece in una bolgia 
dantesca di «pianti e stride», che si levano dalle migliaia 


136 G. FATINI 


di moribondi, confusi con mucchi di morti, lo stordimento che 
lo strappi alla vergogna di sè stesso. E va in un campo di 
battaglia, dopo che il selvaggio cozzo di due eserciti nemici e 
la voluttà di sangue e di saccheggio di soldati ubriacati dalla 
vittoria l'hanno trasformato in un orribile carnaio (1): il campo 
è quello di Ravenna, dove l’11 aprile 1512 i Francesi riporta- 
rono una sanguinosa vittoria, grazie al tempestivo intervento 
delle artiglierie d’Alfonso. Questa circostanza richiamò dalla 
vieina Ferrara tanti spettatori, fra questi l’Ariosto: 
lo venni(2) dove le campagne rosse 
eran del sangue barbaro e latino, 
che fiera stella dianzi al furor mosse; 
e vidi un morto e l’altro sì vicino, 
che, senza premer lor, quasi il terreno 
a molte miglia non dava il camino. 
E da chi alberga tra (aronna e "1 Reno 
vidi uscir crudeltà, che ne devria 


tutto il mondo d'orror rimaner pieno. 


Quest’'ultimi versi, allusivi alla strage compiuta dai Fran- 
cesiì, per vendicare nel tripudio della vittoria la morte del loro 
giovane comandante Gastone di Foix, ravvicinati ad un passo 
del Furioso (XIV, 8-9), dove il ricordo diventa severo richiamo 
per la crudele condotta degli stessi Francesi, confermano l'iden- 
titicazione della battaglia, la quale lasciò nel Poeta una impres- 
sione così profonda che l'eco ne risuonò più volte nello stesso 
poema (ITI, 55; XIV, 2-9; XXXIII, 40-41): 

Nuoteranno i destrier fin alla pancia 

nel sangue uman per tutta la campagna; 
ch'a sepelire il popol verrà manco 

tedesco, ispano, greco, italo e franco (III, 55). 

(1) Vedi su questa strage una Lettera di S. Postumo Silvestri, pub- 
blicata da R. RENIER per nozze Cian-Sappa Flandinet, e Pastor. 
Vita dei Papi, III, 6073-74. 

(2) Da questa espressione Il CATALANO ( Vita, I, 342) deduce — ma non 
mi paro una deduzione necessaria — la presenza dell'A. al saccheggio: 
per il commento del capitolo vedi le mie Opere minori, pp. 340-45. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 137 


Sorge però il dubbio (1) che il capitolo non si riferisca alla 
Benucci, il cui amore divampò palese e gagliardo nel cuore del- 
l’Ariosto solo nel giugno 1513; ma il dubbio scompare, se questo 
tentativo di liberarsi da quella passione, che, nonostante il tono 
iperbolico della rappresentazione, ha tutti i caratteri della 
realtà vissuta, s'inserisce nei vari tentativi fatti prima del- 
l'incontro fiorentino. 

Sì obietterà che quei conati miravano in fondo a soffocare 
in sul nascere una passione, che non aveva assunto ancora un 
grado d’intensità quale appare da questa poesia. Non rispon- 
derò che anche nelle altre poesie sì parla d’un amore irresisti- 
bile che lo rendeva infelice, d’un tormento che non avrebbe 
trovato requie se non con la morte, per non sopravvalutare il 
valore di queste affermazioni poetiche. Ma, come si accettano 
per quel che valgono queste dichiarazioni, così non c’è ragione 
perchè non si debba ammettere che l’Ariosto, per vaghezza 
di contrasto, si sia spinto a colorire esageratamente la sua pena 
amorosa. D'altronde, non bisogna dimenticare che ci troviamo 
davanti ad un Poeta, e un Poeta che s’è spesso compiaciuto del 
paradossale. Chi vorrà prenderlo sulla parola quando dichiara 
di essersi mosso appositamente da Ferrara per cercare l'oblio 
del proprio strazio in un macabro spettacolo? Se non cono- 
scessimo l’animo mite dell'Ariosto, che abbandonò da giovane 
la vita militare, appena agli inizi, per istintiva repugnanza a 
macchiarsi di sangue umano (carm. LIV, vv. 43 sgg.), dovremmo 
immaginarlo sprovvisto di ogni senso umanitario; ma tutto si 
Spiega col tener presente da un lato la tendenza comune ai 
poeti e particolarmente all’Ariosto di non conoscere troppo 
la moderazione nel linguaggio, specialmente amoroso, e dal- 
l’altro che nello sfondo della sanguigna descrizione domina 
l’amore. Per me, dunque, il capitolo rientra nel gruppo dei 
versi che dipingono a colori più accesi del vero lo stato d'animo 


(1) CataLANO, Vita, 1, 393, 341-42. 


138 G. FATINI 


dell’Ariosto, commosso dalla bellezza e dal desiderio della 
Benucci, ma deciso a impedire a sè stesso di farsene un’amante; 
egli rivedendola dopo qualche giorno dalla visita ravennate, 
più ammirabile e più splendida del solito, forse in uno di quei 
sontuosi banchetti che Bianca d’Este, contornata dalle più 
belle donne ferraresi dette in onore di Fabrizio Colonna, che 
era stato fatto prigioniero proprio nella battaglia di Ravenna (1), 
si sentì più vivamente turbato; il turbamento si ripercosse nella 
fantasia col rammarico della impossibilità di conquistarla. Gli 
balenò allora l’idea petrarchesca di rappresentare questa vanità 
del suo amore, mascherandola con lo sforzo di sottrarsi al suo 
fascino con la fuga, non nella solitudine, ma in quel campo 
di battaglia che in tutti gli animi gentili aveva lasciato un 
senso di sgomento e di orrore. Prese così quel campo come ter- 
mine di confronto per mettere in rilievo l’inutilità di quel ten- 
tativo davanti ad uno spettacolo d’'inaudita pietà e la gravità 
delle sue pene, dando un colorito romanzesco al suo inter- 
vento e un accento iperbolico al fallimento di quello sforzo. 

Così gli orrori di quella carneficina, che la curiosità o l'entu- 
siasmo della vittoria l’aveva tratto a contemplare, gli ritor- 
nano vivi sotto l’occhio della fantasia, in modo che la descri- 
zione ne risulta vigorosa, animata e colorita, ma lo sfogo 
delle sue pene amorose si svigorisce in accenti sforzati € 
declamatorii: 

Non fu la doglia in me però men ria; 
né vidi far d'alcun sì fiero strazio 
che pareggiasse la gran pena mia. 


Quello spettacolo non diminuì il suo affanno: l’esagerazione 
lirica risponde, senza dubbio, al mondo fantastico dei poeti, 
che spesso trovano nell'effetto del contrasto di elementi nor- 
malmente imparagonabili l’immagine o il concetto che traduca 
il loro sentimento: ma l’Ariosto ha chiesto troppo alla fantasia: 


LÌ 


(1) CataLANO, Tita, I, 344 e 410. 


LE “ RIME, DI LUDUVICO ARIOSTO 139 


insistendo su la inutilità d’uno sforzo più voluto che sentito 
è caduto nelle gonfiezze della retorica. 


Grave fu il Ior martir, ma breve spazio 
di tempo die’ lor fin. Ah crudo Amore, 
che d'’accrescermi il duol non è mai sazio! 

Io notai che ’1 mal lor li traea fuore 
del mal, perché sì grave era, che presto 
finia la vita insieme col dolore. 

Il mio mi pon fin su le porte, e questo 
medesmo ir non mi lascia, e torna indrieto 
e fa che mal mio grado in vita resto. 

Io torno a voi, né del tornar son lieto 
più che del partir fussi e duro frutto 
de la partita e del ritorno mieto. 


- 


Segno che anche il cuore pur nell’atto in cui il Poeta dichiara 
solennemente che nessuna distrazione, nessuno spettacolo, 
nessuna forza di volontà era ormai capace di svellere la fiamma 
che lo consumava, era ben lontano dal soffrire le pene che le 
parole gli attribuivano. 

Tanto ciò è vero che lo stesso Ariosto di lì a poco si calmò 
o ebbe l’impressione di essersi calmato; perciò quel tentativo 
mira, forse, nella sua fantastica rappresentazione a mascherare 
uno stato psicologico impossibile o una vera ripulsa, dopo la 
quale alle proteste del cuore ribelle a cedere è successo un periodo 
di scontrosa ritirata, con un ritorno più assiduo alle carezze della 
madre del suo Virginio. L’'Ariosto, infatti, rivolse il desiderio 


«dove più sicura - strada pensai » atferma nella ricordata 
canzone, — finchè un coup de foudre venne a colpirlo improv- 


visamente, strappandolo alla illusione in cui s'era adagiato. 


Si entra così nella seconda fase di quest’amore, che si riac- 
cese in Firenze, in occasione delle feste di S. Giovanni, cele- 
brate, il 24 giugno 1513, con singolare pompa per la recente 


140 G. FATINI 


elezione di Leone X, quando l’Ariosto che vi intervenne sì 
incontrò con lei in casa di comuni amici; nell’atmosfera gioiosa 
di tutto un popolo in festa, essi si sentirono più vicini e soli e, 
perciò, portati ad aprirsi con maggiore libertà. Firenze dunque 
riattizzò il fuoco su la cenere non bene spenta; lontana dal 
marito e dagli occhi sospettosi delle amiche, lusingata nel suo 
amor proprio di avere la compagnia di un Poeta, la cui fama 
aveva cominciato a varcare le mura di Ferrara, Alessandra 
accolse con benevolo compiacimento le parole d'amore e pro- 
mise di ricambiarlo. Il ghiaccio così era rotto, ma probabil- 
mente il riserbo della sposa, la prudenza della madre, le ultime 
resistenze della sua onestà, la paura delle malignazioni fre- 
narono in lei lo slancio della corrispondenza, in cambio rinvi- 
gorendola nel Poeta, che si sentiva angustiato, inacerbito e 
quasi offeso da quel comportamento che ai suoi occhi assumeva 
l'aspetto e la sostanza di una mancata promessa. 

In questa seconda fase l’atmosfera petrarchesca non è an- 
cora svanita, perchè alla resistenza di madonna Laura corri. 
sponde la resistenza di Alessandra, all’insistente pressione di 
messer Francesco, scosso da speranze e da dubbi, agitato dalla 
lunga attesa, corrisponde quella di messer Ludovico; in quello 
il dissidio religioso, in questo l’ardente sensualità acuisce il 
turbamento interiore, generando una lirica in cuì scorre una 
tenue nota di tristezza; per cui l'idealizzazione platonica, rom. 
pendo il velo petrarchesco, s’increspa di desideri, fremiti e 
rimbrotti sensuali, che non ammettono nè soste nè rinunzie, 
tutto però espresso in una forma riguardosa ed elevata. 

Il sonetto IV, che qualcuno (1) sospetta sia l'illustrazione 
d'un'impresa amorosa, è per me un calmo ma eloquente richiamo 
alla donna perchè il ricambio dell'amore non si limiti a sole 
parole, a soli sorrisi. Che altro vuol dire il Poeta col ricordarle 
l'esempio dell'aquila, che è pronta a ripudiare pei figli gli aqui. 


(1) Vedi Sanza, Studi, pp. 86-90, 176; FATINI, Fortuna, 56-00 
o le mie Opere minori, pp. 303-304. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 141 


lotti, se alle qualità esteriori non congiungono ancora l’acutezza 
della vista? 


Da lei prenda esempio l'amante accorto: 


Ché la sua donna, sua creder che sia 
non dee, s’a’ suoi piacer, s’a’ desir suoi, 
8’a tutte voglie sue non l’ha conforme. 

Non siate dunque in un da me diforme, 
perché mi si confaccia il più di voi; 
ché o nulla o vi convien tutta esser mia. 


Il paragone, che si sorregge con robusta evidenza, nella 
prima quartina, diviene poi stentato e prolisso, e il sonetto, 
piuttosto freddo, si fa prosaico nelle terzine dure e impac- 
ciate. Gli sale invece dall’intimo del cuore, avvinto da tanti 
lacci e non ancora intieramente appagato, il canto nel son. IX; 
la descrizione è leggera, agile e viva; pur intessuta di fili pe- 
trarcheschi (CKXKX XIII, CXLI ecc.) e con una lunga personi- 
ficazione non troppo a posto, l’occhio la segue incantato nella 
tenue trama: 


La rete fu di queste fila d’oro 
in che "1 mio pensier vago intrieò l’ale, 
e queste ciglia l'arco, i sguardi il strale, 
il feritor questi begli occhi foro. 

lo son ferito, io son prigion per loro, 
la piaga in mezo "1 core aspra e mortale, 
la prigion forte; e pur in tanto male 
e chi ferimmi e chi mi prese adoro. 

Per la dolce cagion del languir mio 
o del morir, se potrà tanto "1 duolo, 
languendo godo, e di morir disio; 

pur ch’ella, non sappiendo il piacer ch'lo 
del languir m'abbia o del morir, d'un solo 


sospir mi degni o d'altro affetto pio. 


Anche qui, in tanta morbidezza di sentimento palpabile, 
compare l’ombra della morte. La quale, se è come un'ossessione 


142 G. FATINI 


poetica di tutti i petrarchisti, lieve lieve si presenta all’Ariosto, 
quasi una carezza che porta la vita tra i versi semplici e armo- 
niosi (mad. III): 


Amor, io non potrei 
aver da te se non ricca mercede, 
poi che quant’amo lei — Madonna vede. 
Deh! fa’ ch’ella sappia anco 
quel che forse non crede, quanto io sia 
già presso a venir manco, 
se più nascosa l’è la pena mia. 
Ch’ella lo sappia, fia 
tanto solevamento a’ dolor miei, 
ch'io ne vivrò, dove or me ne morrei. 


La ballatetta si chiude col motivo centrale della celebre 
canzone « Chiare, fresche e dolci acque », senza però che l’imma- 
gine della morte disperda la speranza della «ricca mercede », 
a cuì il Poeta aspira col tenero invito, che indirettamente 
le rivolge, prospettando il pericolo di perdere la vita che corre 
il povero amante. 

Qualche volta però il tema della morte offre il pretesto per 
lamentarsi del martirio, cui l’insensibilità (son. XI) della donna 
lo condanna, giacchè a lui per darle prova della profondità 
del suo affetto non resta che morire: 


Ben che ’1 martir sia periglioso e grave, 
che ’1 mio misero cuor per voi sostiene, 
non m’ineresce però, perché non viene 
cosa da voi che non mi sia soave; 

ma non posso negar che non mi grave, 
non mi strugga ed a morte non mi mene; 
clié per aprirvi le mie ascose pene, 


non so, né seppi mai volger la chiave. 


Scorrevole e chiaro non manca di sincerità, che lascia intra 
vedere l'ansia ancora inappagata del Poeta bramoso d'amore, 
ansia che si apre in uno sfogo desolato nel sonetto XXXII, 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 143 


contorto e poco chiaro (1), forse perchè contesto di frasi fati- 
cossamente cercate nei modelli petrarcheschi, per svolgere un 
motivo tanto comune aì rimatori; ma la prima quartina, 
che col vago accenno alla sorte allude forse all’amara servitù 
estense, è un vivace rimpianto della perduta tranquillità: 


Lasso! i miei giorni lieti e le tranquille 
notti che i giorni già mì fér soavi, 
quando né amor né sorte m’eran gravi, 
né mi cadean da li occhi ardenti stille... 


Per quanto anch'esso suggerito dallo stesso motivo, il madri- 
gale XII è un grazioso scherzo che imita un componimentino 
degli Hendecasyllabi pontaniani (I, Ad BatylIam) sul tema « Dal 
« dolce il fiele, dall’amaro il miele » (2): 


Quando ogni ben de la mia vita ride 
i dolci baci niega; 
se piange, allor al mio voler si piega; 
così suo mal mi giova e "1 ben m’accide. 
Chi non sa come stia fra il dolce il fele 
provi, come provo io, 
questo ardente disio, 
che mi fa lieto viver e scontento... 


Variazioni d’antitesi e di concettuzzi, che riducono la lirica 
ad un gioco di parole, dalle quali, nonostante ciò, sì spande 
nel versi una soave armonia. Però non sempre l’ombra della 
morte s’insinua nei componimenti dell'Ariosto: il desiderio 
più vivo, la speranza insistente, il rimprovero all'amata sug- 
geriscono ora una poesia (XVI) con la solita tirata contro il 
destino, che gli impedisce di rinunziare all’appagamento del 
suo cuore: un sentimento sciupacchiato dalla vieta figurazione 
di Amore arciere e incatenatore, che si chiude con uno scatto 


(1) Sul testo di questo contorto sonetto vedi Farini, Fortuna, 
72-73. 

(2) Vedi B. SoLbati, La fortuna d'un epigramma del Pontano, 
Perugia, 1906. 


144 G. FATINI 


d’impazienza, espresso con un verso (1) preso di peso dal Can- 
zoniere (XLVIII): 


Deh! voless’io quel che voler devrei, 
deh! serviss’io quant'è il servir accetto, 
deh! Madonna, l’andar fuss’interdetto, 
dove non va la speme, ai desir miei; 


ora un’altra col garbato ammonimento che la sua costanza 
meriterebbe almeno un principio di mercede (mad. VI): 


Se voi così mirasse alla mia fede, 
com’io miro a’ vostr’occhi e a vostre chiome, 
ecceder l’altre la vedreste, come 
vostra bellezza ogni bellezza eccede. 

E come io veggio ben che l’una è degna, 
per cui né lunga servitù né dura 

noiosa mai debbia parermi o grave, 

così vedreste voi che vostra cura 
dev’esser che quest’altra si ritegna 

sotto più lieve giogo e più soave, 

e con maggior speranza che non àve 
d’esser premiata, e se non ora a pieno 
come devriasi, almeno 


con un dolce principio di mercede. 


Ecco la meta! Quelle bellezze fisiche, che la rendono superiore 
a tutte le donne, gli sono penetrate nel sangue facendogli per- 
dere il senno: Ù 


Chi salirà per me, Madonna, in cielo, 
a riportarne il mio perduto ingegno ? 


Si domanda con accento direi quasi gioioso e soffuso di 
lieve umorismo (Furioso, XX XV, 1). Per lui non occorre un 
Astolfo, come per Orlando, che salga tanto in alto; la sua meta 


(1) « E per troppo spronar la fuga è tarda » cfr. col v. 12-14 « ogni 
«cavallo - non corre sempre per spronar, e veggio, - per punger troppo, 
«aleun farsi restio ». 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 145 


è più vicina, è quella che avidamente beve cogli occhi negli 
occhi di Madonna: 


Ché "1 mio non credo che tanto alto alloggi. 
Ne' hei vostri occhi e nel sereno viso, 

nel sen d'avorio e alabastrini poggi 

se ne va errando; et io eon queste labbia 


lo corrò, se vi par ch'io lo riabbia. 


E allora perchè non appagarlo? Perchè non mantenere le 
promesse fatte ? Ogni promessa è un sacramento; non è lecito 
a nessuna donna venir meno alla parola data. Chè se, pentita, 
non la manterrà subito, male egli teme che a lei ne venga. 

Questo è il tema svolto nel capitolo XV con accento bonario, 
che mira a convincere con la forza della logica anzichè col 
calore del sentimento; si ritrova qui l’autore delle Satire, col 
linguaggio ingentilito dalla lingua amorosa e nel tono dalla 
imitazione del Petrarca. Il rimprovero è pacato e conte- 


nuto dal frasario petrarchesco: l 


Se promettendo aveste pensier fermi 
d’attener, indì li mutaste, io voglio, 
ed ho perpetuamente da dolermi. 

Del mio giudicio rio prima mi doglio 
che le speranze mie sparse ne l’onde, 


credendomi fondarle in stabil scoglio. 


Ma l'intimo corruccio riesce presto a sollevarlo, perchè, se 
egli teme per la fama di lei, 


. +. + +. perché vi mostra 


volubil più eh'al vento arida fronde, 
gli duole soprattutto che ella lo abbia ingannato: 


Ma se diversa era la mente vostra 
da le promesse, ed altro era in la bocca, 
altro nel cor, ne le secrete chiostra, 

questo fu inganno, e più dirò che tocca 
di tradimento, ma di par la fede 


e per questo e per quel morta trabocca. 


Giornale storico — Suppl. n° 25. 10 


146 G. FATINI 


La parola è amara, ma d’un’amarezza schietta, che rivela 
il disagio dell’uomo inappagato: e si mantiene più accorata 
che in un passo elegante e armonioso del poema (1): 


La fede mai esser non dee corrotta, 
o data a un sol o data ch’odan cento, 
data in palese o data in una grotta. 
Per la vil plebe è fatto il giuramento, 
ma tra li spirtì più elevati sono 
le simplici promesse un sacramento. 


È vero che altrove il Poeta non esita a consigliare la donna 
a non prestar fede alle promesse degli uomini (Furioso, X, 
5-6), sempre pronti, appena appagati, a dimenticar tutto; ma 
qui è il Poeta insoddisfatto e ansioso, che mira a piegare Ma- 
donna con le lusinghe del canto. Perciò con delicato trapasso, 
che rivela acuto intuito psicologico, lascia il rimprovero per 
ricordarle che anche la bellezza fugge: il «carpe diem » ora- 
ziano affiora mollemente dai versi perchè la donna diventi 
arrendevole: 
Se da le guance poi cadon le rose, 
fuggon le grazie, se riman la fronte 
crespa e le luci oscure e lacrimose, 
se l’auree chiome e con tal studio conte 
imutan color, se si fan brevi e rare; 
de’ vostri danni è vostra colpa fonte. 


Ma non insiste troppo su la brutta immagine della vecchiaia. 
che potrebbe indisporla; torna perciò a rimproverarla per 
la mancata promessa, ammonendo che gli dei puniscono seve- 
ramente i mancatori di parola, specialmente quando questa è 
data a chi si fida. 


(1) La fede unqua non debbe esser corrotta 
o data a un solo o data insieme a mille, 
6 così in una selva, in una grotta, 
lontan da le cittadi e da le ville. 


(Fur., XXI, 2). 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTU 147 


Ma da questi versi, coi quali il Poeta mette innanzi l’ultimo 
argomento per convincere l’amata, esce un accento ironico, 
che svanisce subito in espressioni di sincero rammarico: 


Come temo io che ve ne venga male, 
se ’] pentir prima e ’l satisfar non giugne 
a cassar questo error più che mortale! 

S’a voi per mia cagione o macchiar l’ugne, 
o vedessi un crin°mosso, oimè, che doglia! 
Solo il pensarvi me da me disgiugne. 


In quest’ultimo verso la paura d’un’offesa fatta a lei è espressa 
con calore e semplicità: ormai la sua anima non palpita che 
per lei. 

Le canzoni II e III riprendono il solito tema della indiffe- 
renza di Madonna e della paura di essere disprezzato; in quella 
egli si confessa ‘degno di compassione, per avere con tanta 
audacia rivolto il suo amore troppo in alto, pago solo di non 
essere preso a sdegno da lei; in questa giura che pur disperando, 


dopo mio lungo amor, mia lunga fede, 
e lacrime e suspiri ed ore tetre, 


di vincerne la indifferenza anzi la crudeltà, non potrà non 
amarla sempre. Per la forma ricercata e per il contenuto figu- 
rerebbero, meglio, entrambe, nel gruppo della fase preparatoria 
di questo amore, dove l’avremmo relegate, se la prima non 
ricordasse vagamente il fatale incontro e i suoi precedenti con 
questa strofe non priva di movimento lirico: 


È questo che io temo ora, 
non è ch'io non temessi 
prima che sì perdessi in tutto il cuore; 
e qual diffesa allora, 
e quanto lunga io féssi 
per non lasciarlo, è testimonio Amore. 
Ma il debile vigore 
non puote contra l’alto 


sembiante e le divine 


148 G. FATINI 


manere e senza fine 
virtù e bellezza, sostener l'assalto; 
così il cuor persi e seco 
perdei il sperar d’averlo mai più meco. 
Le ultime espressioni e tutto l’insieme ricordano la can- 
zone I, alla quale ci riporta anche l’altra in cui il desiderio di 


ottenere 
al mio real servir qualche mercede 


serpeggia soffocato da un vieto frasario petrarchesco. Agile 
e colorita la prima, sorretta da una fresca ispirazione ideali- 
stica, aleggiante intorno alle belle doti di Madonna, impacciata 
e retorica la seconda, le due canzoni, se appartengono a questa 
fase, sono come una sosta lirica su viete posizioni, che turbano 
il progressivo accendersi della fantasia del Poeta sotto lo sti- 
molo della lunga attesa. 

La quale finalmente non appare più lontana; il Poeta con 
intuito felice, che si riflette subito come una soave carezza nella 
sua fantasia, lo deduce da un piccolo avvenimento: Catullo 
8’era commosso nel vedere Lesbia con gli occhi arrossati di 
pianto per la morte del passero (III); l’Ariosto apre il cuore 
alla speranza nel vedere la sua donna turbata per la morte di 
un capriolo (son. XVIII) a lei caro: 


Quel capriol, che con invidia e sdegno 
de’ mille amanti a colei tanto piacque, 
che con somma beltà per aver nacque 
di tutti i gentil cori al mondo regno, 

turbar la fronte, e trar, pietoso segno, 
dal petto lì sospir. dagli occhi l’acque 
alla mia donna, poì che morto giacque, 
e d’onesto sepolcro è stato degno. 

Che sperar, bene amando, or non si deve, 
poi che animal senza ragion si vede 
tanto premiar di servitù sì lieve ? 

Né lungi è ormai, se de’ venir mercede; 
ché, quando s’incomincia a sciòr la neve, 
ch’appresso il fin sia il verno è chiara fede. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 149 


La morbida visione di questa scena prepara la vittoria, che 
ha il suo preannunzio nel madrigale VII, dove Madonna è dal 
Poeta delicatamente immaginata vinta anch’essa da Amore, 
che la guida, non più renitente, al sacro colle delle Muse: 


A che più strali, Amor, s'io mi ti rendo? 
Lasciami viva e in tua prigion mi serra. 
A che pur farmi guerra, 
sio ti do l’arme e più non mi difendo ? 
Perché assalirmi ancor, se già son vinta f 
Non posso più; questo è quel fiero colpo, 
che la forza, l’ardir, che ’1 cor mi tolle; 
l'usato orgoglio ben danno ed incolpo. 
0r non recuso, di catena cinta, 
che mi meni captiva al sacro colle; 
lasciami viva, e molle 
carcere puoi sicuramente darmi; 
ché mai più, Signor, armi, 


per esser contra a' tuoi disii, non prendo. 


Sotto il trito frasario del cantore di Laura non è difficile 
sorprendere il timido accento di gioia, che preannunzia il pieno 
appagamento dei due cuori: quell’accento trova immediata 
rispondenza in una poesiola, che, prese le mosse formali dal 
sonetto CCXX XIV del Canzoniere, lascia scorrere liberamente 
dalle sue quartine l’onda della felicità pregustata (son. III): 


O sicuro, secreto e fidel porto, 
dove, fuor di gran pelago, due stelle, 
le più chiare del cielo e le più belle 
dopo una lunga e cieca via m'han scorto; 
ora io perdono al vento e al mar il torto, 
che m'hanno con gravissime procelle 
fatto sin qui, poi che se non per quelle 


io non potea fruir tanto contorto. 
Tutto egli dimentica, 


ché tal mercé, cor mio, ti si prepara, 


che appagarà quantunque servi e servi. 


150 G. FATINI 


* 
* * 


Ma siamo già nella terza fase, dove l’Ariosto lirico, svin- 
colatosi dai legami del petrarchismo, si palesa con tutta la sua 
personalità, perchè alla realtà d’un amore pienamente ricam- 
biato corrisponde una commozione fantastica, che trova quasi 
sempre la sua adeguata espressione poetica. Naturalmente 
l’amore, anche quando la morte generosamente liberò Ales- 
sandra dal marito, non si mosse sempre su di un sentiero vel- 
lutato e fiorito di rose; e perciò anche in questo gruppo di 
poesie, che è il più copioso, l'inquietudine, l’assillo del dubbio 
sulla fedeltà, 11 sospetto di un raffreddamento o il contrattempo 
di una dilazione, il dolore della lontananza, il disagio di una 
contrarietà, una malat tia ed altro hanno la loro eco; ma non 
più con le modulazioni obbligate dalla moda o intonate ai 
motivi di messer Francesco, sì bene libere, spontanee, soffuse 
più che ricche di sentimento, di colore, di vita. Se una nota 
petrarchesca cè, vi appare nella maggior parte dei casì di 
straforo e formale, quasi sempre ravvivata dal fuoco della 
passione o dalla calda luce della realtà, quella e questa rivis- 
sute, spesso, con la sensibilità squisitamente pagana dei latini. 
In queste poesie senti il Poeta di Alcina e di Angelica, che 32 
trasfigurare a simbolo d'una verità superiore una verità uma- 
namente vissuta. 

Dopo lo squillo di gioia che annuncia l’imminenza della 
vittoria, ecco l'ora del gaudio, che suona a festa dal cuore del 
Poeta (cap. VII): 


Forza è ch'alfin si scopra e che si veggia 
il gaudio mio dianzi a gran pena ascoso, 


ancor ch'io sappia che tacer si deggia. 


Canto schietto, amabilmente arguto, che si spande con quella 
pienezza di gioia, che egli efficacemente ritrae con una simili» 
tudine colta dal vero: 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 151 


. come poi ch'’alle calde aure estive 
si risolveno e giacci e nevi alpine, 
crescono i fiumi a par de le sue rive; 

ed alcun, disprezzando ogni confine, 
rompe superbo li argini ed inonda 
le biade e i paschi e le città vicine; 

così quando soverchia e sovrabonda 
a quanto cape e può capir il petto, 
convien che l'allegrezza si diffonda, 

e faccia rider li occhi e ne l’aspetto 
ir con baldanza e d’ogni nebbia mostri 
l'aer del viso disgravato e netto. 


La reminiscenza dantesca, che rende più visibile la letizia 
esteriore del Poeta, conchiude pittorescamente la s»imilitu- 
dine, facendo vedere la gioia che dal fondo dell'anima inonda 
visibilmente gli occhi e il viso; meglio della seguente compara- 
zione, che nel suo artificio conduce l’autore sulla via del ragio- 
namento, ad analizzare con sottigliezza i moti interiori, anzichè 
a sorprenderli con l’intuito della fantasia. Per fortuna egli si 
arresta e ritorna alla semplice e fresca effusione, nella quale 
l’idealizzazione platonico-petrarchesca non ha più posto: 


Sappil chi "1 vuol saper, ch'io son sì pieno, 
sì colmo di letizia e di contento 
che non la cape a una gran parte il seno; 
ma la cagion del gran piacer ch'io sento, 
non vuol ehe suoni voce o snodi lingua; 
e faccia Dio, se mai di ciò mi pento, 


che l’una svelta sia, l’altra si estingua. 


Però il lettore — sono sicuro — si aspettava di leggere 
un altro canto, che squillando dal labbro del Poeta ripete il 
gaudio che gli invade il cuore pienamente soddisfatto (cap.VIII): 


O più che ’1 giorno a me lucida e chiara, 
dolce, gioconda, aventurosa notte, 


quanto men ti sperai, tanto più cara! 


152 G. FATINI 


Un onda di raffinata voluttà s'indugia per tutte le terzine 
di questo capitolo, che descrive uRa notte d’amore, con la par- 
tecipazione alla incontenibile sensualità dei due amanti di 
tutti gli elementi, la notte e la lucerna, il sonno e il letto, la 
porta della camera e la bellezza dell’amata; ai quali elementi 
egli è grato perchè gli hanno concessa tale dolcezza 


che non invidio il lor nettare ai dei. 


Può darsi che Properzio, Enea Silvio Piccolomini, il Pou- 
tano e Tito Vespasiano Strozzi (1) abbiano prestato i colori 
. della loro pagana tavolozza alla fantasia dell’Ariosto stimolan- 
dola a rivivere nell’ardore immaginativo della realtà a lui nota 
una notte d’amore, che non avrebbe perciò nessun rapporto 
con la dedizione di Alessandra. Il riserbo gelosamente conser- 
vato dall’Ariosto sui suoi amori e particolarmente su quello 
con la Benucci, lo escluderebbe, e forse il capitolo, che già si 
trova raccolto in un manoscritto della fine del secolo XV,0 
tutt'al più del primo decennio del Cinquecento, rientra fra 
quei componimenti giovanili che cantavano all'ombra dei 
lirici latini facili conquiste più o meno vere. 

Ma è naturale che, leggendo le terzine di questo capitolo. 
gonfie e gorgoglianti di pagana voluttà, si pensi subito al Poeta. 
che finalmente ha trovato nella sua Alessandra il pieno appa- 
gamento del cuore. 

Quale abisso fra questo canto squillante di gioia e il vago 
sogno appena appena vagheggiato dal Petrarca di trovarsi con 
Laura «solo una notte e mai non fosse l’alba », o l'invito 
rivolto alla cameretta e al letticciolo testimoni delle sue pene 
(CCXNXXIV)! tra la concezione idealistico-amorosa di messer 
Francesco e quella impetuosamente sensuale degli uomini del 
Rinascimento! 


————€ 


(1) Sulle fonti e sulla fortuna di questo capitolo vedi SALZA, Studi. 
pp. 68 sug. e FATINT, Fortuna, 60-61. 


LE “ kIME,, DI LUDOVICU ARIOSTO 158 


Nell’incalzare delle apostrofi che si susseguono con impeto 
sempre più vivo, lo stesso ritmo si fa più rapido e penetrante: 
dalla notte alle stelle, dal sonno alla porta, alla mente... 


O mente ancor di non sognar incerta, 
quando abbracciar da la mia dea mi vidi, 
e fu la mia con la sua bocca inserta! 

O benedetta man, ch’indi mi guidi; 

o cheti passi che m’andate inanti; 
o camera, che poi così m'attidi! 

O complessi iterati, che con tanti 
nodi cingete i fianchi, il petto, il collo. 
che non ne fan più l’edere o li acanti! 


E la bocca, e il fiato, e il letto: 


Voi tutti ad un ad un, ch’ebbi de l'alto 
piacer ministri, avrò in memoria eterna, 


e quanto è il mio poter sempre vi essalto. 


Le immagini di Ricciardetto e di Fiordispina (XXV, 69) e 
particolarmente quelle di Ruggero e di Alcina (VII, 27-32), 
balzano dalle loro ottave più eleganti e più raffinate per con- 
fondere la piena della loro voluttà con quella di questi versi: 
sorgente l’una e l’altra dal fondo d’un cuore avido di godere e 
da una fantasia adagiantesi in una mollezza ovidiana (Meta- 
morfosi, IV): 

Or sino agli oechi ben nuota nel golfo 


de le delizie e de le cose belle. 


Così col suo Ruggero (VII. 27) nell’ebbrezza della gioia, 
può ripetere l’Ariosto, che, a differenza dei modelli, s’indugia 
nell’elogio della lucerna, non per uno scherzoso capriccio d’acco- 
munare alla sua letizia quel modesto strumento della luce 
notturna, ma per aver modo di enumerare con voluttuosa 
compiacenza le bellezze fisiche dell'amata, che la fantasia scol- 
pisce nette e sgombre di aggettivi, perchè il loro effetto sugge- 
stivo sì comunichi più rapidamente dagli occhi ai sensi agitati 
e sconvolti: 


154 G. FATINI 


Quanto più giova in sì suave effetto 
pascer la vista or de li occhi divini, 
or de la fronte, or de l’eburneo petto; 
mirar le ciglia e l’aurei crespi crini, 
mirar le rose in su le labra sparse, 
porvi la bocca e non temer de’ spini; 
mirar le membra, a cui non può uguagliarse 
altro candor, e giudicar mirando 
che le grazie del ciel non vi fiùr scarse, 
e quando a un senso satisfar, e quando 
all’altro e sì che ne fruiscan tutti, 
e pur un sol non ne lasciar in bando! 


Qui il ritratto animato d’una bella donna gareggia con le 
pitture del Tiziano, irraggianti dai loro corpi pastosi e morbidi 
il trionfo della carnalità più prosperosa: per questo il capitolo 
si diffuse manoscritto e stampato, e trovò imitatori, uno dei 
quali osò perfino adattarlo a cantare le lodi del Natale di 
Gesù (1). 

Con la vittoria il Poeta è tratto ad esaltare, senza infingimenti 
artiticiosi e con piena aderenza alla bella immagine che la fan- 
tasia s'è raffigurata e della quale vive, le doti fisiche di Alese 
sandra. 

Ecco un quadro incantevole, nel quale la visione pittorica 
è tutt'una con la visione fantastica delle bellezze della sua donna. 
che stilano con una lentezza armoniosa, come se il Poeta indu- 
giasse per gustarne adagio adagio la suggestiva fragranza (2) 
(son. XXV): 

Madonna, sete bella e bella tanto, 
ch'io non veggio di voi cosa più bella; 
miri la fronte o l'una e l’altra stella, 


che mi scorgon la via col lume santo; 

(1) Barberin. lat. 3887, c. 54 db; secondo il BAROTTI (Opere di L. A. 
VI, pp. 107-108), Celio Calcagnini lo ridusse in latino; un’ampliti- 
cazione del cap. è in cod. Asbhurn. 1073, ec. 99-100. 

(2) Per la imitazione fattane da alcuni poeti francesi vedi le mie 
Opere minori, p. 300. 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 155 


miri la bocca, a cui sola do vanto, 
che dolce ha il riso e dolce ha la favella, 
e l’aureo crine, ond’Amor fece quella 
rete che mi fu tesa d’ogni canto; , 
o di terso alabastro il collo e il seno, 
o braccia o mano, e quanto finalmente 
di voi si mira, o quanto se ne crede, 
tutto è mirabil certo; nondimeno 
non starò ch’io non dica arditamente 
che più mirabil molto è la mia fede. 


Peccato quel concettuzzo finale, che mette d’un tratto sul 
quadro un piccolo sgorbio per far posto ad un vieto contrasto 
petrarchesco! Questi spunti artificiosi, specialmente verso la 
chiusa del componimento, non mancano anche in altre poesie, 
come nei sonetti XIV e XV, in cui l’Ariosto alla celebrazione 
delle doti fisiche di Madonna contrappone quella delle doti 
morali e intellettuali, smorzando così nella serenità contem- 
plativa delle prime quella calda luce che riempie di visiva 
dolcezza la prima quartina delle due poesiole: 

Quando prima i crin d’oro e la dolcezza 
vidi degli occhi e le odorate rose 
de le purpuree labra e l'altre cose 
ch’in me creàr di voi tanta vaghezza, 
pensai che maggior fusse la bellezza 
di quanti pregi il ciel, Donna, in voi pose. 
Altri loderà il viso, altri le chiome 
de la sua donna, altri l'avorio bianco 
di che formò Natura il petto e il fianco: 
altri darà a’ begli occhi eterno nome; 
ma lui ne esalterà l'ingegno, l'animo, la facondia, l'onestà, cce.: 
omaggi di galanteria un po’ leziosi e petrarcheggianti (CXLVI), 
che raffreddano l’ispirazione; sempre migliori però del son. V, 
che in una artificiosa e oscura progressione vorrebbe cantare 
la felicità di tutto ciò che avvicina Madonna, superata solo 
da quella che gode chi ha la fortuna di amarla. 


150 G. FATINI 


L'ispirazione ritorna schietta e placida, senza il turbamento 
della passione prepotente, nel madrigale VIII: la contentezza 
brilla luminosa dai versi come dal volto del Poeta, per diffon- 
dersi con pacata serenità in immagini dalla luce attenuata e 
dai colori moderati: nello sfondo il paesaggio lunare emana 
un sorriso di pace. 

La bella donna mia d’un sì bel fuoco 
e di sì bella neve ha il viso adorno, 
ch’Amor, mirando intorno 
qual di lor sia più bel, si prende giuoco. 
Tal è proprio a veder quell’amorosa 
fiamma che nel bel viso 
sì sparge, ond’ella con soave riso 
sì va di sne bellezze inamorando; 
qual è a veder, qualor vermiglia rosa 
scuopra il bel paradiso 
de le sue foglie, allor che ’1] sol divise. 
da l’oriente sorge il giorno alzando. 
E bianca è sì come n’appare, quando 
nel bel seren più limpido la luna 
sovra l’onda tranquilla 
coi bei tremanti suoi raggi scintilla. 
Sì bella © la beltade che in quest’una 
mia donna hai posto, Amor, e in sì bel loco, 
che l’altro bel di tutto il mondo è poco. 


A questo stato d’animo tranquillo deve riferirsi la canzone I. 
che è come una storia idealizzata dell'amore per la Benucci, 
scritta nella pienezza dei desideri soddisfatti, per rendere 
ancora un omaggio a lei, o forse per suo desiderio. Essa s’ispira, 
nella concezione generale, alla nota canzone delle Metamorfost 
(XXIII, Canzoniere), che ha imprestato anche qualche linea: 
ma lo spirito informatore deriva dalla serena visione con cu 
l'occhio del Poeta avvolge tutto il passato: dalle prime impres- 
sioni che lo trassero a vagheggiare la bella donna, agli sforzi 
fatti per soffocare la nascente passione, dall’incontro di Firenze 
al reciproco innamoramento e alla gioia della presente schia- 


LE “ KIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 157 


vitù. Le strofe sono pittoriche, senza slancio passionale, ani- 
mate da un sentimento che si sorprende più nella calma, quasi 
idilliaca, e nel tono armonioso delle espressioni che nella forza 
delle idee. Il ricordo dei tentativi compiuti per sottrarsi al 
fascino della sua bellezza, e pertino la rievocazione della lotta 
interiore tra la speranza e la certezza di non poter riuscire, 
sono delineati con tocchi placidi e morbidi, che ravvivano il 
frasario e le reminiscenze petrarchesche, perchè su di essi 
sì proietta serena la letizia del presente, che induce a vedere 
roseo anche il passato. 

Il Poeta s’indugia particolarmente su l’incontro fiorentino, 
che è come il punto centrale della canzone (1); il richiamo dei 
festeggiamenti serve a porre in più fulgida luce la donna.. 


Porte, finestre, vie, templi, teatri 
vidi piene di donne 
a giuochi, a pompe, a sacrifici intente, 
e mature ed acerbe, e figlie e matri 
ornate in varie gonne; 
altre star a conviti, altre agilmente 
danzare; e finalmente 
non vidi, né senti’ ch’altri vedesse, 
che di beltà potesse 
d’onestà, cortesia, d’alti sembianti 


voì pareggiar, non che passarvi inanti. 


Il pensiero del lettore corre alla descrizione delle feste di 
Damasco, mentre le donne dalle finestre addobbate si prepa- 
rano ad assistere alla giostra (Furioso, XVII, 20-21): 


Adorna era ogni porta, ogni finestra 

di finissimi drappi e di tapeti, 

ma più di belle e ben ornate donne 

di rieche gemme e di superbe gonne. 
Vedeasi celebrar dentr’alle porte, 


in molti lochi, solazzevol balli. 


(1) Per la illustrazione della canzone vedi il mio commento in 
Opere minori, pp. 264-74. 


158 G. FATINI 


La stessa vivacità e varietà di colori; ma nella canzone tutto 
per dar risalto alla bellezza di Alessandra. Così nella descrizione 
raffinata dell’acconciatura c’è il ricordo di Alcina (VII, 9-13) 
con le sue grazie voluttuose, come nella figura qualche linea 
di Angelica, ma c’è soprattutto la realtà femminile quale ì 
pittori del Rinascimento hanno eternato; c’è Alessandra quale 
gli era apparsa in Firenze e in Ferrara in mezzo alle belle amiche, 
e con quella elegantissima acconciatura, cui conferivano va- 
ghezza anche le ricche vesti trapunte da imprese d’amore. 


Trovò gran pregio ancor, dopo il bel volto, 
l’artificio discreto, 
ch’in aurei nodi il biondo e spesso crine 
in rara e sotil rete avea raccolto; 
soave ombra dirieto * 
rendea al collo e dinanzi alle confine 
de le guance divine, 
e discendea fin all’avorio bianco 
del destro omero e manco. 
Con queste reti insidiosi Amori 
preson quel giorno più di mille cori. 


Gli Amorini petrarcheschi (Canzon., III), che ritornano più 
vezzosi dei nostri a volare con aria birichina intorno ad Al- 
cina (Furioso, VI, 75), portano una nota di leggiadria e di grazia, 
che raggentilisce, smorzando le tinte della descrizione, tutta 
la scena e le linee del ritratto quali si presentano, a distanza 
di tempo, alla fantasia del Poeta, accesa dal ricordo, ed al 
cuore contento del presente. Siamo quasi in un’atmosfera in 
cui i suoni vaniscono in una lontanante armonia, e i colori 8 
stemperano in una mitezza di tinte, tutto intonandosi allo 
spirito contemplativo e sognatore dell’Ariosto, alieno dal fic- 
care lo sguardo nel fondo delle cose. Così con semplicità di 
parole, appena nobilitate dalla tigurazione degli Amorini, e in 
una fugacità di rime soavemente petrarcheggianti, ritrae la 
circostanza dell’innamoramento, che ad altri avrebbe chiesto 
parole colorite, reboanti, retoriche. 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 159 


E lo legàro in così stretti nodi, 
che più saldi un tenace 
canape mai non strinse né catene; 
e chi possa avenir chi me ne snodi, 
d’imaginar capace 


non son, s’a snodar Morte non lo viene. 


Perse così la sua libertà, ma non se ne duole: lo dichiara con 
un concetto tutto petrarchesco, che non sconviene al tono della 
canzone moventesi in un’atmosfera ideale: 

Mi dolgo ben che de’ soavi ceppi 
l’inefabil dolcezza 
e quanto è meglio esser di voi prigione 
che d’altri re, non più per tempo seppi. 
La libertate apprezza, 
fin che perduta ancor non l'ha il falcone; 
preso che sia, depone 
del gir errando sì l’antiqua voglia, 
che sempre che si scioglia 
al suo signor a render con veloci 


ale s’andrà, dove udirà le voci. 


Il paragone del girifalco è ben scelto, anche perchè con quel- 
l’agile movimento segna efficacemente la leggerezza e la soa- 
vità del ritmo, che si effondono da tutti i versi ed esprimono 
tutta la gioia dell'amante corrisposto. 

Alla storia del suo amore ritorna anche col sonetto XXI, 
che in uno scatto di gioia rievoca l’incontro fiorentino — pur 
troppo con una inopportuna comparazione mitologica —, ag- 
giungendo che ne uscì così trafitto che stette per morirne: 
conferma così la lunga resistenza della donna, la quale 

- + + + . tosto che 8’accorse 
esser l’anima in lei da me fuggita, 


la sua mi diede ed or con questa vivo. 


Del resto, egli è soddisfatto del carcere soave, ov’è prigione 
di Madonna, perchè gli dà modo di godere senza limite e senza 
temer nulla dalla « bella e dolce nemica ». Le solite immagini 


160 G. FATINI 


petrarchesche si disperdono nelle carezze e nei baci, formal- 
mente suggeriti dal cantore di Lesbia, realmente offerti dalla 
realtà: chè in quella dolce prigione egli non aspetta nè dolori, 
nè morte, nè sentenze di giudice severo (son. XIII), 


ma benigne accoglienze, ma complessi 
licenziosi, ma parole sciolte 
da ogni fren, ma risi, vezzi e giochi; 
ma dolci baci, dolcemente impressi 
ben mille e mille e mille e mille volte; 
e se potran contarsi anche fien pochi. 


L'eco catulliana (V e VII)si conserta con quella properziana 
(III, 7), ma per fondersi con la diretta ispirazione del cuore, 
che si accende di desideri voluttuosi, che non vorrebbero aver 
fine: la vita trionfa nell’amore e il Poeta nuota in un mare di 
dolcezze. 

Ai suoi sentimenti l’Ariosto fa partecipare anche Madonna: la 
finzione poetica era frequente, anche perchè i motivi di essa 
erano suggeriti dalla realtà, ora dei curiosi, che mirano a sco- 
prire negli altri i segreti del cuore, ora dei maligni, che, invi- 
diosi della felicità altrui, spargono voci diffamatorie, ora dello 
stesso innamorato, che a torto interpretando il comportamento 
di lei ne mette in dubbio la solidità dell’affetto. 

Tre capitoli appunto sono messi in bocca di Madonna (IV, 
VI, XIII): nel primo la donna dichiara di non voler palesare 
ad alcuno il segreto significato della sua penna nera in fregio 
d’oro, ammonendo i curiosi che è sempre pericoloso il desi- 
derio di conoscere i segreti altrui. Se il Frizzi vuol vedervi 
l'arma degli Ariosti (un’aquila nera spiegata in campo azzurro 
con tre pali d’argento e lo spaccato d’oro), il Baruffaldi arzi- 
gogola sul significato della penna dicendo che «l’aureo bion- 
«deggiare della chioma spiccava tanto sul nero della vesta, che 
«Ludovico volle di tal contrapposto formarsi una propria 
«impresa, o vogliam dire, distintivo particolare, come era 
«costume de’ cavalieri nelle comparse alle giostre o tornea- 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 161 


* menti; ed ecco spiegato l’enigma poetico » (1). Ma il Baruffaldi 
non si è avvisto che parla una donna (vv. 14-15, 38-40) e che 


gi tratta d’un omaggio di galanteria poetica, che l’Ariosto affida 


a Madonna, perchè più suggestiva ed efficace arrivi la sua voce 
contro gli importuni. Può anche darsi che l’argomento muova 
da una impresa amorosa, trapunta sulla veste, simile a quella 
che Alessandra portava ricamata il giorno dell’incontro fioren- 
tino. Sia o non sia, il capitolo è piuttosto prosaico, freddo e 
stiracchiato col prolisso ricordo di Tiresia e di Atteone. 
Non di molto superiore è il capitolo VI, forse ispirato da 
quelle mormorazioni di cui un’eco è rimasta in una lettera scritta 
dalla Benucci parecchi anni più tardi (2), nel 1525; anch’esso 
è una fiera riprensione da Madonna rivolta ai propalatori di 
voci maligne a suo carico. Ella si meraviglia della indifferenza 
degli dèi verso tali uomini, degni di severa punizione, e si 
difende col ricordo di esempi antichi e mitologici; ma è una 
difesa fiacca, pedestre, erudita: un po’ di calore oratorio, 
non veramente poetico, si sorprende nell’atfermazione della 
sua innocenza: 
Al ferro, al foco, al tosco, a ogni periglio 
chieggio d’espormi, per mostrar ch’a torto 
ho da portar per questo basso il ciglio. 


Pronta a subirne la punizione, se sarà riconosciuta colpevole, 
vuole che 
. se sì mente chi incolpata m’àve; 
come è sincero il cor, così di fuore 
ogni bruttezza presto mi sì lave; 
e tutto quel martir ch’a tanto errore 
sì converria, veggia cader su l’empio 
che de la falsa accusa è stato autore; 


sì che ne pigli ogni bugiardo essempio. 


(1) Vita di L. A., p. 156; Frizzi, Memorie storiche della nobil fa- 
miglia Ariosti, in Raccolta ferrarese di opuscoli scientifici e letterari, III, 
Venezia, 1780, p. 107; su questo capitolo vedi pure SaLza, Studi, 
bp. 178-79. 


(2) Lettere di L. A., p. 321. 


Giornale storico — Suppl. n° 25. . 11 


PI] 


162 G. FATINI 


Dato il carattere retorico dei due capitoli, si potrebbe pen- 
sare che appartengano al gruppo dei componimenti giovanili. 
insieme col capitolo XIII, che protesta con una certa robustezza 
la tenace fedeltà di Madonna contro i dubbi borbottati su di 
lei. Ma forse è preferibile metterli in relazione con le chiacchiere 
che avevano costretto Alessandra a contenere in un dove- 
roso riserbo la manifestazione del suo affetto, provocando nel- 
l'amante l’impressione di un immeritato raffreddamento. 

Nessuna forza umana o divina potrà svellerle dal cuore l’amore 
che nutre per lui: essa dichiara energicamente. Il tema è dei 
più comuni fra i petrarchisti, che fanno capo al maestro (LVII, 
CXLV); ma l’accento si mantiene dal principio alla fine vigo- 
roso ed elevato, senza cadere nella banalità e nella gonfiezza. 


Qual son, qual sempre fui, tal esser voglio, 
alto o basso Fortuna che mi ruote, 
o siami Amor benigno o m’usi orgoglio; 

io son di vera fede immobil cote, 
che "1 vento indarno, indarno il flusso alterno 
del pelago d'amor sempre percuote. 

Né già mai per bonaecia né per verno, 
di là dove il destin mi fermò prima. 
luoco mutai né muterò in eterno. 


Piacque tanto all Ariosto che lo rifuse in ottave per il lamento 
di Bradamante (XLIV, 61-66), aggiunto nella terza redazione 
del poema (1). 

E giacchè parliamo di componimenti retorici così vaghi € 
incolori da non offrire alcun sicuro elemento per poterlì anno- 
verare in uno dei tre gruppi, ricordiamo qui anche i capitoli 
XVIII e XIX, che per il soggetto meriterebbero di essere 
relegati col manipolo dei cap. XX-XXVII, fra le esercitazioni 
giovanili, ma per la fattura, non sprovvista di una certa ele 
ganza esteriore e vivacità, vogliono essere considerati a $è. 


(1) Vedi GG. PATINI, Curiosità ariostesche, in Giorn. stor., 55, 77 S£® 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 163 


Non è da escludersi che in momenti di animo tranquillo l’ Ariosto 
si sia compiaciuto di queste manifestazioni poetiche, senza che 
traessero origine in lui da un’intima ispirazione; onde i capi- 
toli IV, VI, XIII, XVIII e XIX potrebbero essere tutti o 
alcuni frutto di un capriccio poetico, prima o dopo l’amore per 
la Benucci. 

Certo i capitoli XVIII, che descrive gli effetti d’Amore, e 
il XIX, che canta l’amore come la perenne aspirazione del 
suo cuore, sono una serie ben congegnata di antitesi, che si 
succedono di terzina in terzina con una insistente ripetizione 
della mossa iniziale da richiamarci alla poesia popolare o popo- 
lareggiante. 

Chi pensa quanto il bel disio d’amore 
un spirto pelegrin tenga sublime, 
non vorria non averne acceso il core; 

se pensa poi che quel tanto n’oppriine 
che l’util proprio e il vero ben s’oblia, 
piange invan del suo ardor le cagion prime. 


Con una scorrevolezza garbata continua a enumerare gli 
effetti piacevoli e spiacevoli d’amore, concludendo arguta- 
mente: 


Chi pensa, in summa, che per quante scale 
s’ascende al ben d’amor, per altre tante 
poi si ruina, sa ch'è minor male 


smontar che, per cader, salir più inante. 


Quell’eco lontana di una celebre terzina dantesca par che 
suggelli più nobilmente la lunga sfilata dei beni e dei mali che 
l'Amore regala all’umanità. 

Più schiettamente personale è lo svolgimento del tema nel- 
l’altro capitolo; una variante al noto tema oraziano e tibul- 
liano (I, 1) dei vari desideri che travagliano gli uomini: l’Ariosto 
non ne ha che uno e per esso lascia volentieri agli altri il campo 
libero perchè raggiungano la meta ambita o si appaghino del 
desiderio vagheggiato. 


164 G. FATINI 


Piaccia a cui piace, e chi lodar vuol lodi, 
e chiami vita libera e sicura 
trovarsi fuor de li amorosi nodi; 

‘ch’io per me stimo chiuso in sepoltura 
ogni spirto ch’alberghi in petto, dove 
non stilli Amor la sua vivace cura. 


L'amore è la perenne aspirazione del suo cuore: un amore 
caldo, umano, per il quale è disposto a rinunziare a qualsiasi 
ricchezza, gioia, soddisfazione: 

Ch’io per me pur ch'io sia caro a quell’una, 
ch'è mio onor, mia ricchezza e mio desire, 
non ho all’altrui corone invidia alcuna. 


Chi sarà mai « quell’una »? Peccato che in questa esaltazione 
d’amore egli abbia celato alla nostra curiosità le belle immagini 
femminili, che deliziarono i suoi sogni di giovane e di uomo 
maturo, perchè, come del resto già sappiamo, l’amore fu per 
lui, come per il mesto Tibullo, l’alimento del suo cuore: 


Interea, dum fata sinunt, iungamus amores: 
iam veniet tenebris Mors adoperta caput, 

iam subrepet iners aetas, nec amare decebit, 
dicere nec cano blanditias capiti. 


Così Tibullo (I, 1); l’Ariosto più sereno non fa distinzione 
di età: 
ch'io per me voglio al capel nero e al bianco ‘ 
amar ed essortar sempre che s’ami; 
e se in me tal voler dee venir manco, 


spezzi or la Parca alla mia vita i stami. 


Però non tutto e non sempre nell’amore è serenità e appa 
gamento; anche nella storia dell’ultima passione dell’Ariosto 
non è difficile cogliere note di contrarietà, ombre di turba 
mento e di tormento. Un contrattempo gli ruba una notte 
d’amore lungamente attesa: ed ecco il capitolo IX descrivere 
l'ansia, il dispetto, la speranza e la delusione del notturno 
visitatore, che un bel chiaro di luna, invitante le persone ® 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 160 


godersi l’insolito passeggio, costringe a star lontano dalla 
casa di Madonna, spiando il momento opportuno per entrare 
inosservato; finchè indispettito dalla vana attesa si ritira. Vera- 
mente la mossa iniziale del componimento 
O nei miei danni più che ’] giorno chiara, 
erudel, maligna e scelerata notte, 
ch'io sperai dolce ed or trovo sì amara! 


e il prolisso sfogo contro la Luna, inviluppato nel ricordo mito- 
logico di Endimione, fanno pensare ad un esercizio poetico, 
che ricorda vagamente l’idillio VIII di Mosco e la 28 elegia di 
Tibullo (libro I), in antitesi al famoso capitolo della lucerna (1). 
Freddo e artificioso nei primi versi (1-24), lo sfogo si accende 
di accenti lirici appena che il Poeta s’è liberato o quasi dal 
ciarpame erudito: 


Oh che letizia m’è per te contesa! 
Non è assai che Madonna mesi ed anni 
l’ha fra speme e timor fin qui suspesa ? 

Oh qual di ristorar tutti i miei danni, 
oh quanta occasione ora mi vieti, 
che per fuggir ha già spiegati i vanni! 

Ma scopri pur finestre, usci e pareti; 
non avrà forza il tuo bastardo lume 


che possa altrui scoprir nostri secreti. 


Anche se la poesia è una esercitazione, l’Ariosto ha qui 
dimenticato il Petrarca (LII) e Tibullo per ascoltare ingenua- 
mente il suo cuore, che, tormentato dal desiderio, non vuole 
lassegnarsìi alla rinunzia: 


Ma priego e parlo a chi non ode; e ’1 giorno 
S'appressa in tanto, e senza frutto, ahi lasso! 
or mi lievo, or m'accosto, or fuggo, or torno. 

Tutto nel manto ascoso, a capo basso, 
vo per entrar; poi veggio appresso o sento 


chi può vedermi e m'allontano e passo. 
_—— 


(1) It Carducci volle imitarla nella lirica A Diana Trivia. 


166 G. FATINI 


Par di vederlo tutto raccolto, a capo basso, per sfuggire al- 
l’occhio altrui e spiare il momento buono per entrare. 

Nel piccolo gruppo di liriche ariostee non mancano altre poesie 
che palesano momenti non felici del suo amore. 

Così l’Ariosto se la prende con la Fortuna (son. I), che gli 
contende di godere la vicinanza di Madonna; ne viene un 
quadretto studiato, involuto di ricordi mitologici, insipido, 
anche se corretto. In un altro sonetto (XII) rievoca il luogo 
del suo innamoramento con due quartine discretamente effi- 
cacì, in cui si riflette un’eco del Paradiso di Alcina (VI, 73), 
confuso con echi petrarcheschi (XIII), mentre le terzine si 
svolgono inespressive e poco chiare su di un vieto motivo 
platonico. Ora se la prende con Madonna, che dà prova d'affetto 
assai lieve, se è bastato a intiepidirlo la parola minacciosa di 
qualche invidioso o maligno; come nel madrigale IV, robusto 
e semplice, anche se si muove in un'atmosfera petrarchesca: 


Per gran vento che spire, 
non si estingue. anzi più cresce un gran foco, 
e spegne e fa sparire — ogn’aura il poco. 
Quanto ha guerra maggiore 
intorno in ogni loco e in su le porte, 
tanto più un grande amore 
sì ripara nel core, e fa più forte. 
D'umile e bassa sorte, 
Madonna, il vostro si potria ben dire, 
se le minacce l'han fatto fuggire. 


. Ora la rimprovera acerbamente del raffreddamento che ha 
notato, ma con note del Canzoniere che non hanno subìta nes- 
suna elaborazione fantastica, specialmente dopo la prima quar- 
tina (son. II): 
Mal si compensa, ahi lasso! un breve sguardo 

all’aspra passion che dura tanto; 

un interrotto gaudio a un fermo pianto; 

un partir presto a un ritornarvi tardo. 

Ora mette in dubbio la fede di lei nel sonetto XXVI, che 

da garbato elogio rivolto all’amabile ricamatrice diventa un 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 167 


contorto elogio alla sua costanza d’amore coll’implicito inten- 
dimento di contrapporla al non troppo saldo affetto di lei. 
Le quartine non sono brutte, specialmente per il tono carez- 
zevole che vi scorre, ma quanto più espressiva la piccola scena 
di Fiordiligi che ricama la sopravveste di Brandimarte ! (XLI, 
31-33). 

Nel capitolo XII, infine, ne piange la noncuranza con accenti 
di sincero dolore, che lasciano sospettare un vero periodo di 
pieno raffreddamento, imposto alla Benucci forse dalla neces- 
sità familiare di essere più guardinga; a meno che anch’esso 
non sia nato dal capriccio dell’autore di rivivere fantastica- 
mente il travaglio di un amante trascurato o abbandonato. 

L’Ariosto invita a partecipare alle sue amare delusioni tutti 
quei luoghi che furono testimoni del suo amore, perchè il ricordo 
della perduta felicità lo angustia continuamente. Il tema è 
d’intonazione particolarmente pastorale; l’Ariosto lo aveva 
già toccato nel cap. XV, che abbiamo già visto, e con altro 
spirito nel Furioso, quando Orlando subisce insieme con lo 
strazio del cuore il disfacimento della sua intelligenza, nel 
vedere che alberi, fonte, luoghi, paesaggio tutto gli canta la 
felicità palese di. Angelica e di Medoro; in queste terzine il 
Poeta, temperato dal modello petrarchesco, modera l’ardenza 
delle sue querele, che assumono un’intonazione piuttosto molle 
e qua e là cadono nell’artificio e nel convenzionale: 


O lieta piaggia, o solitaria valle. 

o culto monticel, che mi difendi 
l'ardente sel con le tue ombrose spalle; 
o fresco e chiaro rivo, che discendi 

nel bel pratel fra le fiorite sponde, 


e dolee ad ascoltar mormorio rendi; 
il lamento, che s’inizia con un’eco del Furioso (I, 35; II, 34-35), 
va poi alle ninfe, ai fauni, ai sassi, alle piante, ecc., perchè 


. come al vecchio gaudio, testimoni 


mi siate ancora alla mestizia nuova. 


168 G. FATINI 


Dopo questo invito, che si svigorisce di calore nel prosaico 
elenco degli elementi invocati, egli fa la sua presentazione, 
perchè teme di non essere riconosciuto, tanto il dolore l’ha 
cambiato: 

Io son quel che solea, dovunque o dritto 
arbor vedea o tufo alcun men duro, 
de la mia dea lasciarvi il nome scritto; 

io son quel che solea tanto sicuro 
già vantarmi con voi, che felice era, 
ignaro, oimè! del mio destin futuro. 


L’eco del Furioso (XIX, 36; XXIII, 106, 108, 109) raggen- 
tilisce l’espressione, che, semplice e schietta, si fa conci 
tata nel rievocare le gioie perdute, quando nei giorni della felì- 
cità, al pari di Medoro e di Angelica, anch'essi incidevano negli 
alberi i loro nomi intrecciati: 

Quella, oimè! quella, quella, oimè! da cui 
con tant’alto principio di mercede 
tra i più beati al ciel levato fui, 

che di fervent'amor, di pura fede, 
di strettissimo nodo da non sciòrse 
se non per morte mai speme mi diede; 

or non m'ama né apprezza ed odia forse 
e sdegno e duol credo che ’1 cor le punga 
che ad essermi cortese unqua sì torse. 


Il dolore gorgoglia come un singhiozzo in quella prima terzina, 
sì stende poi in uno sfogo amaro, che s’indugia nel ritmo mar- 
tellante, quasi le parole provin fatica a uscire dal labbro. Quanta 
amarezza nel ricordo! Era già grave la privazione di un giorno, 
figurarsi quella di lunghi mesi, ora che ella insensibile alle 
sue preghiere gli nega tutto: 

Non pur al suavissimo abbracciarse 
de l’amorose lotte, e ai dolci furti 
le dolci notti a ritornar son scarse; 

ma quelli baci ancora, a’ quai risurti 
miei vital spirti son spesso da morte, 
mi niega o mi dà a forza secchi e curti. 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 169 


Nell’affollarsi dei felici ricordi, perde l’esatta visione del 
presente, non essendo sicuro nemmeno se ella gli nega i suoi 
baci o se glieli dà «secchi e curti »; anche la dolcezza dello 
sguardo gli è contesa: 


Le belle luci, cimé! questo è il più forte, 
si studian che di lor men fruir possa, 


poi che si son di più piacermi accorte. 


Allamento, dettato dalla sete insaziata dei sensi, cui partecipa 
il cuore con ricchezza di sentimento, segue un rimprovero 
corretto e direi elegante, ma piuttosto freddino: ripete all’in- 
circa e nel tono e nei concetti il rimprovero del capitolo XV, 
già esaminato (i vv. 79-81 = XV, 76-78; 85-93 = XY, ecc.); 
ma si risolleva alquanto nel riaccendersi delle belle immagini 
del passato: 


Pur io non sentirei la doglia quanta 
la sento per memoria di quei frutti 
ch’or mi niega d’accòr l’altiera pianta. 
L’esserne privo causa maggior lutti, 
poi ch'io n’ho fatto il saggio, che non fòra 
s’avuto ognor n’avessi i denti asciutti. 
D’ingrata e di erudel dar nota allora 
io vi potea; d’ingrata e di erudele, 


ma di più, dar di perfida posso ora. 


Così apre timidamente la via alla speranza che la gioia presto 
torni a brillare nel suo cuore (1). 

In qualche momento però si mostra stanco anche lui; il 
peso che la sua «stella » o il suo «destino » gli ha imposto è 
così grave che teme di morirne. Questo il tema del capitolo XIV, 
che si svolge con una serie di paragoni (nove per 44 versi !), che 
annolano con la loro monotonia e aridità; a mala pena un alito 
di calore spira nell’ultima terzina, che vorrebbe conchiudere 


(1) Su questo cap. e su di una redazione più breve vedi FATINI, 
Fortuna, 61-66; vedi pure SALZA, Studi. pp. 59-61. 


170 G. FATINI 


lo sforzo, a cui l’amore, che «a principio sì m'era soave », lo 
ha condannato con un timido accento di ribellione: 
Stolto serò quando io perisca e taccia 
sotto il gran peso intolerando e vasto, 
si che dirò, prima ch’oppresso giaccia, 


c'ho fatto oltra il poter. e a più non basto. 


Il Giovio (1) ricorda che il cardinale Ippolito aveva per im- 
presa un cammello inginocchiato, carico d’una gran soma, col 
motto spagnolo « Non suefro mas de lo que puedo », l’Ariosto 
aveva in mente l’immagine e il motto? In tal caso il capitolo 
non potrebbe essere una illustrazione poetica di essi! 


* 
* * 


Fra le liriche dettate da motivi spiacevoli o dolorosi, due 
piccoli nuclei traggono ispirazione, l’uno, dal male che colpì 
Madonna obbligandola a tagliarsi la bellissima chioma, l’altro 
dalla lontananza a cui il Poeta di quando in quando era costretto. 

Un giorno Madonna cadde gravemente malata; la paura 
di perderla, esasperando la sensibilità del suo cuore, spinge 
l’Ariosto a rivolgersi a Dio invocandone la guarigione e dichia 
randosi pronto, se necessario, a morire in cambio di lei. Fin 
dall'inizio l’espressione poetica, traducendo l’intensa trepi- 
dazione, dipinge con caldo sentimento i rovinosi effetti del 
male (XVII): 


Lasso! che già, poi che Madonna giace, 
due volte ha scemo ed altro tanto il lume 
ricovrato il pianeta che più tace; 

sì che sul vivo avorio sì consume 
quell’ostro, quel che di sua man vi sparse 
la dea che nacque in le salate spume, 

e quei begli occhi in che mirando s’arse 
le penne Amor, e si scorciò si l’ale, 
ch'indi non poté mai dopo levarse, 


(1) P. Giovio, Dialogo dell'imprese militari et amorose, Roma. 
1545, p. 119. 


I E 


_— 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 171 


muoveno, afflitti dal continuo male, 
tanta pietà, che ’1 ciel metton sovente 
qua giù in dispetto, in odio acre e mortale. 


L’Ariosto forse si trova presso di lei, mentre detta questi versi: 
il pallore e il languore di quegli occhi, sfiniti da due mesi di 
malattia, lo commuovono così profondamente da’ indurlo a 
cercare nel cielo l’autore dei nostri mali, come non di rado av- 
viene quando il cuore bruciante di passione è colpito nei suoi 
affetti più cari. E si domanda perchè ella deve soffrire: 


Perché patir debb’ella ? Ove si sente 
divina o umana legge o usanza alcuna 
che dar pena consenta a una innocente ? 


Non sono interrogazioni retoriche per allungare il componi- 
mento; ma un infrenabile sfogo dell’uomo che non sa rasse- 
snarsi. 

Gli verrebbe la voglia di una meschina vendetta, perchè 
Madonna non si è comportata con lui con quell’affettuosità che 
egli meritava; è un concetto petrarchesco che raffredda un 
po’ il calore dell’espressione. Ma egli dimentica volentieri, 
purchè sia salva, e con lo stesso accento sincero che sgorga dal 
cuore di Ariodante, quando questi accorre a difendere dall’ac- 
cusatore l’infelice Ginevra (Furioso, VI, 10), le perdona: 


Sa me non duole, ad altri non ne doglia; 
s’io sol ne son otteso e le perdono, 
ingiusto è el’altri a vendicar mì toglia. 
Così quanto di lei creditor sono 
del mio leal servir di cotanti anni, 


dipenno tutto e volentier le dono. 


Qui potrebbe il capitolo terminare, ma la mania dell’eru- 
dizione storica e mitologica lo porta a riandare in terzine sti- 
racchiate e retoriche esempi di personaggi, che hanno ofterto 
Sè stessi per liberare altri. Quanto più efficace la preghiera @ 
Dio che egli interpone fra quegli esempi, anche se riecheggia 
(III, 25) Properzio! 


172 G. FATINI 


O Padre eterno, i miei prieghi seconda; 
fa’ ch’io languisca e che Madonna sani; 
fa” ch'io mi doglia e torna lei gioconda. 

E se morir ne dee (che però vani 
sieno li augùri), di morir per lei 
supplico e al ciel ne lievo ambo le mani. 

Forse con questa malattia, che può darsi sia la medesima 
deplorata nel pedestre sonetto XXX, va messa in relazione 
la perdita dei capelli di Madonna, cantati con un tono di ammi- 
razione sensuale nel sonetto X: 

Com’esser può che dignamente io lodi 
vostre bellezze angeliche e divine, 
se mì par ch’a dir sol del biondo crine 
volga la lingua inettamente e snodi? 

Quelli alti stili e quelli dolci modi 
non basterian, che già greche e latine 
scole insegnàro a dire il mezo e il fine 
d'ogni lor loda alli aurei crespi nodi, 

e ’1 mirar quanto sian lucide e quanto 
lunghe ed ugual le ricche fila d’oro 
materia potrian dar d’eterno canto. 

Non è un gioiello di semplicità, specialmente nelle terzine, 
impacciate, al solito, dal riferimento mitologico; più espres- 
sivo il rapido elogio della chioma nella ricordata canzone prima, 
e particolarmente efficaci i sonetti XXVII, XXVIII, XXIX 
e il mad. I, che ne lamentano la perdita; i sonetti XXVII e 
XXVIII sono piuttosto pittorici: l’occhio è appagato meglio 
del cuore, che vi sorprende scarso sentimento e una certa ele 
gante artificiosità nella enumerazione delle varie acconcia 
ture nel primo, dei colori nel secondo, che vorrebbero acqui- 
stare risalto col finale spunto mitologico; ma la schiettezza 
più sensibile e fremente d’ira contro il medico, che ne aveva ordi- 
nato il taglio, sorregge il XXIX, nelle sue quartine: 

Qual volta io penso a quelle fila d’oro, 
che ’1 dì mille vi penso e mille volte, 
più per error da l’altro bel tesoro 
che per bisogno e bon iudicio tolte, 


LE “ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 173 


di sdegno e d’ira avampo e mi scoloro, 
e il viso ad or ad or e il sen di molte 
lacrime bagno e di desir mi moro 
di vendicar de l’empie mani e stolte. 


Nella terzina il solito intruso mitologico e l’invettiva oratoria 
contro Amore turbano la limpida scorrevolezza e la sponta- 
neità dell’accento. Più calmo e aggraziato il tono di mestizia 
nel madrigale I, che avvolge di amara tenerezza il ricordo dei 
bei capelli, sacrificati da « necessità rigida e dura »: 


Se mai cortese fusti, 
piangi, Amor, piangi meco i bei crin d’oro, 
ch’altri pianti sì iusti -— unqua non féro. 
Come vivace fronde 
tòl da robusti rami aspra tempesta, 
così le chiome bionde, 
di che più volte hai la tua rete intesta, 
tolt'ha necessità rigida e dura 
da la più bella testa 
che mai facessi o possa far Natura. 


Uno dei sonetti più semplici e armoniosi (XVII) ritrae 
l’intima dolcezza che il Poeta attinge agli occhi di Madonna, 
cullandosi in un mar di beatitudine: 


Occhi miei belli, mentre ch'io vi miro, 
per dolcezza inefabil ch'io ne sento, 
vola, come falcon e'ha seco il vento, 
la memoria da me d'ogni martiro; 

e tosto che da voi le luci giro, 
amaricato resto in tal tormento, 
che, s'ebbi mai piacer, non lo ramento; 


ne va il ricordo col primier sospiro. 


Il Poeta si abbandona languidamente al ritmo delle quar- 
tine; ma per vaghezza d’antitesi cede al letterato nel resto 
del componimento, raffreddando il calore, che infondeva ai 
primi versi la gioia di vedere Madonna, in contrapposizione 


174 G. FATINI 


al senso di malessere che egli prova allontanandosene. Vor- 
rebbe esserle sempre vicino per contemplare ad una ad una 
le sue bellezze, dallo sguardo alla fronte, dalle ciglia al porta 
mento, quelle bellezze che enumerate ad una ad una penetrano 
nell’animo con la suggestione-di un inno, mentre per il Poeta 
(son. XXXIII) formano 


le reti, onde a intricarsi il mio cor vola. 


Pur troppo non solo non può vederla sempre, ma spesso t 
costretto ad allontanarsi da Ferrara col cuore in tumulto e 
in balia di dubbi, paure, trepidazioni, ma al ritorno... 

Leggiamo il sonetto XX: 


Chiuso era il sol da un tenebroso velo, 
che si stendea fin all’estreme sponde 
de l’orizonte, e murmurar le fronde 
e tuoni andar s’udian scorrendo il cielo; 
di pioggia in dubbio o tempestoso gelo, 
stav'io per ire oltra le torbid’onde 
del fiume altier, che ’1 gran sepolcro asconde 
del figlio audace del signor di Delo; 
quando apparir su l’altra ripa il lume 
de’ bei vostri occhi vidi e udi’ parole 
che Leanilro potean farmi quel giorno. 
E tutto a un tempo i nuvoli d’intorno 
si dileguaro e si scoperse il sole; 


tacquero i venti e tranquillossi il fiume. 


Il quadretto è delizioso: il pittore, che ha trasfuso nelle due 
quartine la paurosa sensazione, anche auditiva, d’un cielo 
chiuso, che gela l’anima col rimbombar del tuono, il balenar 
dei lampi e l'imminente scrosciar della pioggia, ha saputo con 
un colpo d’ala sollevarsi, d'un subito, alla luminosa rass- 
curante visione dello stesso cielo, infondendo un alito di vita 
perfino nei due ricordi mitologici... Il miracolo è avvenuto 
per lui crazie all'improvvisa apparizione di Madonna, per noi 
alla felice pennellata dell’artista. 


- = --_ —- — <yuo-__-. 


LE “ RIME, DI LUDOVICO ARIOSTO 175 


Anche Tito Vespasiano Strozzi (1) in un carme ha un passo, 
che riferisce all'arrivo di Borso nella sua villa un simile effetto, 
ma, se anche era noto all’Ariosto, questi ha colta la sua ispi- 
razione direttamente dalla realtà, interrogando il suo cuore; ‘ 
se mai, ha imitato se stesso. 

C'è un’ottava del Furioso (XVIII, 142), che ha la stessa 
evidenza pittorica: 


Stendon le nubi un tenebroso velo, 
che né sole apparir lascia né stella. 
Di sotto il mar, di sopra mugge il cielo, 
il vento d’ogn’intorno, e la procella 
che di pioggia oscurissima e di gelo 
i naviganti miseri flagella; 
e la notte più sempre si diffonde 


sopra l’irate e formidabil onde. 


Qui la scena è dipinta dal vero con espressioni pittoriche 
appropriate e concise; nel sonetto la scena cupa, in rispondenza 
della tristezza del cuore, d’un tratto si anima di un gentile 
profumo per l'improvviso intervento della donna, nel tetro 
sfondo dell'imminente temporale, la quale appare abbellita 
dal raggio dantesco di Matelda (P’urg., XXVIII, 70 sgg.). 

Se non vogliamo ripetere col Rolli «non essere mai stata 
«scritta poesia più sublime », dobbiamo però riconoscere che 
è uno dei sonetti più belli dell’Ariosto e della lirica italiana. 

L’Ariosto ripetè in un madrigale (XI) lo stesso motivo, per 
l'apparizione inaspettata di Alessandra, che era andata 
Mantova (2), ma il frasario e soprattutto il concetto attinto 
al Canzoniere pongono la ballatetta fra le fredde esercitazioni 
poetiche del tempo. 

Sul tema della lontananza dalla sua donna l’Ariosto ha. 
lasciato anche tre capitoli e due sonetti, che con varietà d’ac- 


——r 


(1) DELLA GuarpIA, T. V. S., IV, x, pp. 99-100; per il son. vedi 
le mie Opere minori, pp. 296-97. 

(2) CataLANO, Vita, I, 621, n. 30; il Baruffaldi invece pensa, ma 
senza fondamento, ad una donna mantovana (pp. 147-49). 


176 G. FATINI 


centi, intonati al motivo che lo ha spinto a star lontano, ritrag- 
gono l’intimo disagio del Poeta, desideroso di vivere tranquillo 
nella sua Ferrara, vicino alla donna amata. 

Colpito dal male, mentre con Ippolito nell’ottobre 1514 si diri- 
geva a Roma (1), è costretto a fermarsi con la febbre. addosso 
nelle vicinanze del passo del Furlo, non-lungi da Fossombrone, 
col vano desiderio di Madonna, che ha lasciata malvolentieri, 
e senza il suo signore, col quale non ha potuto proseguire il 
viaggio. L’Ariosto, dal Cardinale fatto « di poeta cavallaro », 
era ormai abituato a star lontano da Ferrara; e questo viaggio 
non era, certo, il primo dopo l’innamoramento fiorentino; ma 
il contrattempo del male, che non gli consente nè di servire 
Ippolito nè di esser vicino ad Alessandra, lo turba profonda- 
mente con tanti sentimenti, che dànno un vivace movimento 
lirico al capitolo X. | 

Si rivolge, concitato, al Cardinale, quasi voglia fargli capire 
quale bel costrutto egli abbia ricavato a volerlo con sè: 


Restomi qui, né quel ch'Amor vorrebbe, 
posso a Madonna sodisfar, né a voi 
l'obligo sciòr che la mia fé vi debbe. 


La stizza aumenta perchè 


Tiemmi la febre, e più ch’ella m’annoi, 
imarde e strugge il pensar che l’importuna, 
quel che devea far prima, ha fatto poi. 

Ché, s’ero per restar privo de l’una 
mia luce, almen non devea l’altra tòormi 


la sempre aversa a’ miei desir fortuna. 


Il tono sgarbato verso la Fortuna e l’insistenza del lamento 
perchè non l’ha fatto ammalare in Ferrara, prima della par- 
tenza, potrebbero spiacere a Ippolito, ma egli se ne scusa dandone 
colpa all'amore con una intonazione fra burlesca e bonaria, che 


(1) CataLaNO. Vita, I, 369, 374. 


LE ‘‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 177 


ricorda quella delle Satire, e accomunando fra le vittime d’ Amore 
lo stesso Cardinale, cui argutamente augura buon successo 
in tutte le sue imprese anche erotiche: 


Vostre imprese così tutte sian liete, 
come è ben ver ch’ella (la punta d’amore) talor v'ha punto, 
né sano forse ancora oggi ne sete. 


Se la prende poi, con accento retorico, con il solito Tiranno, 
inflessibile e insensibile, che lo punisce, perchè non gli ha obbe- 
dito rifiutandosi di partire: 


perché mille fiate e più contesa 
m’avea la lunga via, che sì m’absenta 
da quella luce in c'ho l’anima accesa, 
de l’inobedienza or mi tormenta 
con così gravi é sì pensosi affanni, 
che questa febre è il minor mal ch’io senta. 


Ma quanta tenerezza in quel passo: 


- +. + + + . Che sì m’absenta 
da quella luce in c'ho l’anima accesa! 


Nella dolce malinconia dell’espressione mi par di cogliere 
la freschezza d’una promessa o l’ansia d'una vigilia forzata- 
mente protratta; perfino la reminiscenza petrarchesca (CX XVI, 
27 sgg.), che lo induce a rappresentare ancora indocile al suo 
amore la donna, serve a mettere in maggiore evidenza la grande 
efficacia che avrebbe su di lui l'affetto di Alessandra, fino al 
punto di richiamarlo in vita, al pari di Prometeo, che dal loto 
trasse l’uomo. Intanto l'ombra della Morte viene a turbarlo 
con maggiore insistenza: 


Lasso! chi sa ch'io non sia al fin degli anni, 
chi sa ch'avida Morte or non mi tenda 


le reti qui d’intorno in che m’appanni! 


Tibullo presta i colori, che l'Ariosto stempera nella sua 
tavolozza con una tristezza che commuove. 


Giornale storico — Suppl. n° 25, 12 


178 G. FATINI 
Così il poeta latino (I, 3): 


Abstineas, Mors atra, precor: non hic mihi mater, 
quae legat in maestos ossa perusta sinus, 

non soror, Assyrios cineri quae dedat odores 
et fleat effusis ante sepulcra comiìs, 

Delia non usquam... 


L'Ariosto, più analitico, è forse meno caldo di sentimento, 
ma più espressivo, colorito e moderno, specialmente nel ram- 
marico di Madonna lontana, che, moderna Laura, non negherà 
alla tomba del Poeta un sospiro di tenerezza: l’eco del Furioso 
(X, 28), commista a quella del Canzoniere (CX.XVI, 70-72), gli 
risuona ancora nell’anima: 


Ché, se qui moro, non ho chi mì pianga, 
qui sorelle non ho, non ho qui matre 
che sopra il corpo gridi e ’1 capel franga, 
né quattro frati miei, che con vesti atre 
m’accompagnino al lapide che l’ossa 
devria chiuder del figlio a lato il patre. 
Madonna non è qui ch’intender possa 
il miserabil caso e che l’esangue 
cadavero portar vegga alla fossa; 
onde forse pietà, ch’ascosa langue 
nel freddo petto, si riscaldi e faccia 


d’insolito calor arderle il sangue. 


Pur troppo il malvezzo mitologico riappare anche qui col 
mito di Deucalione, che cede, per fortuna, poco dopo il posto 
alla speranza di vivere, senza l'intervento mitico. Ma se anche 
il male dovesse colpirlo ora inesorabilmente, un desiderio tutto 
umano, egli rivolge, con accorata mestizia al Cardinale, più 
tenero di quello tibulliano (1) (I, 3 vv. 53-56), che gli echeggia 


(1) « Quod si fatales iam nune explevimus annos - fac lapis inseriptis 
«stet super ossa notis: —— Hic iacet immiti consumptus mort 
« Tibullus, — Messalam terra dum sequiturque mari ». 


non n 


LE ‘‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 179 


nel cuore rinnovato dal nostalgico affetto per la sua Ferrara 
e dall'amore per la sua donna: 
Signor, per grazia estrema vi dimando 
che non vogliate da la patria cara 
che sempre stian le mie reliquie in bando; 
almen l’inutil spoglie abbia Ferrara, 
e su l’avel che le terrà sotterra 
la causa del mio fin si legga chiara: 
— Né senza morte talpe da la terra, 
né mai pesce da l’acqua si disgiunge, 
né poté ancor chi questo marmo serra 
da la sua bella donna viver lunge. — 


L’arguta epigrafe porta un tenue raggio di luce nell’ombra 
malinconica della preghiera: segno che la speranza del ritorno 
aleggia intorno al suo cuore, mentre la febbre va dileguandosi 
da lui; e infatti pochi giorni dopo, il 28 ottobre, messer Ludo- 
vico era già di ritorno a Ferrara, nella possibilità di avvicinare 
la sua Alessandra. 

Più fervido l’accento lirico risuona in un altro capitolo (XI), 
suggerito pur esso da una non desiderata lontananza da Fer- 
rara: Firenze è la città che lo trattiene, a lui nota e da lui ammi- 
rata ora con l’occhio sorpreso del passeggero, che la scorre 
rapidamente perchè altra è la meta del suo viaggio, ora con 
l'occhio turbato del profugo, che dopo una fuga avventurosa, 
fedele compagno del duca Alfonso, ricercato a morte dal furi- 
bondo Giulio II, vi trova una sosta sicura e tranquilla, ora 
con lo sguardo seccato dell’uomo incaricato di un pignora- 
mento, ora con la gioia dell’innamorato, che finalmente coglie 
nello sguardo dell’amata il tacito brillare della segreta corri- 
spondenza (1). 

Ma questa volta Firenze per lui non ha attrattive, cioè, le 
ha e come! Attrattive di incantevole paesaggio, che nessun 
poeta potrebbe degnamente esaltare: 


(1) Per le visite a Firenze vedi CatAaLANO, Vita, 1, passim e parti 
colarmente pp. 500 sgg. 


180 . G. FATINI 


Gentil città, che con felici auguri 
dal monte altier, che forse ben per sdegno 
ti mira sì, qua giù ponesti i muri, 
come del meglio di Toscana hai regno, 
così del tutto avessi! ché "1 tuo merto 
fora di questo e di più imperio degno. 
Qual stil è sì facondo e sì diserto 
che de le laudi tue corressi tutto 


un così lungo campo e così aperto ? 


E come potrebbe lui 


dir a pieno 
quel ch’ad amarti e riverir m'ha indutto ? 


E qui con un volo lirico, che parrà prolisso e troppo analitico 
a chi lo raffronti al notissimo passo foscoliano, un inno tre- 
molante di emozioni al paesaggio vario, delizioso, ricco di 
«rivi» e sorriso da tante ville; agli edifici mirabili della città, 
che neppure Roma, specialmente dopo le numerose devasta- 
zioni subìte, nei secoli, potrebbe presentare uguali: 


Dove son se non qui tanti devoti, 
dentro e di fuor, d’arte e d’ampiezza egregi 
témpi e di ricche oblazion non vuoti ? 

Chi potrà a pien lodar li tetti regi 
de’ tuoi primati e portici e le corti 
de’ magistrati e publici collegi ? 


Un inno alle mirabili opere d’arte, che hanno colpito la 
sua fantasia, alla numerosa popolazione, illustrata da tanti 
bei nomi, e illeggiadrita da tante 


..dlonne e donzelle, a cortesi atti 


senza alcun danno d’onestade avvezze; 
a tutto: egli questi ornamenti, questi pregi li porta + nel 
cor », ma 


. . +. meglio è tacer ch’al suono 
di tanto umile ’vena se ne tratti. 


LE ‘‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 181 


— L'uomo del Rinascimento; e partitolarmente l’artista del 
Furioso, che forse da Firenze ha tratto più d’una linea per 
le belle opere architettoniche sparse nel poema (XVII, 18-21; 
XLIII, 132, 133, 138), sentiva nella Firenze del primo ventennio 
cinquecentesco il fascino del bello che investiva la sua fan- 
tasia, movendo dal trionfo pagano della Natura e dell'Arte, 
degli uomini e delle cose: onde in lui un senso di trepidante 
perplessità nell’affidare alla sua umile zampogna il canto di 
tante meraviglie e un desiderio incalzante di lasciare ad altri 
tale compito. 

Ora però non è la perplessità dell’artista che teme sorda la 
materia; è la passione che lo tiene legato a Ferrara, chiudendogli 
gli occhi per contemplare e il cuore per amare tutte le bel- 
lezze, che « Fortuna a gara con Natura » ha donate alla città 
medicea. Che valore esse possono avere per lui, 


se sempre ho il viso mesto e il ciglio basso, 
se dì lacrime ho gli occhi umidi spesso, 


se mai senza sospir non muto il passo? 


Sdegnato con tutti, perfino con sè stesso, che è stato così 
arrendevole ad appagare il desiderio altrui, sfoga la sua ama- 
rezza con versi duri e vigorosi, addolciti solo dalla visione della 
donna lontana: 


Da penitenzia e da dolore oppresso 
di vedermi lontan da la mia luce, 
trovomi sì ch'odio talor me stesso. 

L'ira, il furor, la rabbia mi conduce 
a biastemiar chi fu cagion ch'io venni, 
e chi a venir mì fu compagno e duce, 

e me che, senza me, di me sostenni 
lasciar, oimè! la meglior parte, il core, 


e più allaltrui ch'al mio desir m@attenni. 


E ostenta noncuranza per la bella città, che non lo tocca 
neppure col rinnovamento portatole dai Medici, che l'hanno 
ormai guarita d’«ogni antica piaga ». 


182 G. FATINI 


Per i suoi occhi non ©’è che un punto da guardare nell’oriz- 
zonte, Ferrara, e un caro volto di donna da contemplare, Ales- 
sandra: 


Oltr’a que’ monti, a ripa l’onda vaga 
del re de’ fiumi, in bianca e pura stola, 
cantando ferma il sol la bella maga, 

che con sua vista può sanarmi sola. 


Con questa immagine, che si stende solenne nella lentezza 
maestosa del penultimo endecasillabo, si chiude in modo incan- 
tevole la poesia, che acquista rilievo. nel contrasto della fer- 
vida esaltazione di Firenze col profondo turbamento dell’Ariosto: 
animata la scena dal sentimento del Poeta, sparisce dal suo 
viso ogni nube come dalla sua parola ogni asperità: una miste- 
riosa dolcezza si diffonde all’intorno, perchè la forza dell’amore 
ha compiuto il miracolo di far apparire sul lontano orizzonte 
la «bella maga », che col canto melodioso « ferma il sole » e 


con sua vista può sanarmi sola. 


Così il Poeta si rasserena in una onduleggiante visione, che 
ha per sfondo il Po e per protagonista una donna, nella cui 
fisura maestosa si fondono linee e colori di Matelda e di 
Laura (CXCV). 

Qualcuno ha dubitato che «la bella maga » non sia la Be- 
nucci (1); a me invece pare che col riscontro dell’ultima terzina 
del son. XX l'intensità dell’affetto serpeggiante in tutto ìl 
capitolo ne sia una conferma. Certo, va escluso che si alluda, 
come vuole il Baruffaldi (2), al viaggio che l’Ariosto fece nel- 
l'aprile 1519, col pietoso incarico di portare le condoglianze 
del duca Alfonso a Lorenzo de’ Medici per la morte della 
moglie; uno sfogo simile, anche se non destinato a uscire dal 


(1) Sauza, Studi, pp. 64-68 e 91-98; vedi però E. BERTANA, 1N 
Giorn. Stor., 53, 445 sgg., e per il commento le mie Opere minori, 
pp. 348-533. 

(2) Vita di L. A.. p. 183. 


fn (ei done 


LE ‘‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 183 


suo scrigno, sarebbe riuscito sconvenientissimo; tanto più 
in un momento in cui l’inaspettata scomparsa dello stesso Lo- 
renzo lo poneva nel più delicato imbarazzo pur nel disim- 
pegno del suo incarico. 

D'altra parte, l’allusione ai Medici, che vi sono ricordati come 
ritornati da qualche tempo, in modo cioè che hanno avuto agio 
di restituire alla città il primiero splendore, sanandole « ogni 
«antica piaga », consiglia a riportare il componimento a qualche 
anno dopo il 1512. Tra i viaggi dell’Ariosto a Firenze i più 
probabili sono quelli del settembre 1516 e del febbraio 1519; 
il primo fatto per il cardinale Ippolito (1) si presterebbe meglio 
con la vicinanza del pieno appagamento a spiegare l’irritazione 
del Poeta, costretto a lasciare Alessandra sola, e forse in quel 
momento bersaglio di mormorazioni, che potevano turbare 
la sicurezza del loro amore; l’altro compiuto in nome di Alfonso, 
desideroso di augurare piena guarigione allo stesso Lorenzo, 
caduto malato, come già sappiamo, fin dal gennaio, avrebbe 
un certo appoggio nel richiamo alle belle strade pulite anche 
d'inverno (vv. 36-38), che farebbe pensare ad una osservazione 
direttamente suggerita dalla realtà. Può darsi che questa visita, 
mentre gli suggeriva il freddo componimento del capitolo III 
augurante sollecita guarigione al malato, che la rigidità della 
stagione soprattutto teneva in serio pericolo, nell'intimo del 
cuore gli facesse sentire il rammarico di esser lontano dal- 
l'amata, senza metterlo in condizione di venir meno a quel 
senso di delicatezza che importava la missione, ben diverso 
da quello imposto, nella successiva visita dell’aprile, da due 
‘lutti. 
| Però, se, come pare dai versi 61-66, il viaggio non fu fatto 
per servizio, ma per compiacere una persona (il parente Ri- 


(1) Vedi Campori, Notizie per la vita di L. A., Firenze, Sansoni, 
1896. pp. 36-37, e BertonI, in Archie. roman., I, 185 n., e II, 
Pp. 191-96. 


184 G. FATINI 


naldo ?), cui avrebbe potuto anche dire di no (1) — per questo 
se la prende anche con la sua arrendevolezza, perchè 


più all’altrui ch'al mio desir m’attenni — 


si dovrebbe pensare ad un’andata a Firenze tra il 1514 e il 1519, 
che non avrebbe alcuna relazione con le visite ai Medici, 
in ogni caso, sempre in un periodo in cui il suo cuore, legato 
ormai ad Alessandra, lasciava malvolentieri Ferrara. 

| D’un altro viaggio l’Ariosto ha descritto gli effetti nel suo 
cuore innamorato: quello che lo portò da Ferrara a Castelnuovo 
al governo della Garfagnana, nel febbraio 1522. L’Ariosto 
da qualche tempo non riceveva più lo stipendio dalla Camera 
ducale, messa a mal partito per le spese di guerra provocate 
dalla dura lotta tra Alfonso e Leone X; non potendo più a lungo 
rimanere senza quell’emolumento, che in fondo costituiva la 
base della sua esistenza economica, insisteva presso il Duca 
perchè, allontanato con la improvvisa morte del Papa il pericolo 
di perdere lo Stato, gli desse modo di riscuotere mensilmente 
lo stipendio; Alfonso, trovandosi in quel frangente nella neces- 
sità di provvedere di un governatore energico ed autorevole 
la Garfagnana, che si era sottratta al governo della Chiesa con 
la scomparsa del Medici, lo pregò vivamente di accettare la 
carica; il Poeta si lasciò persuadere, cedendo da un lato alle 
preghiere del Duca e dall’altro al bisogno di uscire dalle an- 
gustie economiche in cui sì trovava, e ad un tempo alla con- 
venienza di assicurare, col buon guadagno prospettatogli, un 
domani tranquillo a sè, alla sua Alessandra ed al caro figlio 
Virginio. Così si spiegano i versi del capitolo V: 

Ben saggio poco fui, ch’all’altrui preci, 
a cui deve’ e potea chiuder l’orecchi, 
più ch’al mio desir proprio satisfeci, 


(1) Le due espressioni « compagno e duce » indicano una sola per- 
sona, un personaggio autorevole (che potrebbe anche essere non alle 
dipend=nze del Duca) che gli fu compagno di viaggio, distinto molto 
probabilmente dall’altra persona, al cui desiderio, non ordine dunque, 


LE ‘‘RIME,, DI LUDUVICO ARIOSTO 185 


che qualche critico (1) trova poco conciliabili col passo della 
satira V (IV, 184-186). Il quale non va interpretato nel senso 
che l’Ariosto abbia sollecitato il governo della Garfagnana, 
ma che egli insisteva per essere tratto in qualche modo dalla 
disperata situazione in cui la sospensione dello stipendio lo 
aveva messo. Indotto dall’inesatta interpretazione, il Cata- 
lano propende a credere che il capitolo si riferisca al viaggio 
del marzo 1509, quando l’Ariosto si recò a Castelnuovo dal 
cugino Rinaldo, a capo allora della Garfagnana, per una pri- 
vata commissione, ritornandone dopo pochi giorni. Eppure 
è evidente che lo sfogo sarebbe sproporzionato, se si riferisse 
ad una breve assenza e ad un incarico che non comportava’ 
alcun peso; nel capitolo freme il pentimento di avere accettato 
un ufficio, che lo avrebbe trattenuto fuorì di Ferrara, con la 
paurosa prospettiva d’una lunga assenza e d’una dimora 
penosa e dura, come doveva prevederla, tra gente indocile 
e irrequieta. L'immediatezza poi e il calore dello sfogo a 
me pare che escludano anche che si parli, come pensa il Cam- 
pori (2), d'un viaggio posteriore al primo, che non avrebbe 
presentato motivi nè d’incertezze nè d’incognite per il futuro; 
d’altronde il distacco da Alessandra non avrebbe avuto così 
potente ripercussione nel cuore del Poeta, da farlo pentire d’un 
ufficio che aveva già assunto e già preso a disimpegnare, Come 
spiegare poi la possibilità di rifiuto alla carica accennata nella 
seconda terzina, se si trattasse d’una interruzione dovuta ad 
una breve visita a Ferrara? Chi infine trova difticoltà ad 
accettare il riferimento al primo viaggio, perchè l’'Ariosto 


lunZani 


dichiara nella satira V (IV) che questa è «il primo motto » 


l’A. avrebbe potuto rifiutarsi; se si fosse trattato di Ippolito o di 
Alfonso, sarebbe stato possibile un rifiuto ? Però non escludo che quel 
desir altrui, contrapposto al desir mio (v. 66) sia un eufemismo, che 
messo accanto all'espressione del v. 62 «chi fu cagion ch'io venni » 
possa far pensare ad un incarico inerente al suo ufficio di cortigiano. 

(1) CataLANO, Vita, I. 5358-39; vedi pure 309-10 e 534-35; per il 
commento veili le mie Opere minori, pp. 3538-62. 

(2) Notizie per la vita, p. 77. i 


“ 


186 G. FATINI 


poetico uscito dal suo labbro dopo l’assunzione del governo 
garfagnino, dà troppo peso al carattere generico di quell’affer- 
mazione, che non escluderebbe i pochi versi d’un capitolo, e 
trascura la circostanza che il ternario, ideato, e forse steso in 
una sosta del viaggio, risulterebbe anteriore all’effettivo inizi0 
della carica e del soggiorno in Garfagnana. Si aggiunga che 
i versi 4-6 ci inducono a pensare che 'l’Ariosto non ha avuto 
agio di riflettere a lungo sull’offerta e di resistere alla insi- 
stenza del Duca, proprio conforme a quanto ripeterà nella 
satira V (IV) 193 sgg. 


Fu di me fatta una improvvisa eletta, 
o forse perché il termine era breve 
di consigliar chi pel miglior si metta.... 


Così il Poeta s’incammina per l’alpestre e pericolosa strada 
dell'Appennino, che aveva percorsa parecchi anni prima, nel 
marzo 1509, come abbiamo detto, e nell’ottobre del 1512, 
quando luì e Alfonso vi passarono ansiosi di raggiungere Fer- 
rara, che rappresentava la fine di quell’avventurosa fuga da 
Roma, a cui furon costretti per sottrarsi al furibondo Giulio II: 
ambedue le volte frettolosamente e senza che la sensibilità 
poetica dell’Ariosto rimanesse colpita nè dalla via nè dai 
luoghi, che rimasero muti in quelle circostanze al suo spirito. 

Questa volta, invece, a rompere il forzato equilibrio del suo 
cuore, preso tra l'amarezza del distacco e la speranza di risol- 
vere presto e bene la penosa condizione economica che lo angu- 
stiava, sopraggiunge una fiera tempesta, che gli fa sentire con 
l’asprezza del viaggio ancor più grave l’incognita dell’ufficio 
accettato: la tempesta fisica si riverbera con altrettanta vio- 
lenza sul suo animo, donde la fantasia, eccitata da una viva 
sensibilità, trae alimento per esprimere l’intimo travaglio del 
presente e l'incubo dell'oscuro avvenire, dominati l’uno € 
l’altro dall’immagine lontana della Benucci. 

Di qui lo sdegnoso rimprovero contro sè stesso, che non ha 
saputo resistere « all’altrui preci », alle preghiere cioè insistenti 


LE ‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 187 


del Duca, che, mentre andava incontro al suo desiderio di 
riavere uno stipendio, in lui vedeva l’uomo adatto per reggere 
una regione in disordine: | 
Meritamente ora punir mi veggio 
del grave error che a dipartirmi feci 
da la mia donna, e degno son di peggio; 
ben saggio poco fui, ch’all’altrui preci, 
a cui deve’ e potea chiuder l’orecchi, 


più ch’al mio desir proprio satisfeci. 


Tutte le rosee illusioni concepite svaniscono al brutto con- 
tatto della realtà: 
Del! che spero io, che per sì iniqua strada, 
sì rabbiosa procella d’acque e venti, 


possa esser degno che a trovar si vada ? 


Ma non è solo l’asprezza del viaggio nè le difficoltà dell’uf- 
ficio che lo angustiano; il pensiero della lontananza dell’amata 
lo turba tanto profondamente che egli si stupisce di essere 
stato così inconsiderato da accettare l’incarico: 

Arroge il pensar poi da chi m'absenti; 
che travaglio non è, non è periglio 
che più mi stanchi o che più mi spaventi. 
. Pentomi, e col pentir mi meraviglio 
com'io potessi uscir sì di me stesso 


ch’io m’appigliasse a questo mal consiglio. 


D'ora in poi tutta la poesia s'illumina della luce di Alessandra, 
anche dove la donna non compare: nella vanità del pentimento, 
che non gli consente di tornare indietro, nè di soffermarsi a 
considerare quanta utilità o quanto danno il nuovo ufficio gli 
apporti; nella descrizione della tempesta, il cui fremito pauroso 
dai versi ora aspri ora indolenti si comunica al lettore con una 
efficacia più forte delle ottave, ben rifinite del poema, che 
ritraggono lo spettacolo di una tempesta (XLI, 12-15): 

i Mentre eh'io parlo, il turbid’austro prende 
maggior possanza, e cresce il verno e sciolto 


da ruinosi balzi il liquor scende; 


188 0. FATINI 


di sotto il fango e quinci e quindi il folto 
bosco mi tarda; e in tanto l’aspra pioggia 
acuta più che stral mi fere il volto. 


Dove riparare ? E come affrettare il cavallo? Intorno è 
desolazione e deserto: il lamento del cuore del Poeta investe 
la Natura: 


So che qui appresso non è casa o loggia 
che mi ricopra e pria ch'a tetto giunga 
per lungo tratto il monte or scende or poggia. 
Né più atffrettar, perch’io lo sferzi o punga. 
posso il caval, ché lo sgomenta l’ira 
del ciel e stanca la via alpestre e lunga. 


Lo sdegno celeste, per avere aderito inconsideratamente al 
desiderio del suo Principe, si sfoga su di lui; ma ciò non 
conterebbe: 


Tutta questa acqua e ciò ch’intorno spira 
venga in me sol, che non può premer tanto 
ch’uguagli al duol che dentro mi martira. 


Almeno dopo tanto disagio, alla fine del viaggio, avesse il 
conforto di trovare la sua donna! Con una scorrevolezza armo- 
niosa, che pare avvicini il Poeta alla Benucci, e con una 
dolcezza che gorgoglia nelle terzine fluide e penetranti, egli la 
sente tanto più vicina al suo cuore desolato quanto material. 
mente è più lontana: 


Ché, se a Madonna io m’appressassi quanto 
me ne dilungo e fusse speme al fine 
del mio camin poi rispirarle a canto; 

e le man bianche più che fresche brine 
baciarle, e insieme questi avidi lumi 
pascer de le bellezze alme e divine, 

poco il mal tempo, e loti e sassi e fiumi 
mi darian noia, e mi parrebbon piani, 
e più che prati molli, erte e cacumi. 


LE ‘‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 189 


Una vena d'’insolita tenerezza affiora da questi versi limpidi 
e melodiosi, che effondono una soavità ineffabile. Il Poeta 
ha trovato nel suo mondo poetico l’espressione più fresca e 
genuina, senza che una parola di più o una immagine ricercata 
venga a sminuirne la grazia e la freschezza. 

Segue una terzina, che col ricordo delle amene Tempe e degli 
orti di Alcinoo turba piuttosto l’onda di sincero sentimento,. 
e un'altra, prosaica, che non ha subìto nella sua elaborazione 
tutto il processo fantastico; ma l’ispirazione diretta riprende 
subito il sopravvento, mettendo l’Ariosto di fronte alla dura 
realtà delle ore penose, che lo aspettano a Castelnuovo, più 
penose di quelle che patisce ora: 

Non più tranquille già né più serene 
ore attender poss’io, ma ’l fin di queste 
pene e travagli, altri travagli e pene. 

Altre pioggie al coperto, altre tempeste 

no? di sospiri e di lacrime mi aspetto, 
che mi sien più continue e più moleste. 


Neppure il sonno sarà per lui riposo: 


Duro serammi più che il sasso il letto, 
e "l cor tornar per tutta questa via 
mille volte ogni dì sarà costretto. 


Come espressivo questo rifare « mille volte ogni dì » la strada 
che oggi percorre, con tanta pena fisica e morale! Nei due 
versi sì raccoglie tutta l'amarezza che la lontananza della 
donna gli riverserà d’ora in poi nel cuore, meglio che nello 
sfogo della seguente terzina: 


Languido il resto de la vita mia 
sì struggerà di stimolosi affanni, 


percosso ognor da penitenzia ria. 


Espressiva, ma non semplice nè chiara; più fervido ed 
eloquente il tono delle due ultime, che col tremito della paura 
che il tempo non passi mai piangono il fremito ansioso delle 


190 i G. FATINI 


carezze e della bellezza che la sua donna non potrà donargli 
chi sa per quanto tempo! 


E° mesi, l’ore e i giorni a parer anni 
cominceranno, e diverrà sì tardo, 
che parrà il tempo aver tarpato i vanni; 
che già, godendo del soave sguardo, 
de la invitta beltà, de l’immortale 
valor, de’ bei sembianti, onde tutt’ardo, 
vedea fuggir più che da corda strale. 


Il capitolo, un gioiello d’arte semplice e suggestiva, compensa 
il lungo silenzio poetico, a cui l’ingrato peso della Garfagnana 
condannò l’Ariosto. Con le satire V e VI egli forse ha scritto 
durante quel soggiorno due sonetti, il XXXV, sul tema 
della lontananza, più studiato su le orme del Petrarca che 
sentito (1): 


Miser, fuor d’ogni ben, carco di doglia, 


mi vo struggendo d’empia, ardente voglia; 

ch’altro cielo, altre mura ed altra soglia 
chiude ’1 mio cor e la mia Donna stassi 
lontan, forse con gli occhi umidi e bassi, 
e a me di rivederla Amore invoglia. 


L'altro (XIX) esprime con schietta verità umana l’inacer- 
bito dolore che si prova dopo una breve visita tanto agognata: 


Madonna, io mi pensai che ’1 star absente 
da voi non mi devesse esser sì grave, 
8'a riveder il bel sguardo soave 
venia talor, che già solea sovente. 
Ma poi che ’1 desiderio impaziente 
a voi mi trasse, il cor però non àve 
meno una di sue doglie acerbe e prave, 


raddoppiar anzi tutte se le sente. 


(1) Per la paternità del son. vedi FATINI, Fortuna, 136-37; per il 
commento le mie Opere minori, pp. 297-98. 


LE ‘’ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 191 


Illusione ! 


Giovava il rivedervi, se sì breve 
non era; ma, per la partita dura, 
mi fu un venen, non ch’un rimedio leve. 


* 
* %* 


Temperamento scarsamente lirico perchè incapace di forti 
passioni e alieno dallo scandagliare il fondo della sua anima, 
l’Ariosto guarda al suo mondo affettivo con l’occhio innamorato 
del bello, desideroso di sorprendere nel volto o nel cuore del- 
l'amata il raggio di luce che lo ricrei; donde il compiacimento 
d’indugiarsi a enumerare le bellezze fisiche o di cogliere quei 
palpiti di beatitudine contemplativa che la donna può donare 
con la sua grazia e col suo sorriso. 

Perciò la lirica amorosa di messer Ludovico è essenzialmente 
visiva e descrittiva: il desiderio, l'ansia e soprattutto un soffio 
di sensualità vi circolano togliendola al freddo atteggiamento, 
in cui la imitazione petrarchesca e l’idealizzazione platonica 
vorrebbero adagiarla; ma è un soffio calmo, languido, rivis- 
suto nei sonetti più con la fantasia che col cuore, soffuso di 
idillica mestizia nei capitoli, purificato nell'idealità del ricordo 
nelle canzoni. Una tenerezza sentimentale, scossa di rado dal 
fremito della passione, scorre, sincera, nei versi ariostei, tur- 
bata spesso da un’intrusione mitologica o compressa sotto il 
repertorio del petrarchismo, con una certa indulgenza all’ar- 
guzia finale, alla saggezza ragionata, ma non sentita, alla decla- 
mazione oratoria. L'espressione non di rado, talvolta il con- 
cetto o il motivo sono suggeriti da messer Francesco, che col 
fascino della sua arte melodiosa avvince la fantasia del Poeta; 
la quale, quando non soccorre in modo adeguato la vivezza 
del sentimento, rielabora con la sua virtù rinnovatrice motivi 
e concetti in modo che assumono frequentemente un suono, 
un colore, un atteggiamento, un'anima che nel modello non 
sì trova. L'amore umano e sensuale invece del platonico, le 
bellezze fisiche in cambio di quelle morali, l’uno e te altre ritratte 


192 G. FATINI 


con quella freschezza di colori e di immagini che egli aveva impa- 
rate dai latini, la morbida limpidezza dell'espressione, sono 
le note che, superando la imitazione del Petrarca, dànno spesso 
alle rime ariostee una fisionomia che spira una dolce musicalità 
non evanescente ma sensibile, una soave fragranza di schietta 
umanità, che talvolta s’illanguidisce, specialmente nei lamenti, 
con lo sforzo dell’analisi interiore, in una gonfiezza sonora. 

Il Poeta, che ha saputo cogliere con mirabile intuizione 
l’anima dei personaggi del Furioso anche nelle loro effusioni 
liriche, sorprende i moti del suo cuore con la stessa abilità 
pittorica e la stessa chiara eleganza; l’amore, pur interessando 
meno e a intervalli le sue facoltà poetiche, sì riverbera nel suo 
mondo fantastico in un'atmosfera petrarchesca, ravvivata di 
luce e calore. 

D'altronde, l’Ariosto canta una donna reale e, portato dal 
suo temperamento a cercare nell'amore soprattutto l’appaga- 
mento dei sensi e dello spirito, per quanto senta e subisca 
l'influsso della corrente petrarcheggiante, e più propriamente 
il fascino dell’arte del cantore di Laura, affida alle rime moti, 
sentimenti, aspirazioni che gli derivano senza interposizione 
dalla donna amata. Cosicchè il suo piccolo canzoniere, pur non 
essendo nè vario di motivi, nè profondo di penetrazione psi- 
cologica, con la grazia e la freschezza delle immagini, con la 
semplicità pittorica delle espressioni, con la intonazione melo- 
diosa del verso, che vibra dall’intima armonia del Poeta, 
integra la figura dell'Ariosto, che, su l'esempio del Boiardo 
aprendo il mondo cavalleresco all’amore, lo ha rinvigorito con 
un'ondata di giovinezza fresca e inesauribile. 

Non per nulla in queste liriche si sentono riecheggiare di 
quando in quando le note del poema, che sarebbero state certo 
più copiose, se ci fossero pervenute le poesie anteriori all'amore 
della Benucci; il cantore di Angelica e di Alcina, di Bradamante 
e di Fiordiligi ritorna in queste rime con la sua sensualità, atte- 
nuata nel dolce vagheggiamento di sereno dipintore, che non 
sì lascia dominare dalla commozione dei sentimenti. 


” LE ‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 198 


Modesta dunque, anche per il suo valore, la lirica volgare 
amorosa dell’Ariosto, la quale però fu troppo trascurata dagli 
studiosi e antichi e moderni, abbagliati dal fulgore del poema. 
Senza dubbio non la sopravvaluteremo, additando col Sof- 
fici (1) le elegie come « spesso sublimi, quasi sempre bellissime », 
mai «esanimi o mediocri », e i sonetti « ottimi e originali »; il 
difetto di lima, che in un Poeta incontentabile come l’Ariosto 
costituisce un elemento tutt’altro che trascurabile ai fini della 
perfezione vagheggiata, fu sentito prima che da ogni altro 
dallo stesso autore, che non si sarebbe mai indotto a pubbli- 
carle se non dopo una accurata revisione; questo difetto è 
sentito anche da noi. Ma anche con questa deficienza non ca- 
dremo nell’eccesso di altri, che vogliono negare alle rime 
ariostee ogni pregio. Anch’esse sono una leggiadra e schietta 
manifestazione, per lo più, come abbiamo detto, pittorica e 
contemplativa d’un piccolo e fuggevole mondo spirituale, fresca 
e sincera spesso, quasi sempre permeata d’una umanità molle- 
mente sentimentale, che ci richiama alle poesie latine della 
giovinezza e per esse alla lirica appassionata dei romani. 

Si può dire che l'ispirazione classica — come alla grandiosa 
sinfonia cavalleresca porta la fusione dei due cicli per il tra- 
mite d’un’ampia e umana visione della realtà — così anche 
nel piccolo canzoniere ariosteo fonde il mondo lirico dell’autore 
con gli spiriti evanescenti della temperie petrarchesco-pla- 
tonica contemporanea in una unità lirica, che è fatta di senti- 
menti illuminati e riscaldati da una luce calma e languida: 
unità lirica, che è tenue riflesso di quella vasta tranquillità 
spirituale che domina tutto il mondo affettivo del Furioso; 
donde deriva una innegabile continuità tra le liriche e il poema 
che procede dalla stessa fantasia creatrice, cullantesi nella 
musica attenuata di una serenità superiore. 


(1) Nella prefazione alla sua edizione ZElegie, sonetti e canzoni di 
L. A., Lanciano, 1911, p. 10. 


Giornale storico — Suppl. n° 25. 13 


194 


CaPITOLO IV. 
L'ULTIMO AMORE DELL’ARIOSTO 


Alessandra Benucci. — Approcci e repulse. — Il fatale incontro di 
Firenze. — Ansie penose e squilli di giubilo. — Piccole contra- 
rietà. — L’Ariosto nella serenità del suo amore. — S'allontana 
malvolentieri da Ferrara. — Dopo il ritorno dalla Garfagnana. 
— La Benucci della poesia e della realtà. 


Pur vo’ tanto cercar prima ch'io mora, 
anzi prima che ’1 crin più mì s’imbianchi, 
che forse dirò un dì che per me ancora 
alcuna sia che di sua fé non manchi. 
Se questo avvien (che di speranza fuora 
io non ne son), non fia mai ch’io mi stanchi 
di farla, a mia possanza, gloriosa 
con lingua e con inchiostro, e in verso e in prosa. 


Così scriveva l’Ariosto, lagnandosi di non aver mai trovato 
una donna fedele fra tante da lui amate (Furioso, XXVII, 124); 
ma quando dettava quei versi, soffusi di dolce speranza, il 
suo sogno s'era già avverato, perchè sull’orizzonte del suo 
mondo affettivo era già apparsa l’immagine di Alessandra 
Benucci. Che venne a smentire la temeraria affermazione del 
Poeta, e soprattutto, allontanata ogni rivale, illuminò senza 
contrasto gli ultimi venti anni di messer Ludovico. 

La Benucci, nata a Barletta da padre fiorentino, dimorava 
a Ferrara fin dal 1498, da quando, appena diciassettenne, vi sì 
era stabilita col marito Tito di Leonardo Strozzi, che alla 
meglio si guadagnava la vita all'ombra degli omonimi con- 
giunti, ricchi e potenti (1). 


(1) Per le scarse notizie che abbiamo su la Benucci vedi FRIZZI, 
Memorie famiglia Ariosti, pp. 132-41; A. VITAL, Di alcuni docu- 


LE ‘‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 195 


Così in grazia della parentela con Bardo e Tito Vespasiano 
Strozzi, che spesso lo adoperavano per incarichi, e per il tra- 
mite dei suoi rapporti con la Corte estense, che gli affidava 
saltuariamente umili o delicate commissioni, il marito offrì ad 
Alessandra facile occasione di fare conoscenza con la famiglia 
Ariosti, conoscenza che divenne dimestichezza, quando nel 1506 
Rinaldo, cugino del Poeta, sposò la fiorentina Creusa Strozzi. 

La Benucci si tenne, a quanto pare, almeno fino al 1507, 
piuttosto appartata dal cosiddetto ceto mondano, se tale inter- 
pretazione devesi dare alla mancanza del suo nome nel novero 
delle gentildonne ferraresi, che s’incontrano nei documenti 
poetici del tempo. 

Forse le modeste condizioni di Tito, che soltanto negli 
ultimi due anni della sua esistenza ebbe un ufficio stabile 
presso gli Estensi, e in parte i figli che le crebbero numerosi, 
non le consentirono di partecipare alla vita dispendiosa del 
gran mondo. Ed ella s'industriava commerciando oro e seta 
con gli ebrei, e, se è vero che era brava ricamatrice, mettendo 
.2 profitto la sua abilità. Che le dava così modo di appagare 
la - naturale vaghezza di apparire bella ed elegante, senza 
sacrificare il marito, anzi talvolta a lui di nascosto, come si 
ricava da un passo di questa lettera a Lorenzo Strozzi (28 set- 
tembre 1506), che la coglie nell'atto di commerciare e di prov- 
vedere al suo abbigliamento: 


« ... ho receuto lire doe d’oro filado, ma per esere stata in vila, non 
ho potuto venderlo tuto, sì che adeso non vi mando li denari, ma 
habiate mente chel sia meglio coperto, ché questo me havito (ste) 
mandato era un pocho mal coperto e li zude' lo tolono mal voluntera, 
e fati ch’el sia così di soto come di sopra, perché mi lo do a quel modo. 
Da Gero ò inteso che a Firenza se fa di beli fiochi da cinto; prego v.ra 


mag.cia me serve faci fare uno paro a suo modo e di che colore vole 


menti riguardanti A. B., Conegliano, 1901; CatALANO, Vita, I, cap. IN 
e II, 402 sgg. Trascurabile Part. di G. PaRDI, La moglie dell A.,in Atti 
e Memorie Deputaz. ferrarese di Storia Patria, Ferrara, 1901. 


196 G. FATINI 


e mandatimele per il corero e fati che me li dia in mane a mi che 
Titto none sapia niente e de li mei guanti non ve domentigati de 


mandarmeli, che io non lì voglio perderli... » (1). 


Nel 1507 la Benucci è fra le dame che accompagnarono Laura 
d’Este nel suo viaggio nuziale ad Imola; dal 1512 è fra le 
più assidue gentildonne che la Principessa Diana raccoglieva 
intorno a sè a portar brio e grazia nei suoi sontuosi banchetti. 
Era allora nel pieno fulgore della sua bellezza trentenne, quale 
8Ì può cogliere, pur nella trasfigurazione poetica della realtà, in 
due ottave del Furioso (XLII, 93-94), che concludono il lungo 
elogio di ben sette Principesse delle Casa d’Este e Gonzaga. 

Formata in alabastro una gran donna 
era di tanto e sì sublime aspetto, 
che sotto puro velo, in nera gonna, 
senza oro e gemme, in un vestire schietto, 
tra le più adorne non parea men bella, 
che sia tra l’altre la ciprigna stella. 

Non si potea, ben contemplando fiso, 
conoscer se più grazia o più beltade, 
o maggior maestà fosse nel viso, 
o più indizio d’ingegno e d’onestade..... 


Certe linee di questa statua (2), richiamandoci alla canzone 
dell'incontro fiorentino, inducono a pensare che siano state 
tracciate con lo stesso fervido sentimento d’uomo appagato, 
con cui fu dettata quella poesia, quando, vivendo sicuro del- 
l'affetto di lei, fu pregato, o finse petrarchescamente d'esser 
pregato da Madonna di tesserne la storia, nascondendo tra le 
pieghe della imitazione e sotto il velo della idealizzazione 
poetica i precedenti e la realtà di quell’innamoramento, che 
pose fine alla volubilità sentimentale di messer Ludovico. 

Il quale, avendo amicizia con Tito per i legami comuni con 
la Corte e per quelli di familiarità con gli Strozzi, da annì ne 


(1) CataLano, Vita, II, 403. 
(2) Quest’elogio forse fu agziunto poco prima della stampa del 1516, 
dopo la morte di Tito; vedi CataLanOo, Vita, I, 421.22. 


LE ‘‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 197 


conosceva la moglie, la cui bellezza irradiata dalla freschezza 
giovanile deve avergli ispirata viva simpatia. Ma, o il sogno 
epico che tormentava la sua fantasia non gli consentiva ancora 
di posare a lungo l’occhio e il pensiero cupido su figure fem- 
minili che non fossero quelle del suo mondo cavalleresco, o 
l’appagamento dei sensi, se non proprio del cuore, che gli 
veniva dalle grazie di donne facilmente accessibili, gli era 
bastante a calmare l’ardore del suo caldo temperamento; o 
questi motivi ed altri, che nel campo dell’amore sfuggono anche 
alla più sottile indagine, valsero a mantenere ai rapporti del 
Poeta con la Benucci un tono di familiarità immune da ogni 
fiamma passionale; finchè la serena contemplazione delle sue 
bellezze fisiche e morali a poco a poco si circonfuse di calda 
simpatia e questa, favorita dalla frequenza degli incontri o 
piuttosto dal bisogno d’un affetto che rispondesse all’ideale 
femminile vagheggiato nell’anima e fervidamente ritratto nel 
poema, si trasformò in amore (1). 
Dico che ’1 giorno che di voi m'accesi 

non fu il primo che ’1 viso, 

pien di dolcezza, e li real costumi 

vostri mirassi atfabili e cortesi; 

.né che mi fossi aviso i 

che meglio unqua mirar non potea lumi. 

Il 24 giugno del 1513 non era il primo giorno che aveva am- 
mirata la dolcezza del suo volto e apprezzata la signorile 
affabilità del suo comportamento; più d’una volta, nel lungo 
periodo di «anni e mesi », guardandola aveva giurato, entro 
di sè, che non avrebbe mai potuto contemplare occhi più 
splendidi e fattezze più nobili: 

ma selve, monti e fiumi 

sempre dipinsi inanzi al mio desire, 
per levarli l’ardire 

d’entrar in via, dove per guida porse 
io vedea la speranza star in forse. 


(1) Su questa canzone, oltre il commento nelle mie Opere minori, 
pp. 264-74, vedi CataLANO, Vita, I, 407-08. 


198 G. FATINI 


Si prospettò, cioè, tante difficoltà per togliere al cuore 
l’ardire d’incamminarsi per una via con la speranza molto 
dubbia di giungere alla meta. Un periodo dunque di lotta 
interiore, per non perdere, da bravo petrarchista, la sua 
libertà, ma in realtà perchè convinto di trovarsi dinanzi ad 
una fortezza inespugnabile, protetta dal rispetto per l’amico 
Strozzi e particolarmente dalla riluttanza in lui ad ingol- 
farsi in una passione che poteva riuscirgli pericolosa oltre 
che vana. 

Il Catalano ha voluto interpretare questi tentativi come un 
complimento menzognero per dare ad intendere alla donna 
«che essa sia stata sempre, non ostante ogni trascorso, il suo 
«primo e unico amore » (1). La generica ispirazione della 
poesia delle Metamorfosi (XXIII) e di altri versi del Petrarca, 
che danno all’Ariosto spunti e reminiscenze, avvalorerebbe 
questa ipotesi. Ma, se è vero che la maggior parte delle liriche 
volgari sono ispirate all'amore per la Benucci, un gruppetto di 
versi (madrig. II, V, IX, X, son. VIII, XXII, XXIV, XXXIV, 
cap. XVI), che esprimono appunto lo sforzo e insieme il males- 
sere del Poeta incapace di sottrarsi al fascino imperioso di 
quella bellezza, mi sembra che illumini appunto i vari momenti 
psicologici di questo periodo tormentoso in cui a lui resta sol- 
tanto un conforto: quello di sfogare nell’intimità della sua anima 
le pene d’amore senza il sorriso di alcuna speranza. Sono rime 
del solito stampo petrarchesco, ma hanno accenti e note, per 
i quali mi par difficile escludere che s’ispirino alla realtà. 

All’ipotesi che esse esprimano situazioni analoghe per altre 
donne, o non siano, piuttosto, esercitazioni suggerite dalla 
moda del petrarchismo, preferisco quella che si riannodino alla 
Benucci, non solo perchè tutte riecheggiano nella canzone che 
riassume quella storia, e particolarmente nella strofe riportata, 
ma anche perchè presentandosi quali frammenti lirici d'un 
unico motivo ispiratore ci riconducono ad una donna che non 


(1) Vita, I, 408. 


LE ‘“ RIME,. DI LUDOVICO ARIOSTO 199 


può essere se non Alessandra, e ad una passione che non è nè 
artificiosa nè inventata a servizio di esercitazioni poetiche. 

Probabilmente nella indifferenza della donna vanarhente 
cantata e soprattutto nella inanità degli sforzi fatti per sof- 
focare la passione sarà il caso di leggere una vera ripulsa di 
Alessandra, subìta dal Poeta in un primo tempo. 

Passati « mesi ed anni » — egli dice, certo esagerando — di 
intimo tormento, credette di dimenticarla ingolfandosi in un 
amore più facile e più pieno; 

e dove più sicura 
strada pensai, lo volsi ad altro corso. 


Se ricordiamo che nel 1509 dall’umile figlia d’un chiodaiolo, 
Orsolina Sassomarino (1), gli nacque Virginio, quel figlio, che 
gli fu sempre e singolarmente caro, viene fatto di pensare che 
la remissiva Orsolina, per il tramite del comune pegno del 
loro effimero amore, abbia avuta la forza di riprendere a sè 
il Poeta; ma chi può scandagliare nei recessi del cuore umano ? 
Come escludere qualche altro amorazzo ? 

L’Ariosto passò così del tempo con la certezza di essere 
ritornato padrone di sè. Illusione! 


Credendo poi che più potesse l’uso 
che ’1 destin, di lui (del desiderio) cura 
non ebbi; ed ei, tosto che senza morso 
sentissi, ebbe ricorso 
dove era il natural suo primo instinto; 
ed io nel labirinto 
prima lo vidi, ove ha da far sua vita, 


che pensar tempo avessi a darli aita. 


Su l'esempio del Petrarca, l’Ariosto non ha rinunziato a dare 
un colorito e forse qualche nota fantastica alla storia dell’in- 
contro, che avvenne, come sappiamo, il 24 giugno 1513. 


(1) Su Orsolina v. CATALANO, Vita, I, 389-94 e G. Parpi, Un’amante 
dell’A., in Rivista d'Italia, 1900, II, pp. 640-45. 


200 G. FATINI 


Firenze, per festeggiare la recente elevazione di Giovanni 
de’ Medici alla cattedra di S. Pietro, aveva pensato di celebrare 
l'annuale festa di S. Giovanni con speciale solennità, che espri- 
messe l’esultanza del popolo verso l’augusto figlio nel giorno 
onomastico di lui e del patrono della città. 

L’annunzio dei grandiosi festeggiamenti, che pareva doves- 
sero riconsacrare l’affetto dei Fiorentini alla Casa medicea, 
ritornata da poco nel suo dominio, attrasse visitatori da ogni 
parte d’Italia. Anche l’Ariosto vi si recò direttamente da Fer- 
rara, con la segreta speranza forse di ricavare qualche frutto 
dalla sua amicizia coi Medici. Nella casa dei Vespucci, di cui 
pare fosse ospite, ma non per sei mesi, come favoleggia il For- 
nari, che ha bisogno d’un lungo soggiorno per giustificare l’in- 
fondata affermazione che il Poeta vi si recasse allo scopo di 
«apparar, secondo alcuni, come nel suo proprio nido, più pura- 
«mente la thosca favella » (1); o in quella degli Strozzi egli 
rivide Alessandra, che, «da preghi vinta e liberali inviti » dei 
suoi congiunti, si era portata a Firenze, alcuni giorni prima, 
in compagnia di qualche figlio. 

Qualche biografo e critico, male interpretando un sonetto 
e una canzone pseudoariostea (2), ha fantasticato d’un amore 
per una fiorentina Ginevra de’ Lapi, che sarebbe durato ben 
quattro anni; ma gli elementi offerti dalla canzone I collimano 
così esattamente con quanto si sa intorno alla Benucci che 
ogni dubbio svanisce su la identificazione della donna in essa 
cantata. 

La maggiore libertà e confidenza che il pubblico entusiasmo 
. e il tripudio collettivo portano fra persone anche estranee, 
lo stato d'animo sensibile al fascirio della bellezza per l’uno 
e della parola ammaliatrice per l’altra, la comune nostalgia 


(1) SALZA, Studi, pp. 53-54, e CATALANO, Vita, I, 395: va escluso 
che vi sì fosse recato da Roma, dopo la visita al Papa, come pensano 
il Cappelli, il Tambara, il Salza ecc. 

(2) Su questa vedi SALZA, Studi, pp. 102 sgg., e FATINI, Fortuna, 
56-57, 110-14. 


LE ‘‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 201 


di Ferrara, forse la stessa ospitalità dei Vespucci o degli Strozzi 
| congiurarono a riaccendere nel cuore dell’Ariosto la sopita 
fiamma e indurlo ad aprirsi. Nella generale esultanza il Poeta 
fu colpito particolarmente dalla bella schiera di donne che 
Firenze, coi cortei, i balli e gli spettacoli offrì al suo sguardo 
incantato, ma non vide alcuna 


che di beltà potesse, 
d’onestà, cortesia, d’alti sembiantiì 


voi pareggiar, nonché passarvi inanti. 


Agli occhi dell’innamorato nessuna bellezza, si sa, può essere 
superiore o pari a quella della donna amata; la Benucci poi 
col suo portamento avvenente, cui doveva conferire maestosa 
leggiadria il vigore dei suoi trentadue anni, nient’affatto sciu- 
pati dalle conseguenze di sei parti, con l’elegante acconciatura 
che l’Ariosto descrive minuziosamente, col severo vestito nero, 
indice non di vedovanza, ma di signorilità e di buon gusto, 
alleggiadrito da una misteriosa impresa d’amore (due tralci 
di vite intrecciati), che l’abile mano della stessa Alessandra 
vi aveva trapunta, e con un diadema in testa, apparve 
senz’altro dea fra tante donne incantevoli. Egli la contemplò 
sicuro di sè: 


Tanto valor, tanta beltà non mera 
peregrina né nuova; 
sì che dal fulgurar d’accesi rai, 
che facean gli occhi e la virtute altiera, 
già stato essendo in pruova, 
ben mi credea d'esser sicur ormai. 
Quando men mi guardai, 
quei pargoletti, che ne l'auree crespe 
chiome attendean, qual vespe 
a chi le attizza, al cor mi s'aventaàro 


e nei capelli vostri lo legàro. 


È una storia poetica con l'immancabile vittima d’Amore, 
che si serve degli Amorini, annidati, questa volta, «ne l’auree 


202 G. FATINI 


«crespe chiome », per cogliere l’uomo al varco e legarlo così 
strettamente 


che più saldi un tenace 
canape mai non strinse né catene. 


Sotto il colorito dei petrarcheschi Amorini, non è difficile 
sorprendere, specialmente con l’efficace similitudine delle vespe 
che s’avventano su chi, imprudente, le molesta, la viva emo- 
zione subìta dall’Ariosto. Egli perde così la sua libertà, ma 
non se ne duole; se mai, si rammarica, dice argutamente, di 
non averla perduta prima. 

Così le feste fiorentine suggellarono l’amore, ma non pare 
con la piena dedizione della donna. 

Da un sonetto (XXI), che per i concetti e per il tono pacato 
del ricordo si può collegare con la canzone I, composta a 
distanza di tempo dall’incontro fiorentino, si ricava una cir- 
costanza nuova, che illumina le fasi di questo amore: 

Qui fu dove il bel crin già con sì stretti 
nodi legommi e dove il mal che poi 
m'’uccise, incominciò; sapestel voi, 
marmoree logge, alti e superbi tetti, 

quel dì che donne e cavallieri eletti 
AVostl uu s'e e 

Ben vi sovien che di qui andai captivo, 
trafisso il cor, ma non sapete forse 
come io morissì e poì tornassi in vita, 

e che Madonna, tosto che s’accorse 
esser l’anima in lei da me fuggita, 


la sua mi diede e ch’or con questa vivo. 


Dopo il fatale incontro dunque egli fu per morire del colpo 
ricevuto, ma la Benucci, solo quando se ne avvide, cioè dopo 
un certo tempo, lo sottrasse alla morte donandogli la sua anima, 
con la quale «or... vive », cioè «ha da passar sua vita », come 
ripete nella canzone. 

Fu così una mezza vittoria, contrastata dalla riluttanza di 
Alessandra a venir meno al suo decoro di moglie e di madre; 


LE ‘’ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 203 


seguì in tal modo per l’Ariosto un periodo di inquietudine e 
di ardore insoddisfatto, che un sorriso, una dolce parola, un 
fugace colloquio, una furtiva carezza, rubata forse negli incontri 
mondani, approfittando di qualche gioco di società, anzichè 
appagare, rendevano più cocente. o 

Quando l’amore trionfò d’ogni ostacolo e ritegno ? A me sembra 
verso la fine del 1514, se il definitivo allontanamento dell’Or- 
solina, che l’Ariosto nel febbraio di quell’anno aveva data in 
isposa con una donazione di 600 lire al suo fattore (1) Antonio 
Manfredin, e la sistemazione di due puttine di Alessandra, che, 
nell’aprile, venivano rinchiuse in un convento fiorentino (2), 
sono in relazione fra di loro ed ambedue col desiderio di 
maggior libertà da parte dei due innamorati. 

Se poi il capitolo X fu scritto dall’Ariosto, come pare (3), 
negli ultimi di ottobre del 1514, dopo aver interrotto, al passo 
del Furlo, il viaggio intrapreso con Ippolito per Roma, l’ama- 
rezza del distacco da Madonna, la stizza che la violenta febbre 
lo abbia colto dopo la partenza da Ferrara e non prima, pri- 
vandolo così del conforto di essere vicino a lei, la paura di 
morir solo, lungi da tutte le persone care, e infine tutto il tono 
accorato e sincero di quelle terzine, offrono elementi per cere- 
dere che il tenero ed appassionato attaccamento di Alessandra 
fosse effetto d’una mutua e piena corrispondenza dei loro 
cuori. Forse il nuovo legame contribuì a indurre l’Ariosto a 
sopportare ancora la « mala servitude » di Ippolito, rinunziando 
proprio nel 1514 a cambiarla col servizio probabilmente offer- 
togli dal cardinal Cibo (4). Comunque sia, l’idillio divenne 
pieno amore, se non nel 1514, non molto dopo, perchè la 
morte di Tito, avvenuta ai primi di ottobre «del 1515, toglieva 
il più grave se non l’unico ostacolo. E allora..., ma lasciamo 
che il Poeta ci dica la sua letizia con un inno che sgorga 


(1) Catarano, Vita, I, 391. 

(2) Lettere di L. A., p. 319. 

(3) Vedi CataLANO, Vita, I, 369, 374-75 e pp. 176-79 dì questo vol. 
(4) CataLANO, Vita, I, 209, 376-77. 


204 G. FATINI 


dal suo labbro in un impeto di voluttà che investe tutte le 
cose (cap. VIII): 


O più che ’1 giorno a me lucida e chiara, 
dolce, gioconda, ayenturosa notte, 
quanto men ti sperai tanto più cara! 


Però non può essere questo il canto di vittoria, come i più 
pensano; il capitolo che descrive una notte d’amore, la quale 
non è detto che sia la prima, non può avere relazione con 
l’amore della Benucci, che l’Ariosto ha tenacemente circondato 
del massimo riserbo. È più probabile che a lei si riferisca il 
cap. VII, quello che il Baruffaldi con pudibonda ingenuità 
vorrebbe dettato nella occasione del matrimonio (1), che doveva 
forzatamente tenere nascosto. In esso il Poeta si presenta così 
traboccante di letizia che non riesce a tacerla; però non pale- 
serà mai ad alcuno la causa della sua ebbrezza: 

Forza è ch’alfin si scopra e che si veggia 
il gaudio mio dianzi a gran pena ascoso, 
ancor ch’io sappia che tacer si deggia...... 


Lo sforzo per tenere chiuso nel fondo dell'animo il motivo 
della sua felicità sì spiega assai bene nei riguardi della Benucci, 
che egli, anche se il marito era già morto, aveva il dovere di 
preservare dalle male lingue; ed a lei pure il Poeta presta la sua 
lira perchè riveli la sua intima gioia, ma sempre in modo che 
gli altri non intendano, simboleggiando il suo amore in un 'im- 
presa formata d'una penna nera in fregio d’oro, della quale 
non dirà a nessuno l’ascoso significato (cap. IV). 

Così tutto lieto della sua Alessandra, ora ne elogia la chioma 
(son. X); ora garbatamente si domanda se alla bellezza fisica 
ella non abbia superiore l'ingegno (son. XIV); ora s’indugia 
a esaltare in lei le doti morali e intellettuali (son. XV); ora 
quelle fisieche e morali insieme (madrigale VIII, son. XXV); ora 
si compiace di riandare la storia del suo amore colorendola 


(1) BaRUFFaLpI, La Vita di L. A., p. 160. 


LE ‘RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 205 


poeticamente (canzone I), o di rivivere con la fantasia ac- 
cesa il primo incontro di felicità (son. XIII); o di lodare l’abi- 
lità ricamatrice di lei (son. XXVI). 


Aventurosa man, beato ingegno, 
beata seta, beatissimo oro, 
ben nato lino, inclito bel lavoro, 
da chi vuol la mia dea prender disegno, 
per far a vostro essempio un vestir degno, 
che copra avorio e perle..... 


L'’elogio, che ha indiretto riscontro nelle lettere di Alessandra, 
ricorda un passo del Furioso (XXIV, 66), da cui il Fornari ha 
tratto motivo per fantasticare su l’incontro fiorentino, durante 
il quale l’Ariosto avrebbe visto la Benucci, o meglio « una cognata 
« del Vespucci », intenta a preparare le sopravveste d’argento 
a liste purpuree «a’ suoi figliuoli, che deliberavano d’uscire 
«inopinatamente in quella guisa ornati alle giostre di quel 
« solenne giorno » (1). Il Polidori, poi, per conto suo, vorrebbe 
che il sonetto fosse stato fatto « per qualche egregio modello 
«di veste femminile, che la Benucci avesse da ricopiare in 
«drappo da rivestire se medesima » (2). 

Comunque sia, i due amanti, pur continuando a vivere 
ognuno nella propria abitazione, erano pienamente felici, nono- 
stante qualche ombra inevitabile, che veniva a turbare la 
loro felicità. Non certo per causa della remissiva Orsolina, 
che di quando in quando capitava in casa di Ludovico a por- 
tarvi denari od altro della mezzadria, ma per opera di pette- 
goli (3), che non mancarono di mettere in imbarazzo la Benucci, 
costretta, particolarmente nei primi tempi, di fronte al con- 
giunti del marito, al massimo riserbo per salvare la sua repu- 
tazione, e pare, anche i suoi interessi di tutrice dei figli; onde 

(1) SALZA, Studi, pp. 53-54, e CatALANO, Vita, I, 395. 

(2) Opere minori, I, 304. 

(3) Lettere di L. A., p. 321; per l'Orsolina v. una nota in Il « Conto 
de’ contadini » di: M. L. A., edito da A. A. BERNARDY, Ferrara, 1924, 
p. 48. 


206 G. FATINI 


in lei l'opportunità di comportarsi talvolta freddamente col 
Poeta, con grave disappunto di lui, che non sempre se ne ren- 
deva persuaso. 

Non mancò il male, che mise in pericolo la vita di Alessandra 
e la costrinse a rinunziare al più bello ornamento della sua 
bellezza, la chioma. E non mancò, pur troppo, neppure la 
necessità di stare lontani l’uno dall’altra. 

Solo pensando alla pienezza di quest’affetto, al dominio 
ormai sovrano di Alessandra, possiamo spiegarci il vivo malu- 
more che l’Ariosto provava ogni volta che per gli Estensi o 
per sè o per altri doveva lasciare Ferrara. 

L’irritazione (1) che freme nelle terzine del capitolo XI, 
rendendolo insensibile all’incanto del paesaggio fiorentino e 
al fascino dell’arte e delle belle donne della città d’Arno, è 
un indice eloquente del suo bisogno di stare vicino alla « bella 
maga », 


che con sua vista può sanarmi sola. 


Qualche volta è la stessa Alessandra che s’allontana per 
recarsi a Mantova (2), a rivedere una figlia monaca (mad. Xl1), 
o a Recano, al di là del Po, a divagarsi presso i congiunti 
Strozzi (son. XX); al suo ritorno, nel vederla apparire di lon- 
tano, il Poeta sussulta di tanta festa che perfino il cielo, 
incupito da un imminente temporale, s’illumina d’improvvisa 
serenità: 


Chiuso era il sol da un tenebroso velo, 
che si stendea fin all’estreme sponde 
de l’orizonte, e murmurar le fronde 
e tuoni andar s’udìan scorrendo il cielo; 

di pioggia in dubio o tempestoso gelo, 
stav’io per ire oltra le torbid’onde 
del fiume altier, che ’1 gran sepolero asconde 
del figlio audace del signor di Delo; 


riinznt  n 


(1) Vedi indietro, pp. 179-84. 
(2) CatALANO, Vita, I, 621, n. 30. 


LE ‘‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 207 


quando apparir su l’altra ripa il lume 
de’ beì vostri occhi vidi e udi’ parole 
che Leandro potean farmi quel giorno. 

E tutto a un tempo i nuvoli d’intorno 
sì dileguàro e si scoperse il sole; 
‘tacquero ì venti e tranquillossi il fiume. 


* 
* * 


Con questo legame si spiega meglio perchè l’Ariosto non seguì 
in Ungheria il cardinale Ippolito; se nella satira dell’ottobre 1517 
tra i motivi del rifiuto ha taciuto quello che in fondo era per 
lui il più grave, un’implicita allusione si può sorprendere sotto 
i versi 225-233, quando si dichiara dispostissimo a seguirlo, 
purchè non lo allontani da Ferrara o si accontenti di mandarlo 
vicino. Non ne fa parola neppure nella satira al fratello Galasso, 
scritta nel dicembre dello stesso anno, nella quale anzi con- 
fessa di aborrire dai vincoli ed ecclesiastici e matrimoniali; 
ma il silenzio è giustificato dalla necessità del riserbo su questo 
legame, che circostanze speciali gli impedirono per molti anni 
di legalizzare. Non dà il dovuto peso a queste circostanze chi 
nella terzina 


Come né stole, io non vuo’ el’aneo anella 
mi leghin mai, che in mio poter mantenga 


di elegger sempre o questa cosa o quella, 


legge una vivace protesta di libertà che non gli consente di 
continuare nell'amore per la Benucci (1). 

Bisogna penetrare nell'animo del Poeta per spiegarsi quest’'ap- 
parente contraddizione, che non gl'impedì di conciliare nel 
suo intimo il bisogno d’una libertà, diciamo pubblica, con la 
schiavitù del cuore liberamente accolta; e di consigliare più 
tardi in una satira il cugino Malaguzzi ad essere molto pru- 


(1) M. FERRARA nel suo commento alle Satire di L. A., Firenze, 
Le Monnier, 1932, p. 55 n. 


208 ; G. FATINI 


dente nella scelta della moglie, nel momento stesso in cui gli fa 
l’apologia del matrimonio, asserendo che 


. senza moglie a lato 
non puote uomo in bontade esser perfetto. 


D'altronde, nella satira III, che è del maggio 1518, allo stesso 
cugino, che desiderava sapere come si trovasse presso Alfonso, 
non esita a dichiarargli che «il servizio (del Duca » gli piace 
anche perchè 


dal nido natio raro si parte. 


Ad un sorriso molto significativo del cugino egli risponde: 


Parmi vederti qui ridere e dire 
che non amor di patria né de studi, 
ma di donna è cagion che non voglio ire. 
Liberamente te ’1 confesso: or chiudi 
la bocca, ché a difender la bugia 
non volli prender mai spada né scudi. 


È vero dunque; ed era anche umano che alla sua età sentisse 
vivo bisogno di un amore serio ed elevato, che potesse accom- 
pagnarlo per il resto dei suoi giorni. 

Con quanto dolore si sia indotto, nel febbraio 1522, ad accet- 
tare il governatorato della irrequieta Garfagnana, lo dice il 
capitolo V, traboccante d’un sincero sfogo; ma l’avvenire di 
Virginio, al quale non era ancora contento di aver procurato 
fino dal 1519 un beneficio ecclesiastico (1), e la necessità di 
uscir fuori dalle non buone condizioni economiche in cui si 
trovava, ebbero la forza di vincere la resistenza del suo cuore 
e della stessa Benucci. Il distacco fu penoso; e altrettanto penosa 
la ingrata dimora; a un anno di distanza dalla partenza egli 
confessa a Sigismondo Malaguccio che il primo effetto di quel 
grave ufficio è stato l'abbandono della poesia; per chi, come 
l’Ariosto nella poesia aveva riposto tutta la ragione della sua 


(1) CaTaLANO, Vita, I, 230; un secondo l’ebbe più tardi (pp. 365-66). 


LE ‘“ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 209 


esistenza, quell’abbandono sta ad indicare il profondo disagio 
spirituale, che l’ufficio garfagnino gli arrecò. 
La lontananza dalla Benucci ha spento in lui ogni scintilla 
poetica accendendolo invece di stizza (sat. V = IV, 22-24) 
vedendomi lontan cento e più miglia, 


e da neve, alpe, selve e fiumi escluso 
da chi tien del mio cor sola la briglia. 


Certo, questo motivo non lo dirà agli altri, per non buscarsi 
dai noiosi moralizzatori la nomea di pazzo: 
—- Guata poco cervel! — poi diria seco — 
degno uom da chi esser debbia un popul retto, 


uom che poco lontan da cinquanta anni 


vaneggi nei pensier di giovinetto! — 


Va bene; è lui il primo a convenirne che essere innamo- 
rato a quarantanove anni fino a perdere il cervello è un po’ 
troppo; ma a quei tali criticoni vorrebbe rispondere, orazia- 
namente, che il suo è certo un errore, ma forse forse non così 
grave come quelli che essi, i moralisti, celano con tanta ipo- 
erisia. | 

Del resto, 

Dica ogniun come vuole, e siagli avviso 
quel che gli par; insomma ti confesso 


che qui perduto ho il canto, il gioco, il riso. 


Per fortuna ogni tanto può fare una visita a Ferrara, per 
quanto, al ritorno, lamarezza del distacco otfuschi subito 
la limpidezza della breve gioia provata (son. XIX). 

Quest'amore fu, in parte, anch'esso la causa, non l’unica 
— come pensa ll Pastor (1), che vide con infondato scandalo 
in questo legame extralegale una prova della dissolutezza di 
cui «era piena » la vita del Poeta — per la quale, nel marzo- 
aprile 1524 rifiutò l’ufticio di ambasciatore del Duca presso 


(1) Storia dei Papi, IV, p. 543, n. 


fziornale storico — Suppl. n° 25, 14 


210 G. FATINI 


Clemente VII, che forse gli era stato offerto per interessamento 
di Bonaventura Pistofilo, genero di Alessandra. 

«Scioccarellone! » — gli avranno detto gli amici, — « rinun- 
«ziare per una donna e alla tua età ad un posto così ambito! ». 
Lo comprende pur lui e quasi quasi sarebbe disposto anche a 
lasciarsi bastonare (sat. VI-VII): 


S'io ti fossi vicin, forse la mazza 
per bastonarmi piglieresti, tosto 
. che m’udissi allegar che ragion pazza 
non mì lasci da voi viver discosto. 


Lo aveva già detto nell’esordio del Furioso, XXIV: 


Chi mette il pié su l’amorosa -pania, 
cerchi ritrarlo e non v’inveschi l’ale, 
che non è in somma Amor se non insania, 


a giudizio de’ Savi universale. 


Pazzia! sia pure. Ma per lui quell’amore costituiva ormai 
l’unica ragione dell’esistenza. 

Finalmente nel giugno del 1525, liberato dal peso del gover- 
natorato garfagnino, potè riunirsi a lei, e qualche tempo dopo 
sposarsi, conservando segreto il vincolo matrimoniale; non 
prima però almeno della fine del 1525. Una lettera scritta da 
Alessandra nell'ottobre 1525 a Lorenzo Strozzi, ricordandola 
ancora vedova, esclude che fosse già avvenuta la regolarizza- 
zione della loro unione. 

Questa lettera, a torto ritenuta autografa di Ludovico (1), 
è importante anche perché rivela nella Benucci certa durezza 
egoistica, che turba la luminosa immagine delineataci dalla 
fantasia del Poeta. 

Le due figlie di Tito, che nel 1514 erano state rinchiuse in 
un monastero di Firenze, volevano uscirne e coi loro lamenti 
avevano indotto i parenti Strozzi di Firenze a interporsi 
presso la madre perchè provvedesse a ritirarle. 


(1) CataLanO, Vita, I, 617, n. 17. 


LE ‘‘ KIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 211 


Ma Alessandra si oppose energicamente minacciando di 


recarsi a Firenze per fare intender loro la ragione. 


« Benché io creda che la mia venuta serà di poco utile perché hanno 
già presa la briglia con li denti e bisognaria maggior prudenzia e 
maggior autorità della mia a reprimer l’audacia nella quale sono infi- 
stolite per il mal governo che hanno avuto: non di meno io farò a 
loro e a tutti li altri cognoscere che non hanno da sperar alcuna cosa 
meglio per tornare a Ferrara, perché di quel di suo padre non rimase 
tanto che avesse potuto a me e ad essi figliuoli far le spese tutto uno 


anno » (1). 


E qui una vivace protesta contro chi ha sparsa la voce 
che il marito avesse lasciato alla morte « gran quantità di 
danari ». 

Questa insistenza nell’affermare le sue condizioni econo- 
miche tanto misere da averla costretta a ricorrere più volte ai 
congiunti Strozzi di Ferrara, con l’altra di addossare al marito 
la responsabilità della scelta del monastero, cela una grave 
preoccupazione, che in parte doveva essere anche dell’Ariosto: 
che le due fanciulle, ormai da marito, ritornando a Ferrara, 
con la loro presenza turbassero la loro pacifica convivenza, di 
cui dovevano avere avuto sentore pur gli Strozzi di Firenze 
e le stesse fanciulle. 

L’Alessandra fa trapelare questo turbamento, dichiarando 
vivacemente di essere vissuta in mezzo a tanti disagi e di avere 
« consumato diecì anni del fiore della sua etade, come ha fatto, 
«in viduità, subietta a mille ludieli temerari, come spesso accade 
« alle povere forastiere che non hanno da sè nè hanno parenti 
«a chi rivolgersi... ». 

Certo, l’aureola di bontà, di cui il Poeta la circonfonde nel 
Furioso e nelle rime, svanisce alla lettura di questa lettera, 
nella quale essa, sacrificando al proprio egoismo di amante 
e di donna l'amore materno, rivela un vivo attaccamento 


@———@—@@>___m@___m 


(1) Lettere di L. A., pp. 319 sgg. 


9312 G. FATINI 


all’interesse, che la spinge anche a dichiarare contro il vero che 
Tito avesse lasciato alla sua morte un patrimonio tanto me- 
schino. 


Forse di questo attaccamento non riesce a nascondere un 
indizio in una lettera del 16 novembre 1531, ove ella comunica 
a Gianfrancesco Strozzi, a Padova, una lieta notizia: 


«....agpetava scrivervi una gran nova de sua Sig.ria e al pre- 
sente ve la notifico, qualmente ditto M.co Ariosto è statto alquanti 
giorni con la Excell.tia dello Ill.o Sig.r Marchese del Guasto, et al 
partir suo gli ha donati D. 100 d’intrata all’anno per lui e per sui 
heredi, et gli ha donato un lapis lazari belissimo, ligato in horo cum 
una catena d’oro e una crosetta cum Jeso Christo d’oro. In vero è 
una cossa belissima da veder. sì che per hora sua Sig.ria se ritrova 
qua in Ferrara sano e molto contento di questo dono che il prefatto 
S.r Marchese gli ha donato...» (1). 


Da qualche anno le gioie come le apprensioni dell'uno 
sono quelle dell’altra; egli forse si riprometteva di dedicarle 
una raccolta di rime (Furioso, XXVII, 124), e probabilmente 
il gruzzolo, che ce n’è pervenuto, è un saggio e un tentativo; 
ma senza dubbio le dedicò per anni gran parte della sua gior- 
nata, avendo cura degli interessi, delle occupazioni, dei rap- 
porti di lei con gli Strozzi con quella premurosa familiarità 
che nasce dall’intima e quotidiana convivenza. 

Un piccolo manipolo di lettere scritte a Gianfrancesco Strozzi 
in nome suo o di Alessandra dal gennaio 1531 al dicembre 1532, 
restieciolo d'un carteggio, certo più copioso, spira un’aura di 
vita familiare, fatta di umili cose e di piccoli desideri, di sfoghi 
domestici e di casalinghe occupazioni, che avvolge con la sua 
luce poetica anche l'artista. 

Com’è simpatico questo « cancelliero », che dai voli mirabili 
del suo cielo cavalleresco scende a parlare con interessamento 
e competenza tutta femminile di preparativi nuziali, di cor- 


(1) Lettere di L. A., p. 328 e CATALANO, Fita, I, 578. a 


LK ‘‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 218 


redi, di drappeselli, di filati d’oro, di ricami, di velluti, di 
monili, di conti, ecc.! Ecco un esempio: 


«... Noi eredemo di mandarvi il disegno del ricamo della veste mo- 
rella: pur non lo promettiam certo. Nella veste anderauno ventiseî 
braccia di raso, e nelle sottomaniche due, che faranno ventotto; e nulla 
manco, per esser grande come ella è. lo non so la quantità dell’oro che 
v'andrà. Io so ben che madonna Beatrice Gualenga se ne fe’ ricamar una 
questo carnevale, e fece le cordelline d’oro e di seta, e vi si messero due 
libre d’oro, che messer (tuido le mandò a torre a Fiorenza. Credo che 
facendosi queste d’oro schietto, non ve n’andrà meno di tre libre, 
perché hanno da esser cordelle, e non cordoni, che mostrano più 
ricco e più bello. lo vi conforto a non guardare un poco più o un poco 
meno; ché quando si ha da far una spesa, si vuol far magnifica, o la- 
sciarla stare. Mi piace che abbiasi trovato il velluto rizzolino, che sia 
bello. Similmente per le sottomaniche bisogneranno ventotto braccia. 
Circa gli seuftiotti, mi piace che ne facciate fare uno morello e d’oro, 
massimamente che si contara con la veste; e così vorrei che l’altro fosse 
rizzolino e d'oro, essendo Paltra camorra così fatta, cioè rizzolina. 
La consorte vi prega che siate contento che, facendole una camorra 
bianca, ch'anco abbia uno scutfiotto bianco e d’oro; e tanto più quanto 
ella sta molto bene col bianco. lo vi avvertisco a cercar oro sottile, 
che farà tanto più bello lavoro. E xe voi mi rimetterete queste robe, 
si terrà conto e del numero e del peso, sieché non ne sarete frau- 
dato d'un ferlino (1); e quando la veste sarà messa insieme per man- 
darla al ricamatore, io la peserò; e la peserò di nuovo quando il rica- 
imatore me la ritornerà: e la farò lavorare tanto secretamente, che 
non si sapra; sieche parerà poi, che voi Fabbiate mandata da Padoa 
bella e fatta... » (2). 


Pare che la prosa acquisti un'insolita chiarezza e lindure 
lessicale, come se la tranquillità dell'amore gli raggentiliscu 
il linguaggio e dia un'aurea semplicità all'espressione. 

Eeco un altro passo, che rivela la femminilità di Alessandra, 
sensibile ad un atto di gentilezza, ma nello stesso tempo 
gelosa della sua tranquillità e forse anche del suo nome: 


(1) È la sedicesima parte di un’oncia (Cappelli). 
(2) Lettere di L. A. pp. 3930-31. 


214 G. FATINI 


« Della catena che avete mandata -— scrive a Giovan Francesco 
Strozzi il 25 decembre 1532 — a me, molto riferisco grazie a V. S., 
ancora che non accadea di pigliare adesso questo disconcio, non vi 
ritrovando meglio in denari di quello che vi dovete trovare: ché sempre 
Sì potea fare. [o la salverò così a nome vostro come a mio, ché non 
meno ne porrete disporre, come se fosse in man vostra. Ben vi avver- 
tisco e priego che non parliate di avermi fatto questo dono; perché 
se venisse all’orecchie di vostra suocera, né voi né io avressimo mai 
più pace con lei. Io la terrò molto bene occulta, né altri saprà ch'iv 


l’abbia, che voi e il Cancellier di questa... ». 


Che ne pensava il « cancelliero » di tai doni? In quell’insi- 
stenza a nasconderlo s’insinua forse un lieve moto di gelosia 
da parte dello scrivente ? 

Nel gruppo di queste lettere ce ne sono tre (1) che non sono 
state vergate dall’Ariosto, una è di un incolto segretario e due 
della stessa Alessandra; della quale ecco quella del 26 luglio 1532 
a Gian Francesco Strozzi. 


« Per umaltra mia, che io ve ò scritto abastanza de l'essere de 
vostro mesere, e de altre cose, che credo che a questa hora avereti 
auta, mo io ve mando mes. Franzesco e il sarto a posta per respeto che 
la cosa non vada più a lungo, e questo io l’ò fatto per respeto a questa 
povera puta che da po che la saputo che suo patre va in Romangia, 
mal non à fato altro che piangire per paura che sta cosa non vada 
più a lungo, e de non andare in Romangia; tute quelle cose che dareti 
a m. Franzesco serano ben date, lui a boca ve dirà a pieno de ongni 
cosa che cusì le avemo dato laricordo. Mandatili in dreto più presto 
che sia posibile. Non altro. A V.S. me ricomando e cusì la consorte. 
adi 26 Juli 1532. 

Il cancelliero eh'è arrivato hora vi si raccomanda, e vi conferma 
che quello che avete a fare facciati presto. 

Quanto sorella 
ALESSANDRA STROZZA. 


(1) Il VitaL (op. cit., p. 19) e CATALANO (Vita, II, 410) ne pubbli. 
cano una del 3 ottobre 1531, che è scritta da un incolto segretario; 
una del 16 novembre 1531 è nell'edizione Cappelli, pp. 327-29: del 
26 luglio 1532 in BarurFranpr, Vita, p. 155. 


Lx ‘‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 215 
’ 


Questa lettera, come l’altra del 16 novembre 1531, ricordata, 
attesta nella scrivente un grado di cultura assai umile: tanto 
sono sgrammaticate e lessicalmente dialettali. Sappiamo che 
non molto diverse sono pure le lettere di quella coltissima gen- 
tildonna che fu Isabella d’Este, alla quale però nessuno in 
grazia d’esse oserebbe negare buon gusto ed estesa cultura. 
Ma nel caso nostro è la stessa Benucci che ci fa sapere come 
non sia in grado, quando le manca il cancelliere, di scrivere, 
essendo « tropo da poco » (1). 

D'altronde, l’Ariosto loda generosamente anche il « chiaro 
ingegno » di Alessandra (son. XIV), che gli appare così ele- 
vato da far dubitare che sia superiore alla sua bellezza; loda 
in lei (son. XV) « l’ingegno divino » e 

una chiara eloquenzia, che deriva 


da un fonte di saper . 


Ma chi è obbligato a credere agli omaggi laudativi che ogni 
poeta dispensa alla sua donna? | 

Se però è scusabile l’ Ariosto, non sono scusabili quanti tra 
1 vecchi biografi e i moderni studiosi hanno fatto di Alessandra 
l’ispiratrice, anzi la guida spirituale dell'artista. 

Valga per tutti quello che scrive Antonio Cappelli, che pur 
è il benemerito e coscienzioso editore delle lettere dell’Ariosto: 

« Alessandra — egli dice — gli fu dolce stimolo a completare 
« il suo poema che aveva bisogno di grande opera, nè era limato 
«nè fornito ancora; ed anzi fu detto el’ella esigesse ogni mese 
«un canto ricorretto del Furioso. L’Ariosto si trattenne in 
« Firenze quasi due mesi nella diletta compagnia della donna 
«amata, ne’ cui begli occhi e nel sereno viso andava errando il 
«suo ingegno, ch'egli, vestendo immagini colle grazie d’Ana- 
«creonte, chiedeva di poter raccogliere colle labbra » (2). 


(1) CataLaNo, Vita, II, 410. - 

(2) Prefazione alle Lettere, LIII; vedi CampaxINI, op. cit., p. 32; 
ERmininella prefazione al furioso della collezione torinese (Un. Tipogr. 
Editr. Torinese), I, p. 14 e più diffusamente nella edizione della Società 
filologica romana, I, pp. xI-xtt; il LAZZARI (£. A., Livorno, (riusti), ece. 


516 G. FATINI 


Fantasie! Nessun influsso ebbe la Benucci sulla ispirazione 


del poema, la cui tela era già intessuta al momento in cui ella 
prese a dominare nel cuore di Ludovico; l’allusione della 22 ot- 
tava del 1° canto, che pure ha riscontro con l’invocazione del 
ternario in onore di Obizzo, non esce, se riferita ad Alessandra, 
dal campo d’un caldo elogio amoroso. Ma ella, neppure il 
minimo contributo portò alla revisione della prima stesura, 
perché dal 1513 alla fine del 1515 i loro incontri non potevano 
essere che furtivi e fugaci; d'altra parte, chi legga attentamente 
le due lettere autografe è costretto ad escludere che una donna. 
poco buona a dettare un periodo non sgrammaticato, abbia 
potuto collaborare alla rifinitura lessicale e in genere alla pre- 
parazione del terzo Furioso. Vissuta a Barletta e a Ferrara, 
la Benucci non poteva possedere la purezza della favella to- 
scana, che i criticì le vorrebbero riconoscere dalla origine fiv- 
rentina del padre. 

Ma, se nullo è l'influsso esercitato da lei sulla creazione e su 
la elaborazione dell'opera d’arte (1), grande fu invece quello 
che col suo affetto, con la sua bellezza e forse con la sua intel- 
ligenza ebbe nella vita del grande cantore. La Benucci rap- 
presentò per l'uomo la tranquillità e il conforto di un affetto 
quieto e sicuro, che sl risolveva in un dolce ristoro per lo 
spirito dell'artista, il quale, logorato dallo sforzo quotidiano 
inteso ad avvicinarsi sempre più alla inaccessibile Musa, aveva 
bisogno di un sorriso ehe lo comprendesse, d'un bacio che miti- 
gasse l'ardore del suo travaglio, d'una carezza che lo rapisse 
nel mondo del sogni. 

In questo senso solo vanno intesi gli ultimi versi del sonetto 
carducciano « Dietro un ritratto dell’Ariosto », nel quale su la 
fivura del « divin lombardo » domina col suo sorriso luminoso 


(1) Si citano molti passi del poenia allusivi alla Benucei e allamore 
dell'A.i per es. I 2: IN 22 NVI. 1-2; NNIV, 1-3, 66; NXN, 3: 
NXNXNV 1-2: NUIT. 93-95 ece.i ma bisogna andare molto cauti nel 
rintracciare queste allusioni nono solo nelle ottave che comparvero 
fin dalla prima edizione, ma anehe in quelle aggiunte. 


” 


LE ‘’RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 217 


la bella donna, senza che essa s’atteggi a maestra o a ispira- 
trice dell’innamorato poeta: 


«000000000 + + Non favore 
di prenee o di vulgo aura ogn’or novella, 
né di teologal donna l’amore, 
ma premio a’ canti era una bocca bella, 
che del fronte febeo lenia l’ardore 


co” baci, e quel fulgea come una stella. 


Tale per il Poeta fu Alessandra fino all’estrema dipartita 
di lui: poi si trasse, con l’eredità avuta, nell'ombra della sua 
egolstica aridità di cuore, e disparve, sotto il peso degli anni 
dediti a pratiche bigotte, nel 1552, dando motivo coi suoi non 
rari litigi (1), per amore del denaro, alla critica storica di pre- 
sentarla ai nostri giorni in una luce, che non è quella effusa 
ne dal Furioso nè dal sonetto carducciano. 


(1) CataLaNO, Vita, 1, 619, 622; II, 411 sgg. 


218 


CAPITOLO V. 


LA GENESI DEL «FURIOSO » 


La popolarità dell'/Innamorato e il giovane Ariosto. — Un primo ten- 
tativo epico. --- 11 secondo tentativo con l’Obizzeide. — Argo. 
mento e caratteri dell’Obizzeide. — Perchè VA. lo lasciò appena 
iniziato. -- Nuovi fermenti di poesia epica durante il capitanato 
di Canossa. — Perchè l’A. riprende col Furioso il mondo caval. 
leresco del Boiardo. — La « gionta » all’[nnamorato e la sua 
originalità. — La realtà nel Furioso. —— L'arte del Furioso. 


Il mondo cavalleresco, che con le fole dei cavalieri d'Artù 
da lunghi decenni esercitava in Ferrara e particolarmente 
nell'ambiente colto un fascino irresistibile, giunto ormai 4 
tramonto, stava esaurendosi nei sogni della fantasia invano 
ravvivati dai riflessi della realtà; quando, nella quiete di Fer- 
rara, intenta dopo la sfortunata guerra con Venezia, ad arrie- 
chirsi (Furioso, III, 48) 

«0... di templi e di palagi, 


di piazze, di teatri e di mille agi. 


suggestive e squillanti, risuonarono, in una nuova atmosfera. 
le imprese eroiche dei paladini carolingi, che, cresciuti gagliardi 
nell’ansia della lotta e nel fragore della mischia, il Boiardo 
presentava giovanilmente rinnovati dalla grazia delle creature 
brettoni, nate per l’amore e vissute nell’avventura. 

Così il tramonto della vita cavalleresca si mutò d'un tratto 
in fulgida aurora e i rudi paladini assunsero una nuova fisio- 
nomia, la quale, se riluce della gloria irradiantesi dalla difesa 
della patria e della religione e dal pericolo dell'avventura, s im 
porpora d’un bel colorito sotto il fascino dell'amore e nel culto 
soprattutto della bellezza. 


ei i I n 


LE ‘‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 219 
ba) 


Il conte di Scandiano aveva intuito che il mondo brettone, 
svuotatosi ormai d’interesse nella scarsa popolarità dei suoi 
attori e specialmente nella tediosa ripetizione di tante avven- 
ture, non poteva ringiovanirsi che attingendo un’ondata di 
vita sana e vigorosa direttamente dal popolo, dalla ricca vena 
cioè del ciclo carolingio al popolo caro. 

Per questo il Boiardo edificò sulla decrepita costruzione dei 
due cicli un grandioso palazzo popolandolo di fantastici per- 
sonaggi, rapiti nel vortice dell’amore e nel furore delle battaglie, 
quasi a gara col duca Ercole, che nella sua città, colta e guer- 
riera, pareva volesse raccogliere gli ultimi aneliti delle Corti 
di re Artù e di Carlo Magno. Sicchè, mentre il Duca, i Principi, 
i cortigiani e i popolani rinnovavano nei figli i nomi dei pala- 
dini e dei cavalieri ec nei torneamenti, nelle giostre, nelle cacce 
e nelle «cortesie » se ne rievocavano pallidamente le imprese 
e le costumanze, le dame ascoltavano le ottave boiardesche 
col cuore trepidante, perduto dietro fantasmi di gloria e di 
avventure (1). 

L'Orlando Innamorato parve così il canto in cui si quietavano 
le aspirazioni e i sospiri di cavalieri e dame, e trovavano ali- 
Inento quel sogni cavallereschi che erano stati lo spasimo e la 
gioia dei loro padri; onde le insistenti sollecitazioni al Boiardo 
perchè procedesse innanzi a tesserne la trama; le premurose 
ricerche delle copie del poema da parte di Principi e di let- 
terati, che se ne contendevano la lettura, pronti a ricorrere, per 
trovarle, a tutti i mezzi, perfino all’opera di fattucchieri (2). 


(1) Su la popolarità delle leggende cavalleresche in Ferrara v. Ca- 
TALANO, Vita, I, 261 seg., BERTONI, Furioso, pp. 92-95; Lettori di 
romanzi francesi nel 400 alla Corte estense, in Romania, NIV e poi 
nel volume Studi su vecchie e nuore poesie e prose d'amore e di ro- 
manzo, Modena, 1921, e ReicHenBAacHn, M. M. Boiardo, pp. 131 sgg.; 
il Catalano (I, 105) ricorda. ricollegandola ai romanzi della Tavola 
Rotonda. l'abitudine di Ereole di andare «alla ventura » la notte della 
Epifania; pei nomi di stampo cavalleresco v. P. RAJNA, Gli eroi bret- 
toni nell'onomastica ital. del sec. XIII, in Romania, XVII. 165. 

(2) Il CataLano (Fifa, I, 109 n.) cita Francesco di Donato, che 
informando Isabella d'Este, nel 1491, degli sforzi che faceva per tro- 


220 G. FATINI 


Nessuna meraviglia, del resto, per questa avidità di seguire 
e conoscere fino all'ultimo la sorte dei ringiovaniti paladini € 
cavalieri; da Borso, che sollecitando l’invio di libri cavalle- 
reschi ebbe a dichiarare di sentire, nel riceverli « magiore 
« piacere et contento che di una cittade che nui guadagnas- 
« semo » (1), a Ercole, che riuscì a raccoglierne nella Biblio- 
teca una ricca silloge, cercandoli pazientemente da per tutto. 
la brama di leggere e gustare cantari e romanzi sì era fatta 
sempre più diffusa e ansiosa in tutto il ceto intellettuale. 

Con la morte del Boiardo non svanì nè l'avidità di leggere 
l’Innamorato nè il fascino che la tessitura dell’interrotto poema 
diffondeva sui lettori, ma più acuto si fece il desiderio di cono- 
scerne il seguito e la fine, perchè, in un clima intellettuale 
dominato dal culto dell’arte, più vasto e più intenso era il 
bisogno di tuffarsi nella contemplazione di quel mondo fanta. 
stico, che mirabilmente s’intonava alle tendenze spirituali della 
società estense e ferrarese. 

L'Ariosto aveva allora vent’anni; abbagliato dai raggi di 
bellezza che sotto la guida di Gregorio Spoletino scopriva nei 
, classici latini, trascorreva i suoi giorni nel godimento della 
lettura e nelle lusinghe degli amori e delle liete amicizie. Le 
creature del Boiardo, che a lui come a tanti altri giovani 
carezzavano la mente, non ebbero allora la forza di trarlo a sè. 
come le creature di carne ed ossa che gli tenevano agitato il 
cuore, nè come le Lidie e le Pasifile, che dai carmi romani gli 
balzavano davanti, vezzose, a blandirne la fantasia e ad accen- 
derne i sensi. Anche perchè quel mondo, pur penetrando con 
l'onda melodiosa del verso nella sua anima sensibilissima al 


vare una copia dell'Hmnamnorafo, esce in queste frasi: « Prego Vostra 
« Signoria me perdoni, ma se dovesse andare da Charlo Sosena che 
«m@el fati atrovare per via del spirito, l’averò ». Il Sosena. ricordato 
dall'Ariosto nella satira VI (VII, 94-95), è un notissimo negromante. 

(1) BERTONI, Furioso, p. 92; vedi pure dello stesso la Biblioteca 
di Borso d'Este, in Atti della R. Accad, di Scienze di Torino, v. LXI. 
1926, p. 707 n. 


LE ‘‘RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 221 


bello, a lui, novello discepolo delle Muse latine, doveva apparire 
come qualche cosa di inaccessibile alla sua fantasia poetica, 
che non era ancora in grado di spiccare il volo per le supreme 
vette dell’arte. 

Perciò, quando poco dopo, nella serena primavera della sua 
vita, che va dall'abbandono dell’antipatico giure alla morte 
del padre, egli vagheggiò l’alloro poetico che gli fosse muni- 
fico largitore di premi e di onori, non volle scegliere per argo- 
mento la materia rinnovata dal Boiardo. Per un sentimento 
di orgoglio — io penso — si rifiutò di battere la stessa via del 
Conte, rimanendo sordo ai desideri della Corte ferrarese e 
indifferente alla popolare risonanza dell’Innamorato (1). Più 
che secondare i gusti del pubblico a lui premeva di affermare 
la sua indipendenza intellettuale; e tentò un poema, non è 
chiaro se in latino o in volgare. 

Impreciso è l’accenno che s'incontra nella elegia De diversis 
amoribus, nella quale, dopo avere ricordato l’abbandono delle 
leggi, egli dice che la sua volubilità to invita (carm. LIV) 


. ad Permessum .. aoniamque Aganippem, 
aptaque virgineis mollia prata choris; 
ineque iubet docto vitam producere cantu, 
per nemora illa, avidis non adeunda viris. 
famque aetes, iam facta dueum. iam fortia Martis 


concipit aeterna bella canenda tuba. 


Gesta di capitani, imprese belliche degne di essere eter- 
nate egli voleva cantare, mosso dal desiderio di ricavarne 
qualche vantaggio: ma s'accorse presto che la poesia non dà 
nè onori nè ricchezze: 

Fece iterum: — Male sana, inquit, quid inutile tento 
hoc studium? Vati praemia nulla manent. 


E allora entrò ai servigi di Ercole. 


immintoia 


(1) Continuato allora da Francesco Cieco e poi da Niccolò degli 
Agostini e da Ratfaele da Verona; vedi HauverTE, L'A. et la Poesie 
chevaleresque, cec., p. 71. 


222 G. FATINI 


A quale disegno epico si riferisce il Poeta con questi accenni 
autobiografici? Alcuni versi della satira V (IV, 128-29) ricor- 
dano ì tentativi poetici fatti nel ridente soggiorno della cam- 
pagna reggiana quando 

.in più d’una lingua e in più d’un stile 
rivi traea sin dal gorgoneo laco. 


Il ravvicinamento di questo passo a quello latino ci consente 
di limitare l’allusione epica al periodo corso fra l'abbandono 
dello studio delle leggi e l’entrata fra i cortigiani di Ercole, 
che avvenne non più tardi del 1497 (1). Entro questi tre anni 
l’Ariosto si sarebbe sforzato di cattivarsi le simpatie del Duca, 
con un «dotto canto ». Il quale, secondo un’acuta ipotesi di 
Riccardo Bacchelli (2), dovrebbe identificarsi con quel grup- 
petto di esametri del carme frammentario (V) che esalta 
Ercole invitto e fortunato custode della tranquillità di Ferrara, 
e arbitro, dopo la pace di Vercelli, nell’autunno del 1495, fra 
Carlo VIII e il Moro. 

Il giovane cantore avrebbe raccostato quest’elogio all’elogio 
della scienza, che è contenuto nel primo frammento (carm. I) 
o nei primi versi dello stesso carme, e che egli aveva scritto in 
antecedenza, tenendo come studente l’orazione inaugurale degli 
studi all’Università ferrarese, con l’intenzione forse di fare di 
quel discorso «la mitologica introduzione alla celebrazione di 
« Ercole, principe sapiente » in un poema epico o didascalico. 

Il Catalano invece, che giudica i due frammenti (3) del carme 
suddetto dettati per la stessa circostanza, e cioè come due 
passi della medesima Orazione inaugurale, ammette, senza 
individuarlo, un tentativo epico latino, su lo stampo della 
Borsiade di Tito Vespasiano Strozzi, della Sforziade di Francesco 
Filelfo e dell’Ercoleide del figlio di quest’ultimo, Gianmario. 


(1) CataLaNO, Vita, I, 150. 

(2) La Congiura di Don Giulio d'Este, I, pp. 188 sgg. 

(3) CATALANO, Vita, 1, 103; su questo frammento vedi HAUVETTE, 
Notes sur la jeunesse de V’A., pp. 9 sgg. e F. TORRACA, Per una biografia 
del’ A., in Studi di toria Sletter., Firenze, Sansoni, 1923, pp. 305 8gg. 


LE ‘‘ RIME,, DI LUDUVICO ARIOSTO 223 


Comunque sia, il tentativo fu fatto, ma o perchè non apprez- 
zato dal Duca e perciò infruttuoso, o perchè refrattario all'opera 
creatrice ed elaboratrice della fantasia, cadde nel vuoto. 


Vul” 

Intanto Niccolò Ariosti, per un’esosa prepotenza commessa 
a danno di un povero marito di Lugo, veniva dimesso dalla 
lucrosa carica di commissario di Romagna; privo di stipendio 
e col soprassello di una bella multa da pagare, era costretto 
a ritirarsi a Ferrara, contornato da parecchi figlioli da mante- 
nere. Probabilmente il Duca, non immemore dei servigi delicati, 
pericolosi e... peggio (1) ricevuti dal fedele servitore, per com- 
pensarlo in parte del danno subìto con la perdita dell’ufficio, 
ne chiamò in corte il figlio Ludovico. Questi, impaziente di 
farsi strada, con la visione allettatrice della gloria poetica, 
riprese per la seconda volta l'epopea, non più in latino ma in 
volgare, con l’Obizsccide. 

Il quale non ignoro che da qualcuno (2) si sospetta scritto 
durante la stesura, o poco dopo, del Furioso, mentre qualche 
altro lo riporta, omaggio dì ringraziamento, ai primissimi tempi 
della « mala servitude » presso il cardinale Ippolito. Altri, 
e sono i più, con maggiore base lo riferiscono al periodo della 
fine del capitanato di Canossa e l'ingresso alla Corte del Car- 
dinale, ad un tempo, cioè, di poco anteriore all’ideazione del 
poema, giudicando l’arte di quelle terzine ben inferiore all'arte 
limpida e melodiosasdel Furioso e però d'uno scrittore non an- 
cora troppo familiare coi segreti delle Muse (3). 

Giusta osservazione, per la quale appunto, come per certa 
ingenuità nella scelta dell'argomento e del metro, che rivela 


(1) Vedi il triste episodio della sua vita collegato con un tentativo 
di veneficio per incarico di Ercole, in CataLANO, Vita, I, 20 sgg. 

(2) B. Croce, Ariosto, Shakespeare e Corneille, Bari, 1929, p. 41. 

(3) Così il SALZA, Studi, p.39:; HAUVETTE, Votes, pp. 10-11 e PArioste, 
pp. 88-89; il BERTONI, Furioso, p. 315; il CATALANO, Vita, I, 127-28 
e 174. 


024 G. FATINI 


un innamorato della poesia ancora incapace di conciliare la 
dignità di essa col fine pratico che l’autore si propone, penso 
che sia degli anni precedenti la morte del padre, che furono anni 
di assidua preparazione attraverso la lettura dei classici latini 
e italiani e il rozzo martellamento di esercizi poetici in ambedue 
le lingue, preparazione sollecitata anche dall’ansia di uscire 
presto dalla cerchia degli umili cantori e imporsi fra i corti- 
giani. Vè di più: se l’accenno della satira V (IV, 126-29) col 
« gorgoneo laco » si riferisce ad una produzione epica del periodo 
reggiano, la serena concezione dell’amore che brilla nelle prime 
terzine s’intona con la spensierata giocondità del soggiorno a 
Reggio che precedè la scomparsa di Niccolò meglio che con 
quello che seguì, il quale lo tenne a lungo turbato da preoc- 
cupazioni domestiche e personali. 

Per intender meglio l’origine e lo scopo dell’Obizzeide giova 
riassumerlo. Dopo una breve invocazione eccoci in mezzo alla 
guerra: gli eserciti di Filippo il Bello e di Odoardo di Inghil- 
terra stanno di fronte, in Piccardia, per misurarsi in una deci- 
siva battaglia; alla vigilia dell’assalto un cavaliere inglese 
porta al campo avversario la sfida di Aramone di Nerbolanda. 
Questo nome desta un senso di sbigottimento generale; nes 
suno dei Francesi osa rispondere, quand’ecco dal gruppo alleato 
degli Spagnoli, Tedeschi e Italiani si fa avanti un giovanetto, 


Obizzo d'Este, a implorare dal re 


che gli lassi provar s'a quel superbo 


può far cader così orgogliosa voce. 


Il re, vinte le prime esitazioni, ispirategli dalla troppo gio- 
vanile età, gli concede l'onore della tenzone; ma l’invidia 
prontamente gli mette di fronte un competitore spavaldo € 
sprezzante nel barone francese Carbilano. 

Stimò costui gran scorno e ingiuria farsi 
a Franza. quando inanzi a’ guerrier sui 


li guerrieri d'Italia eran comparsi. 


lisi e 3 __ = —e ln 


LE ‘“‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 225 


Perciò vuole per sè l’alto onore: 


e pregò il re che non desse in altrui 
che ne le mani sue quella battaglia, 
o ad altri di nazion subietta a lui; 

e che per certo in vestir piastra e maglia 
a gran bisogni, fuor che la francesca, 


altra gente non de’ creder che vaglia. 


Parole grosse d’arroganza gallica, che fanno scattare un 
capitano tedesco e uno spagnolo a chiedere, ognuno per sè, il 
privilegio della sfida con l'inglese. Ma 

Obizzo, de l’onor d’Italia avaro 


e del suo proprio, 


risponde con fierezza che, dopo la prova con Aramone, è disposto 
a sostenere con ognuno di loro 
che la mia gente (l'italiana) al par ogn' altra vale 


al ogni assalto o faticoso o lieve. 


Il re cerca di troncare la vivace disputa, appoggiando il 
diritto di Obizzo; ma l’orgoglioso Carbilano non cede, tanto 
che il Marchese d’Este, stizzito, lo invita a provarsi con lui 
prima ancora che con Aramone. Filippo il Bello a malincuore 
acconsente, a patto però che il duello non assuma un signifi- 
cato nazionale. 

Ma non che fusse la querela vuolle 
qual nazion, Pitalica o la franca, 
sia più robusta o qual d'esse più molle, 
ma che ciascuno per sé abbia più franca 
persona o più gagliarda non repugna 
che mostri, e perciò lor dà piazza franca; 
6 sì serba anco di partir la pugna. 

À questo punto il componimento cessa. 

Che intenzione dell’Ariosto fosse quella di esaltare la Casa 
d’Este è chiaro non solo per la preponderanza che prende subito 
il protagonista, ma anche perchè l'elogio degli Estensi si fa 
palese sino da questi primi versi: per via indiretta quando al 


Giornale slorico — Suppl. n° 25. 15 


2206 G. FATINI 


fiero giovane, in mezzo all'inerzia paurosa degli altri, il Poeta 
attribuisce la prontezza di accettare la sfida e poi l’audacia di 
difendere il nome d'Italia dall’ingiuria dello straniero, che pur 
questa volta è francese; per via diretta quando immagina che 
il re ceda alle preghiere di Obizzo, nonostante la giovane età, 
perchè ricorda 


.- + + + .le vittorie spesse, 
che dal patre alli figli e alli nepoti 
non men ch'’ereditarie eran successe; 
onde li duci e cavallieri noti 
de la stirpe da Este a tutto il mondo 


lo fen sperar ch’avrian effetto i voti. 


Del resto, cantare gli Estensi era di moda; come intorno agli 
Sforza, ai Gonzaga e ai Medici, così intorno ai Signori di Fer- 
rara rimatori senza polso e oscuri umanisti da vari decenni 
facevano a gara con noti scrittori per cattivarsene il favore 
spargendo elogi sperticati in componimenti lirici, in eglogche, 
cantari storici e presuntuosi poemi. Con lo Strozzi e i Filelfo 
già ricordati si potrebbe citare una bella 0, se vogliamo, una 
brutta schiera di cantori (1); qui mi limiterò a rammentare il 
solo Boiardo, non pei Carmina de laudibus Estensium (2), che 
sì possono confondere cogli elogi di tanti altri, ma per il poema, 
nel quale l’amore di Ruggero e di Bradiamante ha l’utticio di 
nobilitare le origini della Casa d'Este, che l'invidia dei potenti 
Stati viciniori faceva risalire al traditore Gano. 

Sarebbe stato strano se in quella infatuazione generale per 
gli Estensi e la viva ammirazione per Ercole, invidiato e temuto 


per la sua abile politica, che assicurava — 0 almeno pareva 
che assicurasse — Ferrara dagli orrori della guerra, anche il 


giovane Ludovico non avesse vagheggiato di divenirne il can- 
tore con la segreta speranza che il Duca fosse pure per lui, come 
era per altri artisti e letterati, un munifico protettore. 


( 
( 


1) Vedi indietro il cap. |. 
2) Su questi versi v. Reicnexpaca, HH. M. Boiardo, pp. 19 sgg. 


s 


LE ‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 227 


Ma chi è il protagonista del progettato poema? Non certo 
Obizzo II, il quale, Signore di Ferrara dal 1264, appena 
diciassettenne, al 1295, non avrebbe potuto partecipare, gio- 
vanetto, alla lotta fra i re di Francia e d’Inghilterra, che si 
svolse dal 1292 al 1295. Egli è Obizzo III, che visse in un 
periodo procelloso della storia d’Italia e particolarmente di 
Ferrara, caduta alla morte di Azzo VIII (1308) in balia della 
Chiesa e di Venezia. Obizzo, dall'esilio, dove giovanissimo sì 
era ritirato, assistè impotente alla lotta per il possesso del 
Ferrarese, che si concluse col ritorno del feudo al Papato; ma, 
favorito dall'odioso trattamento fatto dal Legato pontificio 
alla popolazione e con l’aiuto del potente bolognese Romeo 
dei Pepoli, suo suocero, riuscì, dopo qualche anno a riaver la 
città, governandola coi parenti per circa vent'anni. Furono 
vent'anni di governo travagliato da ribellioni e lotte con la 
Chiesa e con gli Stati vicini; una breve sosta si ebbe con l’inve- 
stitura del Vicariato di Ferrara strappata al Papa nel 1332, 
ma la fine soltanto con la morte o la scomparsa dei suoi con- 
giunti dal potere. Da questa data, cioè dal 1336, al 1352, anno 
della sua morte, Obizzo resse virilmente lo Stato ampliandolo 
e jconsolidandolo fra gli Stati dell'alta Italia, che lo vollero 
ora alleato ora mediatore di pace (£urtoso, ILL, 38-39). 

Personaggio dunque fra i più singolari della Casa d'Este (1), 
che offriva all’Ariosto ampia materia di imprese belliche e di 
attività politica, per cui si poteva giustamente attribuirgli 
il merito di avere chiuso il lungo periodo, nel quale con fortu- 
nose vicende si formò il dominio degli Estensi e si iniziò quello 
del loro consolidamento. 

Ma un altro motivo aveva spinto il giovane Ariosto alla 
scelta: un po di quella vanità familiare che fece esclamare a 
Dante, al cospetto del trisavolo Cacciaguida, 


O poca nostra nubiltà di sangue, 


(1) Vedi Frizzi, Memorie per la storia di Ferrara, Ferrara, 1845, 
III, pp. 264 sgg., 6 Lerum Ital. Scriptores, XV. col. 312-424. 


228 G. FATINI 


perchè Obizzo III è appunto quel Marchese di Ferrara che, 
conosciuta «la bella Lippa da Bologna » (Furioso XIII, 73), 
ne rimase così avvinto che la volle con sè a Ferrara; e dopo 
venti anni di convivenza maritale la sposò nel 1347, in punto 
di morte, — aveva perduta la moglie Pepoli nel 1342 — per 
legittimare, dicono i cronisti, gli undici o i tredici figli che gli 
aveva regalati. S 

Madonna Lippa era un'Ariosti, che fu seguìta a Ferrara da 
fratelli e cugini con molta fortuna e benevolenza da parte 
degli Estensi, tanto che degli Ariosti Borso ebbe a dire più 
tardi che erano «l’ornamento e lo splendore della corte » (1): 
tra i cugini seguì Lippa un Niccolò o Colò, dal cui ramo scen- 
derà il padre del grande Ludovico. 

Alla celebrazione perciò di Obizzo l’Ariosto, indulgendo al 
un sentimento di vanità familiare più proprio ad un giovane, 
intendeva intrecciare il ricordo e l’elogio dei suoi avi, ricon- 
giunti etimologicamente dall'umanista Carbone con la presunta 
famiglia romana degli Aristii, e imparentati — dice il Baruf- 
faldi (2) — coi Malatesta di Rimini, gli Sforza di Milano, i 
Carrara di Padova, i Polenta di Ravenna e gli stessi Estensi. 
Questi nomi, che suonano potenza e splendore, avrebbero meglio 
illuminato il nome degli Ariosti, mentre dagli amori della 
« bella Lippa » un'aura di grazia avrebbe alitato per addolcire 
l’aspro ambiente e il bellicoso carattere del protagonista. 

Armi ed amori, Aunque, anche nell’Obizzeide, come nel- 
l’Innamorato, sono i due motivi informatori della fantasia 
ariostea, che dalla loro fusione in una unità ispiratrice aspet- 
tava di levarsi a volo e spaziare nella serenità dell’arte, col 
plauso degli Estensi lusingati dalla esaltazione e con l'illu- 
sione del Poeta di un successo, che avrebbe dovuto dargli 
fama e agi. 


(1) « Ornamentum et splendor» è detta la Casa Ariosto da Borso 
in un'investitura feudale; v. Cartarano, Vita, I, 7. 
(2) Vita di L. A., p. 10. 


LE ‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 229 


E allora perchè il giovane artista, giunto al 211° verso, sì 
stancò e mise per sempre in disparte il lavoro ? 

Egli capì che al quadro delle imprese belliche e amorose 
di Obizzo e ai contorni del suo ambiente mancava quell’alone 
di eroico e di maraviglioso di cui si circonfonde la storia, quando, 
investita nel corso dei secoli dalla fiamma rinnovatrice della 
fantasia popolare, assume carattere leggendario e diventa sor- 
gente di poesia. Era materia greggia, arida, che nessun ideale 
nè religioso nè politico aveva sollevata dalla bassura, poetica- 
mente infeconda, della cronaca. Le imprese di Obizzo, pet 
quanto importanti, non uscivano dai limiti, angusti e mono- 
toni, delle vicende storiche comuni a quasi tutte le Signorie 
italiane; buone tutt'al più per uno di quei cantari che esalta- 
vano ampollosamente le glorie d'una Casa, d'un Principe, 
d'un condottiero, esse avrebbero potuto destare un certo inte- 
resse nella Corte e forse non in tutta Ferrara, perchè ben lon- 
tane dalla drammaticità epica e dalla popolarità che la storia 
acquista sotto il soffio rinnovatore della poesia. Nell’angustia 
poi dell’argomento, ristretto alla gloriticazione di Obizzo, l'au- 
tore rischiava di rimanere soffocato sotto il peso dell'adulazione 
cortigiana, a scapito della sua dignità e della stessa povera vena 
poetica che il soggetto avrebbe potuto offrire, Non solo: l’Ariosto 
probabilmente sentiva la sconvenienza di indugiarsi sugli amori 
extra-coniugali della « bella Lippa », il cui interesse si sarebbe 
risolto in fondo in un malsano spirito di curiosità. 

Infine, di fronte alle stanze boiardesche piene di aria e di 
luce, armoniosamente collegate da un largo ritmo quale si 
addice alla maestà della narrazione epica, egli avvertì nel 
rigido e rapido conchiudersi delle terzine un impaccio al volo 
della fantasia narrativa, uno sforzo raziocinativo che avrebbe 
sminuito la semplicità e la solennità del canto e turbato troppo 
spesso la luminosità della strofa. 

L'Ariosto nella istintiva consapevolezza del suo avvenire, 
a cui lv invitava più che l’allettamento di un bel posto, la 
visione della gloria coi fantasmi della bellezza, che confusi 


230 G. FATINI 


s'agitavano nella sua calda fantasia, sentì il pericolo di confon- 
dersi cogli umili autori di cantari storici e al 211° verso abban- 
donò l’impresa. . 

Il Pigna ricorda che l’Ariosto «prese per suo soggetto il 
«comporre romanzevolmente. havendo tal componimento per 
«simile all'heroico e all’epico » ma da questa impresa volendo 
«il Bembo levarlo, con dirgli che egli più atto era allo scrivere 
«latino che al volgare, et che maggiore in quello che in questo 
« si scoprirebbe, dissegli all'incontro che più tosto volea essere 
«uno dei primi tra scrittori Toscani che appena il secondo tra 
« Latini, soggiungendogli che ben egli sentiva a che più il suo 
«genio il piegasse... » (1). Ottima risposta, che ben sì confà e 
alla spiacevole impressione che il Bembo può avere riportata 
dalla lettura delle rime in genere più che del ternario epico, 
cui quelle parole non paiono riferibili, e alla volontà dell'A- 
riosto di persistere nel campo volgare, rivolgendosi al poema 
romanzesco, ma a quello dell’epopcea cavalleresca. 

Così, abbia il Bembo avuto il merito di distogliere dall'Ohi:- 
zeide l’amico, o il merito sia tutto della squisita educazione 
intellettuale dell’autore; abbia Ercole con la sua indifferenza 
dissuaso il giovane cortigiano, oppure nulla abbia saputo di 
quel ternario, il tentativo dell'Obizzeide fu abbandonato, con 
gran vantaggio dell’arte ariostea, non perchè distolse il Poeta 
dal persistere nello scegliere un argomento con l’unità d'azione, 
come farà più tardi il Trissino e lo stesso Tasso col Ranaldo, ma 
perchè lo richiamò alla fonte dei poemi cavallereschi, che riu- 
scirono finalmente ad investirlo tutto con la potenza e rie- 
chezza della loro poesia e con la suggestione del loro mondo. 

Il frammento però ha qua e là qualche tratto o nota che lascia 
intravedere il futuro cantore. Fin dall'inizio questi intuisce 
quale ondata di poesia può derivare dalla fonte dell’amore 
confusa con quella della guerra, ma nel suo orgoglio d'’indi- 
pendenza spirituale, non volendo accodarsi ai continuatori 


(1) HAUVETTE, Notes, p. 12 n., e L'Arvoste, pp. 89-90. 


LE ‘ KIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 231 


dell’Innamorato, e tanto meno ai cantastorie che lo avevano 
preceduto nel cantare le glorie dei Principi, cerca quella fonte 
fuori del mondo cavalleresco, in quello prosaico di Obizzo, 
la cui vita intessuta d'armi e d’amori, più che ricordargli 
Orlando o Rinaldo, gli consentiva con l’unità d’argomento di 
avvicinarsi al poema classico. E forse in Obizzo, che egli fa 
combattere nel campo francese contro gli Inglesi, vuol riaffer- 
mare l’origine franca della Casa d’Este, ricollegandola a Carlo 
Magno, puriticata dall’onta di traditrice che i nemici dei Duchi 
di Ferrara si compiacevano di rinfacciare facendola discendere 
da Gano. Lo Strozzi col frammento della Borsiade e il Boiardo 
con la sua genealogia sparsa nell’Innamorato gli offrivano la 
fonte di questa purificazione. 


Canterò l’arme, canterò gli affanni 
d’amor, ch'un cavallier sostenne gravi, 


peregrinando in terra e n mar molti anni. 


Quasi presentisse la vacua battaglia che più tardi intorno 
alla varietà di azione del poema cavalleresco sostennero i pedanti 
fautori dell’unità, egli unifica il soggetto sostituendo ai cavalieri 
un cavaliere. 

Altra novità è nella invocazione rivolta non alla Musa o ad 
Apollo, come suggeriva la tradizione classica, 0, su l'esempio dei 
cantastorie, all’uditorio popolare, ma alla donna amata, la 
cui immagine balza alla sua fantasia tra reminiscenze petrar- 
chesche e dantesche e richiami mitologici, che rivelano il poeta 
da un lato non ancora esperto delle attrattive dell'arte, dal- 
l’altro accarezzato teneramente dall'amore, quale non apparirà 
nell’invocazione del Furioso, 


Voi Tusato favor, occhi soavi, 
date all'impresa, voi che del mio ingegno, 
ocehi miei belli, avete ambe le chiavi. 
Altri vada a Parnaso 0 a Cirra; io vegno, 
dolci occhi, a voi; né chieder altra aita 


a° versi mici se non da voi disegno, 


232 G. FATINI 


Versi dall’andatura semplice e modesta, ben lontani dalla 
movenza elegante e compita dell'ottava, ove la donna amata 
continua, ma con altro spirito, ad assistere il poeta nel suo 
canto: 


Dirò d'Orlando in un medesmo tratto 
cosa non detta in prosa mai nè in rima; 


se da colei che tal quasi m’ha fatto 

che ’1 poco ingegno ad or ad or mi lima, 
me ne sarà però tanto concesso, 

che mi basti a finir quanto ho promesso. 


Certo c’è qui una nota di malinconia che nel ternario manca, 
appunto perchè tra i venti e i venticinque anni l’amore si pre- 
senta in tutta la pienezza del suo appagamento, senza che l’espe- 
rienza dei travagli e delle delusioni ne offuschi la limpida 
visione. 

Nelle terzine la donna amata è la guida dolce e bella, che ac- 
compagna il giovane con lo stesso affetto di Virgilio per Dante 
(la reminiscenza dantesca: « avete ambe le chiavi », lo fa pen- 
sare) o di Laura per il mesto amico rimasto in terra (la triplice 
invocazione agli occhi, detti «soavi», «belli » e «dolci» non è 
il solo richiamo petrarechesco del componimento): nel poema 
invece compare come una tiranna che potrebbe anche impe- 
dirgli di pervenire alla meta, tanto la passione d’amore lo 
consuma, con l'effetto di turbargli quella calma spirituale che 
il canto esite. 

In entrambi i casi è sempre l’amore che domina la fantasia 
di messer Ludovico; onde vien fatto di domandarci se la donna 
che travagliò il cuore dell’Ariosto sino a fargli temere di per- 
dere il senno non abbia qualche legame spirituale con la donna 
stessa dal cui occhio il giovane Poeta attingeva ispirazione al 
canto. 

Dai più la donna del Furioso si identifica con Alessandra 
Benucci, la bella e formosa moglie di Tito Strozzi, che mitigò 
gli ardori del maturo artista dal 1515, quando mise le bende 


LE ‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 233 


vedovili, o forse prima. È facile che, alla vigilia di licenziare 
il poema per la stampa, l’Ariosto nella definitiva stesura del- 
l'ottava accentuasse la sua pena amorosa con una di quelle 
esagerazioni verbali che gli erano care, per rendere omaggio 
alla donna dal cui amore si sentiva da poco fortemente soggio- 
gato. Ma tale ammissione non esclude che una donna ispira- 
trice di versi sia comparsa sino dal ternario e da questo sia 
passata, più tardi, nel poema: una donna che, rappresentando 
l'ideale femminile, egli incarnò via via nelle facili bellezze 
reggiane e ferraresi, suggerendogli versi latini, e cantò con 
accenti di fervida contemplazione in alcune liriche volgari, 
e, poi, vagheggiò lungamente con la fiamma della sua calda 
sensualità, finchè, varcata la giovinezza e calmati gli ardori, 
la realizzò nella Benucci (1). 

Unità d’argomento e novità d’invocazione dunque rivelano 
l’impronta di un artista, sia pure principiante; al quale d'al- 
tronde non sfugge, per una vaga comprensione di certe neces- 
sità estetiche, l’aridità della materia; onde in lui un singolare 
sforzo per sollevare la figura di Obizzo dalla sterile zona della 
cronaca in un'atmosfera leggendaria. Così l’Ariosto ritarda 
di una quindicina d’anni la lotta fra i due re di Francia e 
d'Inghilterra per dar modo a Obizzo, nato nel 12294, di parte- 
ciparvi; lo presenta figlio di Azzo VIII mentre gli è nipote, 
essendo nato da un Aldobrandino, che, morto Obizzo II, sì 
mise subito in discordia col fratello Azzo. Forse già gli sorri- 
, deva alla fantasia la descrizione dello spettacolo popolare detto 
la battagliuola, che fu istituito nel 1317 per festeggiare il ritorno 
degli Estensi a Ferrara dopo il dominio pontificio; e la scena 
burlesca di una finta elezione imperiale tramandataci dal 
Chronicon Estense... (2). 


(1) Vedi CataLanO, Vite, IL 418-419, e per una diversa interpre- 
tazione L. Piccioni, Gli amori dell'A. e una invocazione del poeta, 
in Rivista d’Italia del 15 agosto 1923; qui mi discosto un poco da quel 
che scrissi in Rassegna, 1925, p. 35. 

(2) FrIZZI, Memorie per lastoria di Ferrara, II, 264; RR. 11. Scrip- 
tores, XV, 390; VIII, 488. 


234 G. FATINI 


Non sì può neppure negare un certo movimento nel dialogo, 
nella descrizione della sfida di Obizzo con Aramone di Ner- 
bolanda. Il poema è pieno di sfide e duelli, che si susseguono 
con sorprendente variefà ed evidenza pittorica. In queste 
terzine non manca vivacità descrittiva, che trova nell'iniziu 
una efficace similitudine per rappresentare lo sgomento gene- 
rale, che invade il campo francese all’annunzio, un po’ rodo- 
montesco, della sfida di Aramone: 

Indi levossi per le squadre a volo 
e andò il tumulto, com’avesse insieme 
tanta gente impaurito un omo solo; 
non altrimenti il mar, se da l’estreme 
parti di tramontana ode che ’1 tuono 
faccia il ciel rissonar, murmura e freme. 


Soprattutto vigorosa è la pittura del protagonista, che si 
delinea subito ardimentoso e insofferente d’ogni sopruso. Quel 
suo presentarsi impavido in mezzo allo sbigottimento di tutti 
i guerrieri, quell’invocare con le « braccia in croce », quasi novello 
Davide, che vuol provare «s’a quel superbo - può far cader 
«così orgogliosa voce »; quel gareggiare fra i campioni delle 
tre diverse nazioni per strappare all’italiano l’onore della sfida, 
sono pennellate vigorose e sicure, che preannunziano felice 
mente certe linee e certe scene del Furioso, nelle quali l’eco del 
fallito poema non è intieramente svanita; come nel duello tra 
Orlando e Ferraù (XII, 44-45); nella lotta tra Rodomonte-e 
Mandricardo (XXVII, 48 sgg. = vv. 142-59); nell'intervento 
di Rinaldo contro Polinesso in difesa di Ginevra (V, 86): nel 
ritratto di Rodomonte (XLV, 1-4 = vv. 53-56) e nell’atteggia- 
mento di Rinaldo contro Gradasso (XXXI, 99 = vv. 181-389). 

Vi è di più: nelle terzine risuona un accento di fierezza naz10- 
nale, che anticipa le rampogne del poema contro lo straniero 
e ì tiranni del paese: 

Obizzo, de Vonor d'Italia avaro 
e del suo proprio, e quinci e quindi offeso 


da quel parlar via più ch’assenzo amaro, 


LE ‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 235 


rispose: -— Tosto ch'avrò morto 0 preso, 
come spero, Aramon, che non mì deve 
quel che m'ha il re donato, esser conteso, 
tarò a ciascun di voi veder in breve 
che la mia gente al par d’ogn’'altra vale 


ad ogni assalto o faticoso o lieve. — 


Sono un'eco di quell’avversione anche antifrancese che i 
Ferraresi nel loro intimo sentivano per quell’incerto e pericoloso 
gioco della politica di Ercole, che dal 1496 al 1500 fu costretto 
a destreggiarsi fra la Francia e Milano. 


Marchese di Ferrara della Casa di Maganza, 
tu perderai il stato a dispetto della Franza, 


cantavano beffardi i Veneziani (1); ma anche i Ferraresi non 
vivevano tranquilli, perchè la Francia appariva come una 
minaccia per la pace a tutti e particolarmente ai sudditi del- 
l’Estense, che della politica francese del Duca scorgevano, più 
che i vantaggi, il pericolo per la loro tranquillità. Anche nel 
ternario in fondo c’è lo stesso spirito antifrancese che l’Ariosto 
insinua nelle odi latine Ad Philiroem e Ad Pandulphum scritte 
sotto la minaccia gallica, e nell'epitafio per la morte di Fer- 
randino, indiretta vittima dell’invasione francese (2). 

Spunti dunque d’individualità artistica, indizi di abilità 
rappresentativa e d’un certo afflato poetico, ispirato da una 
visione meno angusta della storia e da un vivo sentimento di 
italianità, non mancano nell’Obizzeide, che in confronto dei tanti 
cantari ha il pregio anche d’un verso scorrevole ed elegante; ma 
tutto ciò non valse a ingannare l’autore sulla aridità poetica di 
quel mondo storico, circoscritto da un interesse prevalentemente 
dinastico e personale. 


(1) Vedi Baccnenti, La congiura, I, 168. 

(2) BACCHELLI, op. cit., E, 191, 199 e particolarmente G. FATINI, 
Italianità e Patria in L. A., in Atti e Memorie della PR. Accademia 
« Petrarca» di Arezzo, N. S., I (1920), pp. 7-13 (estratto). 


236 G. FATINI 


* 
* 3% 


Con l'abbandono dell’Obizzeide non svanì dalla mente del- 
l’Ariosto il disegno di un canto solenne e magnificatore, che 
non poteva essere sostituito dalle liriche nè venir meno con 
le distrazioni della sua giovinezza o della Corte poco generosa. 
La realtà da un lato con la sua inconsistente bardatura caval- 
leresca, fatta di balli, cavalcate, cacce, tornei, giostre e duelli, 
in contrasto con le brutture di una politica sleale, avida e sopraf- 
fattrice, seguìta dalla maggior parte degli Stati; dall’altro con 
la vita di Corte, dove l’ideale cavalleresco sì era immiserito 
in una meschina gara di ambizioni e di umili servigi, acuiva 
in lui il bisogno di quel canto che, pur dopo i due tentativi. 
continuava .a fermentargli confuso e incerto nella fantasia. 
commossa dal miraggio della gloria e dalla speranza di un 
premio. 

In mezzo a questa forse inconsapevole gestazione spirituale 
gli muore il padre (febbraio 1500): | 


Mi more il padre e da Maria il pensiero 
drieto a Marta bisogna ch’io rivolga, 
ch’io muti in squarci et in vacchette Omero. 


Quell’Omero (sat. VII = VI, 199-201) cambiato con brogliacei 
e libri di conti è una rivelazione! Simbolo della poesia epica 
— non dello studio del greco e tanto meno della lettura di testi 
greci, ai quali l’ Ariosto non potè mai arrivare (1) —, quella 
parola rivela l'amarezza della forte delusione provata per l’'inu- 
tile travaglio sofferto, prima e .dopo l’Obizzeide, a ideare e 
tessere trame di eroi. Altro che tempo e voglia di cantare 
per la gloria! 


(1) È ancora controversa la questione se l'A. conoscesse il greco; 
il CATALANO (Vita, I, 140) non esclude che qualche lezione di greco 
la ricevesse dal Marullo; vedi pure I, 134 n. e una mia nota in Giorn. 
stor., 67, 423 n. e nel mio commento alle Satire di L. A., Firenze, 
Sansoni, 1933 (VII, 151 e 201). 


LE ‘“ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 237 


Alla vita con le sue incresciose difficoltà e coi suoi bisogni 
pratici occorreva pensare: 


Truovi marito 6 modo che ai tolga 
di casa una sorella e un’altra appresso, 
e che l'eredità non se ne dolga; 
coi piccioli fratelli, ai quai successo 
ero in luogo di padre, far l’utfizio 
che debito e pietà m'avea commesso. 
A chi studio, a chi corte, a chi esercizio 
altro proporre, e procurar non pieghi 


da le virtudi il molle animo al vizio. 


C'eran tanti pensieri e così gravi occupazioni che avrebbero, 
nonchè disperse le più poetiche illusioni, stancato l’uomo più 
pratico della vita. E l’Ariosto, da uomo pratico, allo scopo di 
avvantaggiare l’eredità, dal modesto servizio di Corte, par- 
rebbe dopo avere tentata senza frutto la protezione di Alfonso, 
con un epitalamio, scritto nella occasione delle sue nozze (1) 
con Lucrezia Borgia, ottenne di passare al capitanato di Ca- 
nossa. 

Con questo ufticio militare, che gli venne presto in uggia, 
sebbene gli lasciasse molta libertà, il sogno epico rifiorì vigo- 
rosamente, ravvivato da quell'ombra pallida e falsa di vita 
cavalleresca che era costretto a condurre, e soprattutto dalla 
vicinanza di Reggio. Tra una gita e Valtra da Canossa alla 
città natia messer Ludovico potè rivivere le dolcezze e i sogni 
del soggiorno reggiano, goduto alcuni anni prima, quando 
l’ombra della morte non aveva ancora angustiato il suo cuore 
di figlio e fratello; e forse fu a Canossa che i falliti tentativi 
epici gli ritornarono alla mente, sotto una nuova luce lusin- 
gatrice, nello sfondo simpatico dell'ambiente boiardesco, Là 
egli aveva bevuto col latte materno lamore della poesia; là, 
nella quiete campestre del suo bel Mauriziano, aveva gustato 
meglio che nella dotta Ferrara le ottave dell'Unnamorato; là 


(1) Hauverte, Notes sio la jeunesse, pp. 13-14. 


238 G. FATINI 


probabilmente tornò a dissetarsi alla fonte di quei versi, e dalla 
nuova lettura trasse più vivo e distinto il desiderio di emularne 
l’autore. 

Così la poesia, eterna maga, lo riebbe a sè risvegliando nella 
sua fantasia un nuovo fermento di accenti, note, immagini, 
motivi, favorito e frenato al tempo stesso dal mondo boiardesco, 
le cui creature ormai gli danzavano innanzi attraenti e con 
contorni sempre più netti. La laboriosa gestazione ebbe pro- 
babilmente il suo epilogo (1504-06) dopo l'ingresso aHa Corte 
di Ippolito, apertagli nell’ottobre 1503, quando da qualche 
mese aveva abbandonato il capitanato di Canossa, forse per 
affettuoso interessamento del cugino Pandolfo. 

Il nuovo ufficio, che fin dall’inizio gli fece balenare la pro- 
spettiva di un lieto avvenire, con un signore mecenate che 
avrebbe potuto assicurargli tempo e quiete per consacrarsi 
tutto all’arte, gli ruppe ogni esitazione nella scelta della via, 
orientandolo decisamente verso quel mondo cavalleresco da 
cuì il vano orgoglio d'una male intesa indipendenza artistic: 
aveva cercato fino allora di tenerlo lontano. 

Il Ruscelli, fra gli antichi, crede che l’Ariosto riprendesse 
la trama dell’Innamorato spinto dalle troppe lodi riscosse dalla 
continuazione di Niccolò degli Agostini (1); fra i moderni l'Er- 
mini vuole che messer Ludovico, facendosi interprete del sen- 
timento di sdegno destato, a suo parere, dal conte di Scandiano 
‘alterando e umiliando con l'amore la figura di Orlando, pro- 
seguisse quel poema con uno spirito di opposizione, per resti. 
tuire cioè al campione della fede cristiana col lavacro puriti- 
catore della pazzia la perduta maestà (2). 

Può darsi che le lodi del pedestre lavoro del Degli Agostini 
(1506) e, aggiungiamo, di quello del Cieco da Ferrara, così 
sgraditi all'orecchio musicale dell’Ariosto, abbiano concorso 
ad indurlo alla scelta accendendo in lui il desiderio di mostrare 

(1) CataLano, Vita, IT, 293. 


(2) Prefazione all’O. F., edizione dell’ Unione Tip. Ed. Torin. 
pp. 10.11. 


LE ‘‘RIME,, DI LUDUVICO ARIOSTO 239 


. 


a quei lettori di facile contentatura quale fonte di bellezza 
avrebbe potuto esprimersi dal poema boiardesco; ma è ben 
lontana dal vero l'asserzione dell’Ermini, perchè, se ci fu 
un poema caro agli Estensi e avidamente ricercato, letto e 
sollecitato dalla società ferrarese, questo fu l’Innamorato. Ciò 
dicendo, non intendiamo dare valore neppure alle strane ipo- 
tesi di coloro che attribuiscono la eontinuazione del poema 
boiardesco a un ordine del duca Alfonso o del cardinale Ippo- 
lito o al desiderio della marchesana Isabella o della donna 
amata. 

Il motivo peculiare della scelta fu uno solo e in esso si com- 
penetrano e si sperdono tutti i motivi occasionali e accessori, 
come la popolarità del mondo cavalleresco presso la società 
estense, il favore dell’[nnamorato e dei suoi epigoni, il desiderio 
dell'Ariosto di cattivarsi la simpatia dei Principi, ecc.: quel 
miotivo che nel lungo tirocinio di studio dal 1493 al 1503 era 
venuto assumendo una padronanza assoluta sulla mente ario- 
stea, mentre a contatto della realtà sorgeva nel Poeta e si 
sviluppava, sotto la spinta dell'ambizione e dell'interesse per- 
sonale cedenti via via il campo al dominio sempre più inva- 
dente della bellezza e dell’arte, il bisogno di un tal canto gran- 
dioso: il motivo che solo in quel mondo cavalleresco avrebbe 
trovato perfetta aderenza il mondo che nella sua fantasia 
veniva elaborandosi e completandosi, vale a dire che solo in 
quel mondo l’Ariosto avrebbe potuto pienamente attuare il 
suo sogno d'arte. Che era in fondo il sogno e Fideale di bellezza 
dietro cui e Leonardo e Raffaello e Michelangelo con una legione 
di artisti e di scrittori d'ogni levatura intellettuale si trascìna- 
vano anclanti, salendo il dirupato monte dell’arte, di null’altro 
solleciti che di toccarne la cima, per godervi intiera quella divina 
armonia che solo ai privilegiati faceva giungere di lassù Te sue 
note suggestive. 

Il Rinascimento trionfava in pieno a Ferrara non meno che 
a Firenze, a Roma, a Milano, a Mantova, perchè una numerosa 


schiera di umanisti e di scrittori in volgare aveva ormai appre- 


240 G. FATINI 


stata una temperie intellettuale così impregnata di spiriti 
artistici che mancava solo che apparisse un genio per espri- 
merne il capolavoro. 

Il genio venne con l’Ariosto, il quale purificandosi a poco 
a poco di tutte quelle preoccupazioni materiali e personali, che 
stimolando in lui l’artista lo tenevano attaccato ancora a 
finalità estranee all'arte o dell’arte prepotentemente domina- 
trici, getta nel vasto crogiolo della sua fantasia coll’immenso 
materiale greggio che dal Boiardo e dalla legione dei suoi pre- 
decessori e continuatori aveva raccolto, le sue aspirazioni, 
i suoi bisogni, le sue ansie di uomo, di cortigiano, di artista: 
tutto fonde e rielabora al soffio potentemente rinnovatore del- 
l’arte, e armonizzato e trasfigurato lo solleva ai fastigi della 
creazione. 

Lo stesso motivo personale, propiziarsi gli Estensi per assi- 
curarsi vita agiata e tranquilla, è come assorbito dal motivo 
superiore, perchè quegli agi e quelle comodità che egli attende 
dal mecenatismo di Ippolito, li spera non come un egoistico 
premio del suo lavoro, ma come mezzo che gli consenta di ab- 
bandonarsi tutto, senza distrazioni, alla realizzazione del suo 
sogno. 

Ecco l'accento di vivo rammarico racchiuso in quel verso che 
sì suole intendere nel gretto significato di uomo scontento 
perchè non abbastanza ricompensato: 


E di poeta cavallar mi feo! 


Di poeta cavallaro! il passaggio è duro, la delusione amaris- 
sima per chi, conquiso ormai dal misterioso fascino della poesia, 
dopo un lungo noviziato se n'è fatto in cuore un altare, a cui 
possa degnamente accedere, purissimo sacerdote, per levare al 
cielo, tinalmente, le note varie, ricche, suggestive del suo canto, 

I tempi sono maturi: la decennale preparazione, fatta di 
tentativi e «di pentimenti, di entusiasmi e di delusioni, in col- 
loqui continui coi nostri grandi, è compiuta. Eccoci dunque 
alla grande opera, per la quale l'educazione classica gli ha 


LE ‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 241 


approntato con un graduale ed organico svolgimento tutti 
gli elementi costitutivi dell’arte. 

Ho detto educazione classica, ma intesa nel significato esten- 
sivo di latina e volgare, l'una e l’altra intimamente e feconda- 
mente armonizzate, non esclusivamente o prevalentemente 
latina, come molti intendono. I quali trascurano il fatto che 
anche a Ferrara, come altrove, l’ultimo quarto del secolo XV 
è lo stadio in cui le due correnti, la umanistica e la volgare, dopo 
un lungo periodo di vita indipendente e talora antagonistica, 
vengono a confluire per confondersi in un primo momento e 
in un secondo fondersi in una unità ispiratrice; se della prima 
il tipo più rappresentativo è Vespasiano Strozzi, che nella sua 
arte elegante, donde affiora spesso un’eco di spiriti petrar- 
cheschi, assomma il lavorio oscuro di una pleiade di umanisti, 
la seconda vanta Matteo Maria Boiardo, la cui non troppo intima 
dimestichezza coi classici favorisce in lui il libero sviluppo del 
poeta lirico e cavalleresco. 

D'altronde, la lingua italiana nel ’400 non fu mai abbando- 
nata o avversata in Ferrara, non solo per la naturale tendenza 
del popolo e dei letterati ad affezionarsi alla lingua che sl parla, 
ma anche e soprattutto per la viva simpatia che Marchesi e 
Duchi da Niccolò III ad Ercole nutrirono ininterrottamente per 
essa. Se lo stesso Leonello, squisitamente educato nel elassi- 
cismo, non sdegnò di poetare in lingua italiana, Borso ed Er- 
cole, poco familiari con le lingue e le letterature classiche, pro- 
mossero una ricca fioritura di traduzioni dai testi antichi; e 
questa e la copiosa produzione, particolarmente in versi vol- 
gari, di oscuri popolani e umanisti, finirono col conferire al 
volgare, nel campo della cultura ferrarese, un posto, se non 
superiore, pari a quello latino, trascinando da ultimo pertino 
ì più fanatici ammiratori della lingua romana (1). 

Così nell'atmosfera intellettuale di Ferrara, in un primo 
tempo permeata da spiriti classici, volgari e cavallereschi, 


(1) Vedi indietro i capp. I e IL. 


Giornale storico — Suppl. n° 25, 16 


942 i G. FATINI 


piuttosto discordi o estranei fra loro, sboccia l’Innamorato, 
che è il fiore più fresco e aulente della Rinascenza ferrarese; 
più tardi nella piena fusione di quegli spiriti, che ormai con- 
fluiscono, senza contrasto, in un comune strumento di espres- 
sione, che è la lingua volgare, cresce e si matura il frutto più 
genuino della Rinascenza non più ferrarese ma italica, il 
Furioso. 

Perciò l’educazione spirituale dell’Ariosto in armonia col 
clima in cui si svolse, cogli esempi che il tempo gli offriva, con la 
vittoria della lingua italiana, che proprio nell’estremo decennio 
del secolo stava liberandosi degli ultimi ostacoli, fu latina e 
volgare; cioè l’Ariosto ebbe un noviziato poetico in lingua ita- 
liana, il quale, se appare meno fecondo di quello latino perchè 
poche sono le poesie rimaste o conosciute, non ha minore impor- 
tanza di quello ai fini della dimostrazione che dopo il 1492 egli 
si esercitò in ambedue le lingue (Quivi in più d'una lingua e in 
più d’un stile — scriveva più tardi, come abbiamo ricordato, a 
proposito del suo Mauriziano — rime traea sin dal gorgoneo laco); 
affinò il suo gusto e temprò la sua cultura nella lettura dei grandi 
Trecentisti, alternata con quella dei lirici latini e di Virgilio; 
in modo che, quando finalmente, dopo lunghe esitazioni e ten- 
tennamenti, trovò la sua strada, prese a batterla risolutamente 
in volgare. 

Abbiamo fatto parola della tradizione che attribuisce al 
Bembo il tentativo di avere dissuaso l’amico dallo scrivere in 
italiano; se essa ha un certo fondamento, è probabile che quel 
tentativo si riferisca genericamente, come s'è già accennato, 
alle poesie in volgare più che all’Obizzeide o ad altro lavoro 
specificatamente indicato; può darsi che il futuro teorico della 
nostra lingua, comparando le poesie latine dell’amico con le 
volgari, trovasse quest'ultime inferiori, forse per quell’im- 
pronta dialettale che la imitazione petrarchesca non riusciva 
a nascondere, e nel suo formalismo linguistico si fosse con- 
vinto che l’Ariosto sarebbe riuscito meglio nell’idioma romano. 
Ma qualunque sia il valore di questa tradizione, essa è profon- 


LE ‘‘“ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 243 


damente significativa, perchè attesta in messer Ludovico, che 
sì rifiuta di essere secondo nella lingua latina, preferendo di 
essere primo fra i non apprezzati poeti italiani, una consape- 
volezza delle proprie forze come poeta volgare e una fede nella 
lingua di Dante che non possono essere di un tepido ammira- 
tore della lingua italiana e tanto meno di un neoconvertito ad 
essa: quella consapevolezza e quella fede sono e debbono 
essere il frutto di un «lungo studio e di un grande amore » 
pei grandi del Trecento, temprato nell’esercizio assiduo e labo- 
rioso della lingua, allo scopo di formarsene uno strumento 
d’espressione adeguato alla intuizione del suo mondo fan- 
tastico. 

Aggiungo: anche se difettassimo di prove, dovremmo ugual- 
mente ammettere una preparazione volgare, perchè la crea- 
zione del Furioso, in cui il fantasma poetico si attua quasi 
sempre in una pienezza d'espressione insuperabile, presup- 
pone un tirocinio linguistico e stilistico lungo e accurato anche 
in volgare, a meno che non si voglia vedere nel poema il frutto 
spontaneo di un genio, che miracolosamente si rivela in lingua 
italiana su di un terreno esclusivamente o prevalentemente 
latino. 

Quella dell’Ariosto fu dunque una educazione latina e vol- 
gare, che gli fornì una conoscenza ampia e sicura dei grandi 
scrittori antichi e moderni, come attestano le numerose tracce 
dello studio e della imitazione loro, che si possono facilmente 
seguire nel poema: tracce che mi guarderò bene dall'enumerare, 
ripetendo quanto altri ha raccolto con pazienza certosina 
come fonti classiche, dantesche, petrarchesche e pertino boc- 
caccesche. Quel che giova però tener presente è che l'influsso 
latino e toscano non si esaurisce nel suggerimento di un 
episodio o di un motivo, nell’assimilazione di una nota o di 
un'immagine; il Poeta ne è così profondamente penetrato che, 
tenendosi lontano tanto dall'ingombrante erudizionismo del- 
l'umanista quanto dalla sciatta e disorganica opera dei canta- 
storie e dei poveri rimatori, da una giusta contemperanza degli 


Q44 G. FATINI 


spiriti classici coi moderni ha saputo derivare quella forma 
mentis, di cui mirabile strumento di espressione risulta una 
lingua tersa e armoniosa, cantante con l’onda musicale del 
verso scorrevolissimo entro l'ampio e luminoso ritmo dell’ot- 
tava, e prodigioso frutto una personalità artistica spiccatamente 
originale, che sì rese fine interprete di quel quid eterno e uni- 
versale che sub specie pulchritudinis, direi, agitava il clima 
del Rinascimento. 

Con la tecnica del verso e con tutti i procedimenti stilistici 
l’Ariosto trasse dalla sua decennale gestazione anche il bisogno 
di una tenace e intensa elaborazione, specialmente del suo 
mondo interiore, che divenne come un tormentoso sforzo di 
conquista e di perfezionamento; e soprattutto trasse una 
capacità creativa e in pari tempo assimilatrice che gli permise 
di trasformare la « gionta » — come il Poeta e i contemporanei 
chiamano il Furioso di fronte all’Innamorato (1) — in una 
magnifica opera originale, differenziandosi dal Boiardo in 
quanto portò a perfezione artistica quel mondo che il Conte 
di Scandiano aveva costruito ma non rifinito. 

Forse in quell’umile espressione di «gionta », che continua 
«la invenzione » boiardesca, messer Ludovico si è compiaciuto 
di insinuare un tal risolino che a me pare ricordi quello del 
Manzoni che finge di trascrivere, su per giù, la storia dell'ano- 
nimo autore del suo romanzo, perchè, riannodate alcune fila 
interrotte della trama dell’ZInnamorato, al solo scopo di riu- 
seire intelligibile ai lettori, senza obbligarli ad avere sott'occhio 
quel poema, l’Ariosto è il primo a sentire l'indipendenza e 
il distacco dei due poemi, non tanto per la materia cantata 
quanto per gli elementi costitutivi dell’arte, gli uni dipen- 
denti dal tocco magico dell'ala del genio, che veleggia so- 
vrana nei regni dell'immortalità, gli altri dalla educazione 
e preparazione spirituale, che nel Boiardo fu piuttosto scarsa 
e lacunosa. ° 


(1) CatanLano, Vita, I, 295-297, 


LE ‘' RIME,, DI-LUDOVICO ARIOSTO 240 


Di qui una spiccata differenza tra i due poeti nel ritrarre il 
mondo cavalleresco; il Conte di Scandiano, feudatario e poeta 
dall’anima gentile, sente con vivo rimpianto il vuoto di quel 
mondo ormai dileguatosi nella lontananza dei secoli per la 
cattiveria degli uomini; e rivivendolo col desiderio insoddisfatto 
lo rievoca con l’accento lirico di un cuore appassionato, il quale 
accento, mentre appanna la serenità epica della narrazione, 
lo porta inconsapevolmente ad alterare la solennità e la dignità 
dei personaggi stessi; il grande Ferrarese, al contrario, con 
l'occhio continuamente fisso, per quanto non appaia, alla realtà, 
che dell’ideale cavalleresco conservava per amore del bello 
solo qualche tratto esteriore, dominandolo tutto, rivive quel 
mondo con la serietà e con la gioia dell'artista, che in 
quella bella favola trova con la piena realizzazione dei suoi 
fantasmi poetici il suo riposo e il suo massimo godimento 
spirituale. i 

Il mondo dell’Innamorato rivela un'imperfetta fusione dei 
due cicli nella forma rude, incoerente, diseguale dei personaggi, 
che non hanno perduto del tutto i caratteri speciali della loro 
duplice natura; quello del Furioso è tutto una unità estetica 
sgorgata dalla intima fusione dei due cicli, felicemente riuscita 
in grazia di una maggiore penetrazione psicologica, d'una 0s- 
servazione più acuta e limpida della realtà, di un'esperienza 
artistica più ricca e feconda, ma soprattutto in grazia della 
ispirazione classica, che, difettosa e insufficiente nel Boiardo, 
diviene come la linfa nutritiva di tutta Varte ariostea. La 
quale, così, alla doviziosa fonte dei nostri grandi ha saputo 
attingere quella serena giocondità di spirito, quella visione intiera 
della vita umana, quella plasticità e quel colore del linguaggio 
e quella divina armonia che costituiscono il segreto della bel- 
lezza del poema. Per essa i due cicli vedono scomparire la loro 
individualità storica in una nuova individualità poetica, che 
li comprende organicamente tutti e due, senza essere nè l'uno 
nè l’altro; e in mezzo a questa individualità la trama si svolge 
con sempre più vivo interesse, le scene sì succedono varie e 


246 G. FATINI 


potentemente espressive, i personaggi si presentano con un 
continuo soffio di vita propria, gagliarda e piena. 

Due esempi: l’Orlando del Boiardo ha come una doppia 
personalità: innamorato, è un cavaliere errante un po’ rozzo, 
querulo e bonaccione, che Angelica può facilmente raggirare; 
paladino, riprende la sua austerità di rigido difensore della 
patria e della religione. Come conciliare queste due anime sovrap- 
poste in un solo uomo ? Come risolvere dopo tante avventure 
il dissidio? Ricorrendo forse alle magiche acque dell’Ardenna, 
come vi si ricorre per Rinaldo e Angelica? A parte che l’arte 
vera non si ripete, la soluzione che '‘astrae "dagli elementi 
umani, potrà anche momentaneamente piacere, ma appagare 
l'artista no. 

Nel Furioso invece l’amore affievolisce in Orlando sempre 
più la natura del paladino facendogli trascurare e poi dimenti- 
care i suoi doveri; se egli adopera ancora le armi in difesa della 
patria, lo fa senza quel fiero entusiasmo che prima sorreggeva 
ogni suo atto, ma quasi per non venir meno alle sue abitudini 
e come trasognato dietro la irreperibile Angelica. Così attra- 
verso un graduale dissolvimento della sua natura eroica egli 
si avvia lentamente alla pazzia, la quale lo sorprende, ormai 
fiaccato dalla vana ricerca della donzella, dopo la scoperta delle 
sue nozze, come punizione celeste che non cesserà se non per 
misericordia divina. Solo quando Iddio crederà che il paladino 
abbia compiuta tutta la sua espiazione, Orlando potrà ritor- 
nare invitto campione della Fede e della Patria, per l’inter- 
vento miracoloso di Astolfo; e come all'amore e alla pazzia di 
Orlando si riavvicina, per le conseguenze della guerra, l'ira 
di Achille, così all'intervento di Astolfo si può riaccostare la 
morte di Patroclo; perchè, se questa ricondusse al suo dovere 
di guerriero greco l’offeso Pelide, quello risvegliò nel folle 
Orlando la coscienza del paladino votato alla religione e alla 
Francia, per chiudere la lotta contro i Mori col trionfo della 
civiltà cristiana. Così l’ispirazione classica, confortata dalla vi- 
sione della realtà umana, suggerì nella pazzia lo sbocco dell'amore 


LE ‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 247 


di Orlando, senza rompere l’unità poetica del poema, anzi 
collegandosi intimamente con essa. 

Guardiamo Angelica: d’una leggerezza un po’ grossolana 
nell’Innamorato, ove l’amore non distrugge totalmente in lei 
la sua origine di incantatrice, acquista nel Furioso tutta la 
pienezza di donna leggera e attraente, che si compiace di 
essere corteggiata non meno che di essere bella, graziosa e 
insensibile, e passa tra gli uomini ora sorridente e ora sprez- 
zante a seconda del suo umore volubile e del suo egoismo fem- 
minile, finchè, dopo avere scherzato un po’ troppo col fuoco 
dell’amore, si infiamma anch’essa e ne resta vittima. 

E non solo la realtà dei personaggi si fa più umana per quel- 
l'attitudine speciale che l’Ariosto s'è formata a cogliere l’at- 
teggiamento interiore di essi, plasmandolo nella sua fantasia 
e conservandogli nella nuova raffigurazione un'impronta rea- 
listica, ma anche il mondo cavalleresco si illumina di una luce 
che gli viene irradiata dalla realtà vera, dal mondo, cioè, in 
cui il poeta vive. È uno dei soliti luoghi comuni quello che 
l’Ariosto, tutto perduto dietro le fole dei suoi paladini, chiuda 
totalmente gli occhi alla realtà che lo circonda. Ma, di grazia, 
quale realtà? Quella umana? Eppure, se i personaggi piacciono 
è appunto perchè nella pazzia di Orlando come nella grazia 
civettuola di Angelica, nelle smargiassate di Ferraù come nella 
terribilità di Rodomonte, nel sacriticio eroico di Isabella come 
nel delicato struggimento di Fiordiligi, c'è tutta l'umanità 
con le sue luci e le sue ombre in tutte le loro gradazioni. 

La realtà dei tempi coi bisogni, con le aspirazioni che tra- 
vagliavano la società del Rinascimento? Chi legga attenta- 
mente il poema vedrà quanto della realtà contemporanea si 
rifletta nel luminoso edificio ariosteo (1): una realtà, s'intende, 
trasfigurata e smorzata nelle sue tinte più accese dalla calda 
e fervida fantasia dell’autore. La quale insinuandosi fra le 


(1) Vedasi il bel volume del BerToNI sul Furioso, ove diffusamente 
sono messi in rilievo questi riflessi; CATALANO, Vita, I, 268-69, e una 
mia Notizia letteraria, in Nuova Antologia del 1° sett. 1921. 


248 G. FATINI 


pieghe del vecchio mondo cavalleresco ringiovanisce leggende 
e attori, ravviva d'interesse la trama dei racconti, ravvicina 
ai tempi del Poeta tempi tanto lontani, e spesso di sotto la 
tessitura di quel mondo, la trama di quei sogni, il ritratto di 
quei cavalieri si affaccia arditamente o coi pallidi riflessi delle 
brutture contemporanee o coi sinistri bagliori della guerra 0 
con l’eco della gioconda spensieratezza del popolo, dei lette- 
rati, della Corte, o col fascino della bellezza abbagliante uomini 
e cose. Lo stesso Ludovico vi porta la sua anima mite, che 
vela di un sorriso i lamenti, addolcisce i rimproveri, reprime 
quasi sempre i suoi sdegni, non sa negare nè una lode ai potenti, 
nè un complimento alla vanità di tanti scrittorelli, nè all'an- 
dazzo dell’epoca lo svago di un racconto osceno. 

V'è di più: l'Ariosto col suo fine intuito penetrando nei 
recessi più nascosti dell'anima italiana ne sorprende il disagio 
politico e la vaga aspirazione alla libertà, ne coglie l’attacca- 
mento alla patria e l'avversione pei tiranni stranieri e nostrani; 
ma in quella forma e in quel grado che erano compatibili 
con l'anima paganeggiante ed epicurea del Rinascimento, 
quando questi sentimenti e queste aspirazioni, confusamente 
germoglianti dal fondo del cuore del popolo, erano appena avver- 
titi da pochi spiriti eletti: in quel grado e in quella forma che 
erano consentanei alla visione pura, dominatrice dell’arte, nella 
quale il sentimento di italianità ha una debole eco, al pari di 
tutti i sentimenti e fantasmi, di tutte le passioni, visioni € 
immagini, che mancando di intensità passionale sotto il ful- 
gore dell’arte stessa subiscono un affievolimento. Il quale ne 
attenua la vivezza, ne smorza i colori, ne mitiga il calore pel 
subordinarli e intonarli al motivo poetico dominante dell'ar- 
monia, come elementi musicali che perdono volentieri la loro 
individualità per dar vita a una mirabile sinfonia. 

Pertino nell’elogio degli Estensi egli sa conservare un senso 
di compostezza e di dignità insolito alla poesia cortigiana; 
perchè l’intendimento adulatorio, soggiogato dal fine superiore 
dell’arte, nel raccostamento della Casa d’Este alla Casa Giuli 


LE ‘‘ RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 249 


si abbella di un’aureola di romanità virgiliana, la quale illu- 
mina di luce ideale gli stessi Estensi, specialmente Ippolito e 
Alfonso, che vengono così ravvicinati poeticamente e forse 
con l’intimo desiderio, pur troppo di giorno in giorno sempre 
più raffreddato sotto il gelo della realtà, di vederli degni imi- 
tatori, a Mecenate e ad Augusto. 

Tutta la realtà, dunque, vera e fantastica concorre a creare 
la divina armonia del poema, che nella sua ricca varietà di 
accenti, di note e di motivi si effonde fresca, melodiosa, ingenua 
e spontanea come il canto dell’usignolo. Ingenua e spontanea, 
perchè al pari dell’usignolo l’Ariosto canta per un intimo bisogno 
del suo cuore, rapito dalla dolcezza ineffabile del canto; egli 
canta per diletto ed è il primo a godersi quello «spasso » e 
quella « recreazione » che modestamente si proponeva di offrire 
in larga copia ai lettori; è il primo a goderne tuffandosi in 
quel mondo poetico non per futile passatempo, come da molti 
si è inteso nelle parole « spasso » e « recreazione », ma per svago 
dello spirito e conforto della mente. L’Ariosto intuiva che ufficio 
nobilissimo dell'arte è quello di far dimenticare le asprezze 
umane; dare una sosta alle inquietudini della vita; donare quel 
‘riposo che è una necessità imposta dal quotidiano travaglio 
della nostra esistenza; largire quella gioia purissima e disinte- 
ressata che il mondo non sa nè può dare; con questo intendi- 
mento ha speso «longhe vigilie », per condurre a perfezione il 
poema, donde sgorga quell'intimo godimento superiore che 
solo la bellezza pura può generosamente offrire. 

E lo ha donato al mondo con la liberalità di un artista che 
nella dura e faticosa vittoria sa di avere l'unico compenso e 
ristoro al diuturno logoramento ehe ha dovuto subire per rag- 
giungere l’ardua meta. 

Perchè per conseguire quella immediatezza e freschezza di 
espressione che fa assomigliare il suo canto al canto dell'usignolo, 
quale travaglio! Quale lotta! Quante «longhe vigilie »! Dieci 
anni di paziente preparazione perchè nella sua fantasia assu- 
messe una certa concretezza il mondo della sua arte; altri dieci 


È WIE EIA ERI SE O 


250 G. FATINI 


anni per la ideazione, stesura e revisione, e poi, trascinato dalla 
sua incontentabilità, altri anni ancora, dopo la prima edizione 
del poema, per avere quella compiutezza espressiva che fosse 
tutt'una con la luminosa visione del suo mondo fantastico, e 
raggiungere con la parola e nella chiarezza cristallina che era 
l’interna luminosità delle sue immagini, quella musicalità del 
verso che sentiva risuonare nel suo spirito, quella serena 
dilettazione dei lettori che godeva prima in sè medesimo. 

Nobile esempio di serietà di lavoro, che solo il Genio, per 
il quale i limiti della perfezione non si toccano mai, è in grado 
di dare. 

Chi ingannato dalla mancanza di un fine morale o patriottico 
o religioso ha giudicato il poema privo di moralità, mostra 
di non comprendere quale alta funzione educativa è riserbata 
all’arte nella civiltà dei popoli e nella vita degli individui. Il 
Furioso manca, è vero, di un precipuo intendimento morale, il 
quale, al pari di ogni altro intendimento che non fosse arti- 
stico, avrebbe certo appannata o alterata la visione della 
bellezza, che risplende invece purissima nel cielo incontami- 
nato del poema; ma v'è un soffio di moralità così elevato e 
gagliardo che si sprigiona non tanto dalla serietà del lavoro 
faticosamente compiuto quanto dall'arte stessa, alla cui fiamma 
inestinguibile mente e cuore, nel mentre si riscaldano di entu- 
siasmo per tutto ciò che è bello e buono, attingono nuova 
lena per compiere virilmente e nobilmente l’aspro dovere 
della nostra vita quotidiana. 

Da questa fiamma, alimentatrice di idealità e di moralità 
a un tempo, scaturisce quel fascino misterioso dell’arte ariostea, 
per il quale, come gli elementi che dal cielo e dalla terra hanno 
confluito a creare il mondo poetico del grande Ferrarese uni- 
ficandosi nel motivo dominante dell’armonia, così anche i 
nostri sentimenti e le nostre passioni, i nostri bisogni e le 
nostre aspirazioni, attenuate e purificate dal fascio di luce 
emanante dal poema, sì unificano in un ideale vagheggiamento 
della bellezza, che risuona entro di noi come un inno. 


, LE ‘‘RIME,, DI LUDOVICO ARIOSTO 251 


Questo inno si leva dal nostro cuore di Italiani tanto più 
fervido quanto più da vicino e con l’animo puro ci indugiamo 
nella contemplazione di quel mirabile monumento; perchè 
nella purezza delle sue linee, nella musicalità delle sue ottave, 
nella plasticità e varietà delle sue scene narrative e descrittive, 
nella divina armonia, in una parola, di quel mondo, sarà a 
noi facile cogliere con la purezza del nostro cielo, con la musica 
inesprimibile del nostro paesaggio, con la ricchezza e versati- 
lità della nostra stirpe, con la divina armonia che si effonde 
da tutta la nostra arte, l'impronta inconfondibile del genio e 
dell'anima d'Italia, che Dio ha destinata al mondo maestra 
di civiltà e di bellezza. 


258 


INDICE 


Cap. I. — Il volgare preariosteo a Ferrara . . . ... . Pag. 3 


La tradizione del volgare in Ferrara. -— Tracce di let- 
teratura popolare e aulica sotto Niccolò III. -- La 
Politia litteraria di A. Decembrio e Leonello. — Leo- 
nello e l’Alberti. — Rimatori e canterini alla Corte di 
Leonello. — Due sonetti del Marchese. — Favore di 
Borso per le versioni italiane e la Biblioteca. — Una 
schiera di scrittori in lode «di Borso. — Poesia popo- 
lare. — Raccoglitori di poesie. — Traduttori e prosa- 
tori sotto Ercole I. — Rimatori oscuri e noti. — 
M. M. Boiardo.-- Il teatro volgare sotto Ercole I. — 
Conclusione. 


Cap. II. — Dante presso gli Estensi nel secolo XV...» 42 


Discussioni dantesche nel circolo guariniano. — Il 
culto di Dante presso Niccolò ITI e Leonello. — Copie 
del poema nella Libreria estense. — Una « cattedra » 
dantesca e studiosi e imitatori di Dante sotto Borso. 
— A. Cornazzano. -—— Studiosi e imitatori di Dante 
sotto Ercole. -— Serafino de’ Bontempi e il poema 
Il Libro del Salvatore. 


Cap. III. — La lirica italiana dell'Ariosto . » 76 


. . . e . . 


1. Il volvare nella Casa Ariosti e Peducazione italiana 
e latina del giovane Ludovico. -- Tracce di produ- 
zione giovanile. 

2. Poesia storica ed encomiastica. - - Per gli Estensi. 
— Peri Medici. Sonetti encomiastiei vari, — Contro 
Alfonso Trotti. --- In morte di Pandolfo Ariosti. 

3. Rime d'amore. -— Gli amori dell’Ariosto e le sue 
Rime. — Il disegno d'un Canzoniere per la Benucci. -— 
Il petrarchismo dell’Ariosto. - - Canti d'amore e repulse 
di Madonna, — Rime d'ansiosa attesa dopo l’incontro 
fiorentino. — Ombre e luci dopo la vittoria d'Amore. 
— Per una malattia e per la lontananza dell'amata. 
— Conclusione. 


254 


Cap. IV. — L’ultimo amore dell’Ariosto 


Alessandra Benucci. — Approcci e repulse. — Il 
fatale incontro di Firenze. — Ansie penose e squilli 
di giubilo. — Piccole contrarietà. — L’Ariosto nella 
serenità del suo amore. — S’allontana malvolentieri 
da Ferrara. — Dopo il ritorno dalla Garfagnana. — 
La Benucci della poesia e della realtà. 


Cap. V. — La genesì del « Furioso » . 


La popolarità dell’Innamorato e il giovane Ariosto. 
— Un primo tentativo epico. — Il secondo tentativo 
con l’Obizzeide: — Argomento e caratteri dell’Obizzeide. 
— Perchè l’A. lo lasciò appena iniziato. — Nuovi fer- 
menti di poesia epica durante il capitanato dì Canossa. 
— Perchè l’A. riprende col Furioso il mondo cavalle- 
resco del Boiardo. — La « gionta » all’Innamorato e la 
sua originalità. — La realtà nel Furioso. — L'arte 
del Furioso. 


» 


. +. Pag. 194 


218 


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SUPPLEMENTO N! 22-23. 


Tee _  - ——.___T—Pr —r —— 
x P sà . 
- ‘ 


GIORNALE STORICO 


— DELLA 


LETTERATURA ITALIANA 


DIRETTO DA 
VITTORIO CIAN 


Redattori: 
G. Bertoni — A. Momigliano — F. Neri — L. Piccioni. 


TORINO 
Casa FKditrice 


GIOVANNI CHIANTORE 
Stccessore ERMANNO LOESCHER 


1924 


Il presente SUPPLEMENTO N° 22-23 contiene: 


VITTORIO MISTRUZZI 


————————=EEZ<ZE< 


GIOVANNI COTTA 


GIUSEPPE FATINI 


—r—»———==€ € 


SU LA FORTUNA E L’AUTENTICITÀ 
DELLE LIRICHE 


DI 


LUDOVICO ARIOSTO 


n ___— = dn Da —— - — — —— = e ———___ ee e e—_ — 


Prezzo d'abbonamento al GIORNALE STORICO DELLA LETTERATURA ITALIANA: 


Per l'Italia: per un anno (due volumi) . . . .. I. 100. — 


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SUPPLEMENTI 


GIORNALE STORICO DELLA LETTERATURA ITALIANA 


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Della serie dei Supplementi, accolta con manifesti 
segni di gradimento dagli studiosi, sono finora uscite in luce 
le seguenti dispense: 


1° (anno 1898). — E. BERTANA, Il Parini tra i poeti giocosi del settecento. 
— C. DE LOLLIS, Sul canzoniere di Chiaro Davanzati. — G. PERSICO 
CAVALCANTI, L'epistolario del Gravina. — R. MURARI, Marin Sanudo 
e Laura Brenzoni-Schioppo. — L. 6. 

2° (anno 1899). — E. LOVARINI, Notizie sui parenti e sulla vita del Ruzzante. 
— C. CESSI, Notizie intorno a Francesco Brusoni poeta laureato. — 
A. NERI, Giuseppe Baretti e i gesuiti. — L. 4,50. 

8° (anno 1900). — A. SALZA, Francesco Coppetta dei Beccuti, poeta perugino 
del secolo XVI. L. 5. 

4° (anno 1901). — E. BERTANA, Il teatro tragico italiano del secolo XVIII 
prima dell'Alfieri. — L. 5. 

5° (anno 1902). — V. CIAN, Vivaldo Belcalzer e l’enciclopedismo italiano delle 
origini. — L. 

6° (anno 1908). — G. BOFFITO, Il “ De principiis astrologiae, di Cecco d' Ascoli 
nuovamente scoperto ed illustrato. — R. SABBADINI, Un biennio umanistico 
(1425-1426) illustrato con nuovi documenti. — L. 

7° (anno 1904). — A. GALLETTI, L'opera di Vittor Hugo nella letteratura 
italiana. — L. 5. 

8° (anno 1905). — A. FARINELLI, Appunti su Dante în Ispagna nell'età media: 
— F. CAVICCHI, Intorno al Tibaldeo. — F. PASINI, Un plagio a danno 
di Vincenzo Monti. — L. 5. 

9° (anno 1906). — G. GALLI, I disciplinati dell'Umbria del 1260 e le loro 
laudi. — L. d. 

10° e 11° (anno 1907-1908). — E. SOLMI, Le fonti dei manoscritti di Leonardo 
da Vinci. — L. 1h. 

12° (anno 1910). — F. FLAMINI, Tra Valchiusa ed Avignone. — L. 10. 

18° e 14° (anno 1911-1912). — L. PICCIONI, Giuseppe Baretti prima della 
" Frusta letteraria, (1719-1760). — L. 18 

15° (anno 1918). — S. DEBENEDETTI, Il “sollazzo, e il “saporetto, con 
altre rime di Simone Prudenzani d’Orvieto. — L. 10. 

16° (anno 1914) — E. LEVI, / cantari leggendari del popolo italiano nei secoli 
XIV e XV. — L. 8. 

17° (anno 1920). Ta A. ERCOLE, Caino nella letteratura drammatica moderna. 
Se Lire 1 o 

18° (anno e ng A. DE RUBERTIS, G. B. Niccolini e la censura toscana. 
— Lire 20. 

19°.21° (anno 1922). — A. GALLETTI, G. ZONTA, B. NARDI, G. CROCIONI, 
A. MAGSAGHI F. ERCOLE, V.ZABUGHIN, V.CIAN, Miscellanea Dantesca, 
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SUPPLEMENTO N° 24.|... © 


GIORNALE STORICO 
LETTERATURA ITALIANA 


VITTORIO CIAN 


Reduttori: 


Giulio Bertoni - Attilio Momigliano - Ferdinando Neri - Luigi Piccioni. 


TORINO 


Causa Editrice 


GIOVANNI CHIANTORE 
Suocessore ERMANNO LOESCHER 


1928 - Anno VII 


N presente SIPPLEMENTO N° 24 contiene: 


SALVATORE FRASCINO. — Suono e pensiero nella poesia 
danpenda (8: XI: 1027). IF) cl RN... . . Pag. 1 


MARIA ZEZON. — Lettere a Giacomo Leopardi (Dalle carte 
leopardiane della Biblioteca Nazionale di Napoli « Vittorio 
Emanuele III») (20. IV. 1928). . (0.0. tai... .. » 199 


* A fine di evitare le possibili polemiche di priorità con le altre Riviste, orediame utile di tadicare compre 


nel Sommario il giorno In cui ciasenn manoscritto pervenne alla Direzione. 


Prezzo d'abbonamento al GIORNALE STORICO DELLA LETTERATURA ITALIANA: 


Per l'Italia: per un anno (due volumi) . . ... L. 100.— 


Per l'Estero: ° . e è Van è» » 150. —- 


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P. G. GorpàxnIca e M. BarroLI. (Semestrale). 


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Bollettino di filologia classica, diretto da A. Taccoxe e L. Casti- 
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Abbon. annuo: Interno L. 20 —; Estero L. 30 — 


Giornale storico della letteratura italiana, diretto da 
V. Cran. Redattori: G., Bertoni, A. Momicniano, F. Neri, L. Piccioni. 
92 Volumi pubblicati con 24 Supplementi. (Trimestrale). 


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DIRETTO DA 
VITTORIO CIAN 


Redattori : 
G. Bertoni - C. Calcaterra - S. Debenedetti - A. Momigliano - F. Neri. 


TORINO 
Casa Editrice 
GIOVANNI CHIANTORE 
Successore ERMANNO LOESCHER 


1934 - Anno XII 


Il presente SUPPLEMENTO N° 25 contiene: 


GIUSEPPE FATINI 


Le “Rime,, di Ludovico Ariosto 


Introduzione - Il volgare preariosteo a Ferrara - Dante presso gli Estensi 
nel secolo XV - La lirica italiana dell’Ariosto. Poesia storica ed enco- 
miastica. Rime d’amore ‘- L’ ultimo amore dell’Ariosto - La genesi 
del « Furioso ». Ù 


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Per l’Italia: per un ano (due volumi) . . . . . L. 100. — 
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SUPPLEMENTI: 


1° E. BERTANA, Il Parini tra i poeti giocosi del Settecento. — C. DE LOLLI8, 
Sul Canzoniere di Chiaro Davanzati. — G. PERSICO CAVALCANTI, L’epi- 


stolario del Gravina. — R. Murari, Marin Sanudo e Laura Brenzoni 
SCHIOPPoO: «uu e e e «o La 90 


2° E. LOVARINI, Notizie sui parenti e sulla vita del « Ruzzante». — C. CESSI, 
Notizie intorno a Francesco Brusoni, poeta laureato. — A. NERI, G. Ba- 


retti e i gesuiti . ../ 0.0.0... +e. LL 30 — 
3° A. SALza, Francesco Coppetta dei Beccuti, aa perugino del se- 
colo: XVI iui le hi > dee e a 90 
4° E. BERTANA, Il teatro tragico italiano del secolo XVIII prima del- 
JAIROrI: > <del Ob e de Re e e e A Rn 


5° V. Cran, Vivaldo Belcalzer e l’enciclopedismo italiano delle ori- 
Mili e e E e BUIO 


6° G. Borrito, Il « De principiis astrologiae » di Cecco d’Ascoli, nuova- 
mente scoperto ed illustrato. — R. SABBADINI, Un biennio umanistico 
(1425-1426) illustrato con nuovi documenti . . ...... L. 30 — 


7° A. GALLETTI, L'opera di Victor Hugo nella letteratura italiana esaurito 


| 8° A. FARINELLI, Appunti su Dante in Ispagna nell’età media. — F. C('a- 
viccRI, Intorno al Tebaldeo. — F. Pasini, Un plagio a danno di Vin- 
cenzo Monti... +6 + LL. 30 — 


9° G&G. GaLti, I disciplinati dell'Umbria del 1260 e le loro laudi » 30 — 


100-11° E. SoLmi, Le fonti dei manoscritti di Leonardo da Vinci esaurito 


12° F. FLAMINI, Tra Valchiusa ed Avignone . . ....... L. 40 — 
13°-14° L. PiccIONI, Giuseppe Baretti prima della « Frusta Letteraria », 

INIO:t7600" cca: <oua  e e da 00/73: 
15° S. DEBENEDETTI, Il Sollazzo e il Saporetto con altre rime di Simone 

Prudenzani d’Orvieto . . . 0.0... 2 LL. 50 - 
16° E. Levi, I cantari leggendari del popolo italiano nei secoli XIV-XV, 

con tre tavole. ....... 244 D 40 — 
17° A. ErcoLeE, Caino nella letteratura drammatica italiana. . » 50 — 
180 A. DE RUBERTIS, G. B. Niccolini e la censura toscana. . . » 50 — 
190-210 Miscellanea Dantesca, con 21 tavole .. . ....... »100 — 


220.23° V. MISTRUZZI, (riovanni Cotta. — G. FATINI, su la fortuna e l’auten- 


ticità delle liriche di L. Ariosto . . ....... 0.0... L. 50 — 
24° S. FRrascINO, Suono e pensiero nella poesia dantesca. — M. ZEzox, 
Lettere a Giacomo Leopardi (dalle carte Leopardiane della Biblioteca 
Nazionale di Napoli « Vittorio Emanuele IlI ») . ..... L. 35 — 


25° G. FATINI, Le « Rime » dì Ludovico Ariosto. . ..... » 48 — 


Pubblicazioni della stessa Casa Editrice 


-—- — ————————+——+—+——++—+—+-+-——— —r -_—T—————— > — 


Di prossima pubblicazione: 


I FRAMMENTI AUTOGRAFI DELL' “ORLANDO FURIOSO ,, 


‘. ’® cura e con introduzione di 8. DEBENEDETTI. 


Trascrizioné integrale dei frammenti autografi del poema conservati nelle 
Biblioteche di Ferrara, Milano e Napoli. 


Prezzo di sottoscrizione al volume, stampato su carta di lusso in edizione 
., limitata di copie numerate progressivamente: L. 50. 


(I° volume della nuova serie di « Testi inediti o rari » promossa dal Giornale storico della 
letteratura tfaliana). 


MATTEO BARTOLI 


IL DALMATICO 


Edizione italiana, ridotta e aggiornata, pubblicata a cura del Comitato 
per le onoranze all’Avitore nel 30° anniversario del suo insegnamento 
universitario. 


Quota d’adesione, con diritto a una copia del volume: L. 50. 


SCRITTORI DI FRANCIA 
(Collezione diretta da FERDINANDO NERI) 


Volume II 


La Chanson de Roland 


Testo critico, versione in prosa e note di 


GIULIO BERTONI 
Accademico d’Italia 


Il vol. I (già pubblicato) della Collezione contiene: 


LE POESIE DI FRANCOIS VILLON 


Commento di 
FERDINANDO NERI 


In-8° di pagine 208 L. 16 — 


Re —- — — —. - _P—— 


Torino - Cisa Editrice GIOVANNI CHIANTORE Successore Ermanno Loescher - Torino 


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S 007 126 Sy 


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